Di lemmi – 22

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Carnevale

Improponibili le immaginazioni per le quali il termine carnevale si sarebbe evoluto da carne(m)levare, mentre il carnasciale da carne(m)laxare. Poco credibile, al di là delle contorsioni fonetiche, la vicenda semantica: «Come si fa – ci chiediamo – a nominare il carnevale attraverso una caratteristica della quaresima, in cui si leva appunto la carne dalle mense?». E carnasciale? ‘Lasciare la carne’? Suvvia, siamo seri: levarla o lasciarla?

Al di là delle alchimie verbali e dei virtuosismi fonetici, solo una giusta considerazione della ricorrenza carnevalesca e dei suoi attributi più longevi e vistosi, fra cui i carri trionfali, può indicare la ragione del nome. Il carnevale, infatti, appare come il momento in cui si dà vita all’anno nuovo attraverso un’aratura simbolica; aratura che si configura come l’uscita da un tempo aleatorio, mitico e caotico. Solo dopo questo passaggio si contano i mesi: il nostro dicembre porta su di sé il numero dieci pur essendo il dodicesimo della serie[1]. Con il carnevale, insomma, si metterebbe a coltura l’anno nuovo; il quale, allora, anche se concepito propriamente nel mese di gennaio [antico Ianuarius (incontestabile e bifronte porta – in latino ianua – dell’anno)] ed espiato, per così dire, in quello di febbraio (purificazione come februa, ‘febbre’), viene contato solo a partire da marzo. Il carnevale è essenzialmente festa del tempo in quanto vi si adombra una vicenda iniziatica che dà luogo al rinnovamente e al conto del tempo. Per concludere, tornando all’etimo, il car|nevale è forma secondaria, oscillazione apofonica di car|novale, che si può spiegare come aratura del campo da semina (novale), ovvero – nella sua forma car|nasciale – come ‘rinascita’ o ‘primavera’.

Diciamo che non ci trovano concordi i dizionari etimologici che così spiegano l’origine e il significato del termine carnevale: «carne-(le)vare… riferito alla vigilia della quaresima, giorno in cui si toglieva l’uso della carne»[2].
La spiegazione ci appare quantomai forzata: il carnevale, infatti, prenderebbe il nome da quella che è, culturalmente, proprio la sua antitesi, la sua nemica storica e letteraria, ovvero la quaresima. Vorremmo prospettare una diversa soluzione. Partiamo innanzitutto dalle caratteristiche della festa carnascialesca ricordando che essa si configura come un esorcismo: «Divertitevi pure oggi, purché domani tutto sia come prima. Anzi meglio – o peggio – di prima». Il Carnevale, con la sua necessaria ed espiatoria morte, appare la sconfitta del temuto caos, ovvero la negazione del sovvertimento, dell’aleatorio, del fortunoso.
Le presenze emblematiche della nostra festa sono i carri trionfali: da qui dobbiamo ripartire. Ebbene, il trionfo carnascialesco ci sembra il ricordo dell’aratura simbolica con cui si dà vita all’anno nuovo. Ecco il senso primo della festa: il novale, che è un campo rimesso a coltura, che diviene car|novale (come diceva Goldoni). Del resto, anche il car|nasciale lascia bene intravedere il suo motivo natale. Altri hanno pensato al car|navale, al navigio di Iside[3]. Pure, tale interpretazione, pertinente e condivisa, non fa che portare acqua al nostro mulino. Infatti, l’immagine originaria può ben essere quella del campo da arare, cui può facilmente sovrapporsi una distesa marina solcata dalla nave. Ricordiamo quindi l’ambivalenza della parola solco.

Scherzo numerologico

Si tratta di immaginare una sfilata aperta da un bifolco che guida, appunto, un carro di buoi, o meglio una biga di buoi, di cui è il tiro (che in latino significa ‘recluta’, ‘adepto’, ‘garzone’), e ciò dà luogo a un trio che tira un carro, ovvero un quattro. Infatti, il carro, il car, il carré, sono rappresentazioni del numero quattro e della sua stabile armonia. Comunque sia, il quattro ha una sua chiara valenza: non è tesi, né diabolica antitesi o tragedia, né partecipazione o discussione. È composizione finale e, talora, mortale. È spiegazione, è il per|ché. Anche il per inglese, cioè il for, fa quattro: four! Così il francese car – evidentemente carré – e l’italiano ‘per’ (x) sono termini cruciformi, chiastici e tetragoni o semplicemente quadrati.
Il carnevale si lega strettamente alla serie dei numeri, dall’uno al quattro, che sfilano davanti ai nostri occhi sotto forma di filosofica quintessenza della vita e dei simboli che la interpretano: 1, 2, 3, 4, ovvero l’Assoluto [1], il dilemmatico Dramma [2], la partecipata e umana Commedia, ovvero il nostro ingresso nella tragedia stessa [3], la Composizione [4]. Il totale fa 10, come dire dicembre o pitagorica tetrachtys.
Si potrebbe pensare che lo spirito carnevalesco comporti il ribaltamento della realtà normale in quanto ricordo di un tempo promiscuo e mitico che non sa ancora di stagioni, giorni, ore, numeri. Solo da questo deriverebbero l’abolizione di ogni gerarchia e la conseguente confusione tra re e schiavo, diritto e rovescio, personaggio e autore: mescolanza farsesca e satirica di stili, di lingue, di cose, in cui tutto diviene contiguo e contagioso. Qui e ora, gli estremi si toccano in una spaventevole fluidità di forme, per cui l’osceno della satira e la profanazione del sacro costituiscono la nuova deformata realtà. Però, intendiamoci bene: tutti vogliono il carnevale. Lo vuole lo schiavo per provare l’ebbrezza di altezze altrimenti inarrivabili, e lo vuole il re per regolare la vita altrui: c’è chi ama il tempo mitico, che è instabile e mutevole, e lo vuole restaurare (magari ballando, suonando e bevendo), ma c’è anche chi lo condanna e lo esorcizza (magari ballando, suonando e bevendo).

[1] E non certo perché l’anno iniziasse con il mese di marzo, come alcuni ritengono. Ma di questa spinosa questione parleremo in seguito.
[2] DELI, alla voce.
[3] F. Ch. Rang, Psicologia storica del carnevale, Venezia, Arsenale editrice, 1983 [1927], p. 41.

Di lemmi – 21

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Zuppa

Divertissement linguistico in forma di minestrone

Dove si cerca di dimostrare che i dizionari non si fanno scrupoli a recidere i legami che uniscono le parole fra di loro. Magari lo fanno operando secondo un metodo scientifico, ma a noi profani – e non poco avventati – tutto questo tagliuzzare sembra piuttosto una irragionevole e superstiziosa dispersione di motivi culturali.
L’incontro con una serie di termini, quali
stoppa, stoppia, steppa, stoffa, stipula, stivale…, e con altri caratterizzati dalla metatesi di st- (ts- che si trasforma in z-), quali zeppa, zoppa e via di seguito, ci ha messo sotto gli occhi l’alternanza di una vocale nella radice: stip- step- stop- stup-. E forse sta(m)p-. Ed anche zip- zep- zop- zup-. E forse za(m)p-. Un minestrone inaudito, una vera zuppa.

Dove, dunque, si dice che il termine latino stipula, ‘cannuccia’, ‘calamo’ e simili, indica appunto una penna, con la quale, per esempio, potremmo stipulare un contratto. Si tratta di una cannuccia, che noi riempiamo di inchiostro, che deve chiaramente a questa sua primaria caratteristica – che poi dipende dalla sua cavità –, la sua capacità di stipulare. I dizionari invece fanno dipendere il significato di stipulare dall’usanza di spezzare, nell’occasione, una cannuccia, appunto la nostra stipula. È evidente che la cannuccia spezzata rappresenta simbolicamente la penna stessa, così che non possa scrivere altro!
Comunque sia, questa stipula-cannuccia è una stoppia, come quelle dei campi appena mietuti, ed è prossima alla stoppa e, forse, alla stoffa[1].
Stipula, naturalmente, rimanda al latino stips e stirps, alla grande famiglia degli stipi e degli sterpi, nonché agli stipiti, ai capostipiti, alla stirpe e a una stipsi alquanto occlusiva. Eppure la stirpe deve essere cava per consentire il passaggio della linfa vitale, cioè il suo propagarsi o propagginarsi. E cavo dovrà essere uno stipo se vogliamo riporvi qualcosa.
Se, inoltre, ci avviciniamo alla stiva, allo stivare e stipare, o allo stivale scorgiamo ancora una volta gli elementi consueti del nostro discorso… Nella stiva si stipano le merci. Sarà, dunque, assai difficile che lo stivale derivi, come riportano i dizionari, da aestivale, che in latino significa ‘estivo’, oppure da tibiale, che indicherebbe la parte del corpo interessata alla protezione. Sconosciuta ai dizionari, pertanto, la vera natura del nostro calzare, ma non a chi lo abbia usato: stivare e calcare il piede fino in fondo, pigiando con forza.
Se ci aggiriamo ancora per il nostro labirinto chiedendoci quale sia il senso di tutto ciò, ne scaturisce l’idea di una cavità non sempre distinguibile dalla sua occlusione. In fondo, anche la stipula, cava, serve per chiudere un patto. Si dica, quindi, che stipula si dice in latino anche stupula, la quale è chiaramente contigua alla stoppa (lat. stuppa), alla stoppia e forse anche allo stupore, questo mitologico e caotico atteggiamento dell’ignoranza, questo restare a bocca aperta.
La stoppa – suggerisce Timothy – comporta lo stop. Anche uno stoppaccio – ‘batuffolo di stoppa con cui si fermavano gli elementi di carica dei fucili’ – serve, un po’ come uno stop, a occludere.
Se notiamo, dunque, che la sfera entro cui si muovono i nostri lemmi è sempre quella del turare-farcire-bloccare, non ci sfuggirà nemmeno che siamo sempre vicini a un fuoco, naturalmente più o meno metaforico. Lo stoppino, del resto, è un ‘lucignolo di candela’.
Infine, dopo aver avvicinato la stoppia alla steppa, non resistiamo più alle insistenze di Timothy: che stop e step ne riproducano la relazione? E che dire del loro rovescio metatetico, che fa tsop e tsep, cioè zop– e zep-? Che lo stop sia la negazione di uno step, cioè di un passo inglese? Che il passo inglese, step, sia analogo a una zeppa che ci permette di camminare meglio? Che una stipula sia all’origine di uno zip, ‘chiusura lampo, propria dell’America del Nord’ [che il dizionario, tuttavia, descrive come «voce inglese (1928) di origine onomatopeica»]? Eppure, noi conosciamo uno zipolo che è il ‘legno col quale si tura il buco o spillo fatto nella botte’. Che una stupula, ‘cannuccia’, sia all’origine dello zufolo? Non è affatto improbabile. Zufolare, che secondo il dizionario deriverebbe da una variante rustica di sibilare, sembra invece il frutto evidente di uno stupulare (tsupulare) che indica esattamente la dinamica propria di chi suona lo zufolo, cioè di chi, con una sorta di zipolostantuffo, chiude e apre, a seconda della nota che vuole emettere, la cavita della sua stupula o cannuccia sonora. Per lo stesso motivo, da stuppa (che, come si è detto, è una latina ‘stoppa’), si potrebbe tranquillamente arrivare alla zuppa. E che dire allora, risalendo il nostro alfabeto, di zampa? Che sia vicina a stampa, come l’inglese stamp? In fondo, una zampa stampa l’orma sul suolo. O che assomigli a una zappa?
Ma ora siamo stufi.

[1] Non ci sembra troppo difficile che la stoppa – latina stuppa e stupa, greca styppe – abbia a che fare con la stoffa: entrambe servono a imbottire, farcire, chiudere, calafatare (cfr. DELI alle voci). E stuffed – come ci ricorda Timothy – significa ‘stufato’ e ‘imbalsamato’. Ci viene in mente anche una stufa.

Di lemmi – 20

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Anche

Dove si sostiene che anche, anca, ancella, àncora, angoscia, angolo, ambascia, ambasciatore, angina, angelo, anfora e via di seguito, sono tutti termini collegati alla congiunzione latina an, che serve a realizzare una interrogativa disgiuntiva e che equivale al nostro ‘o’: essere o non essere? Questo è il di lemma! Si avverte che le elucubrazioni che seguono sono state in massima parte sollecitate dal mio amico Timothy.

Dobbiamo dire che, per quanto la cosa possa sembrarci paradossale, la congiunzione italiana anche, prossima ad ancòra (anche ora), non è poi così lontana nemmeno dall’àncora: in entrambi i casi si considerano, per così dire, ambedue i bracci della questione. Ma c’è di più: anche l’anca – scusate il bisticcio – è un doppio, proprio come l’ancella, che è l’ombra della padrona.
Se co è capo, per esempio in Dante, allora anche, che anticamente si diceva anco, significa approssimativamente ‘due capi’ e rimanda ad ancipite, che significa ‘dalla doppia testa’, ‘ambiguo’. Ambo e anco, dunque, si equivalgono: l’angoscia è l’ambascia, l’ambage. L’ambasciatore sarà colui che mette in comunicazione i due capi del filo. Siamo proprio sicuri che non porti pena? Chissà se l’angelo, se questa buona novella, se questo nunzio non abbia procurato a Maria almeno un po’ d’ambascia. Pensiamo poi all’angheria o alla dolorosa angina e all’angolo costretto fra i due lati. Dobbiamo, comunque, al lettore delle precisazioni intorno al prefisso an-.
In latino, an (‘o’) serve a disgiungere i due corni del dilemma: utrum x an y? Questo o quello? Notiamo che il primo corno della questione viene introdotto dal latino utrum, la cui presenza ci incoraggia ad andare aventi per la strada intrapresa. Il maschile di utrum – che fa uter e significa ‘quale dei due?’ – non può non richiamare l’utero latino (uterus e uterum). Ecco, quindi, che ci si manifesta intero e chiaro il senso di una doppiezza bene palesata da questo utero: maschio o femmina?[1]
Dopo aver detto dell’anca e dell’angoscia – antica ancoscia (an-coscia?) –, la doppiezza e il dubbio paiono davvero confinate in una precisa zona del nostro corpo, laddove il dubbio astratto del genere del nascituro (maschio o femmina) appare reificarsi proprio nella biforcazione delle due gambe, delle due cosce. E così una popolare anguinaia – l’inguine – diviene il luogo del dubbio, del doppio e dell’angustia e dell’angoscia. Forse che la coscia, che in inglese è una thigh (da two), non è un doppio? Oh, sì! Il dubbio provoca l’ansia. Ebbene, hip, in inglese, significa anca e angoscia! Inventiamoci un proverbio: «And hips walk together: hip, hip, hurrah!». Perché si dicano due «hip!» deve essere a tutti chiaro. Non possiamo, quindi, dar troppa fede ai dizionari inglesi quando sostengono che hip, ‘angoscia’ o ‘malinconia’, sia un’abbreviazione di hypochondria. Non dovrebbe allora essere hyp?

Fantasia conclusiva

Vorremmo ora ragionare di latine anseres, ovvero di quelle anatre che risposero ai Galli e che sembrano inglesi answers, ‘risposte’. Qui, però, possiamo solo ricordare che l’ansa è – permettete l’azzardo – una ‘risposta iconica’, un ‘tornante’; che amputare è dividere in due, come ancidere; che l’ancia è una ‘canna piegata in due’; che l’ansa ha una doppia natura, tanto che per fare un’anfora – che in greco equivale a un ángos – ce ne vogliono due. Ansare, ansimare. L’inglese anvil sarà un’antica ancudine – come dice Don Abbondio –, che è un attrezzo dalla doppia testa. Evitando di discutere dell’anta, dell’anteriore e dell’antico, diciamo che non lontano da qui si trovano l’anguilla e l’angue, non poco viscidi, non poco doppi. E anche la città di Anversa (antica Antuerpia, boccacciana Anguersa) checché ne dicano i dizionari di toponomastica.
Il nostro percorso, tuttavia, ci ha condotto in territori troppo lontani, e si è fatta l’ora di tornare a casa.

[1] Il fatto che in latino ci sia anche un terzo genere, il cosiddetto neutro, non cambia la questione, anzi. Il significato dello stesso termine è assai chiaro: neutro – in latino il maschile suona neuter – equivalendo a ‘nessuno dei due’, sembra non avere una sua propria personalità.

Di lemmi – 19

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Baccalà con baccelli

Dove si sostiene, in disaccordo con i dizionari, che baccalà, baccalare, baccelliere e baccello sono riconducibili a una sola immaginazione, che trova nella rigidità di un pesce salato ed essiccato la sua caratteristica fondamentale. Siamo dunque di fronte a un bastone (bacculus) che, di volta in volta, si attaglia bene a un membro virile, a un baccello, cioè a una fava, al diploma di un bachelor, alla verga di uno stalliere, a uno scettro, ecc. ecc.

Nella mia terra, la Toscana, dove mangiare diventa mangià, è facile pensare che un baccalare sia un baccalà.

La lettura delle definizioni dizionariesche relative ai lemmi qui sotto enfatizzati fa sorgere in noi alcune domande. Perché baccalare può significare ‘accademico’, ‘dottore’ e ‘baccelliere’, ma anche ‘stalliere’, ‘lucerniere’ e perfino ‘baccalà’? E come è possibile, inoltre, che tal baccelliere non abbia a che fare con il baccello? Da qui nascono le nostre perplessità.
Baccalà, come dicono alcuni, è connesso con testa e, come dicono altri, con bastone. Il baccalà deriverebbe dallo spagnolo bacalao, derivato a sua volta dal fiammingo bakkeliauw, e quest’ultimo dall’olandese kabeliauw. Il nome di questo ‘merluzzo salato ed essiccato all’aria’ è stato avvicinato al latino ba(c)culus, cioè il baculo, cioè il ‘bastone’ sul quale è stato a essiccare. A questo proposito sembrerebbe probante il riscontro con l’olandese stok-vis, il nostro stoccafisso, che significa proprio ‘pesce-bastone’, e viene inteso come ‘pesce essiccato sul bastone’. Altri ancora preferiscono risalire al guascone cap, che significa ‘capo’, o al suo diminutivo cabilh e poi cabilhau. Con questo si definirebbe il baccalà come un ‘pesce dalla grossa testa’[1].
Ma è proprio sfogliando il vocabolario che ci appare chiara la volontà degli studiosi di distinguere il pesce baccalà dal baccalario o baccalare – derivato dal latino medievale baccalarius – che significa ‘gran dottore’, ‘sapientone’. Il che pare comprensibile: non è troppo lusinghiero studiare tutta la vita, magari scrivere libri e arrivare a dire: “Sono un baccalà!”. Il lettore deve perciò essere indulgente se lo studioso non vuole scorgere questa somiglianza.
Il termine latino baccalarius, ‘gran dottore’, è evidentemente connesso con l’antico baccalaureatum dell’Università di Parigi o con il più moderno baccalauréat o con altri gradi della carriera accademica, come il francese bachelier o l’inglese bachelor:

La caduta dei valori

Leggo una tesi di baccalaureato
sulla caduta dei valori.

Straccia i tuoi fogli, buttali in una fogna,
bacalare di nulla e potrai dire
di essere vivo (forse) per un attimo[2].

Ma come può, dunque, il pesce salato ed essiccato stare vicino al sapiente dottore? Pure, dalla lettura dei nostri vocabolari si rileva che alcune accezioni dell’uno, cioè del dottore, finiscono curiosamente per coincidere con quelle dell’altro, cioè del pesce: ‘stupido’ o ‘scimunito’, per esempio. I toscani, poi, indicano il merluzzo anche con il termine baccalare, che indica anche, come si è ripetuto, anche il ‘dottorone’[3].
Per dirimere la questione, o per ingarbugliarla ancor più, ci soffermiamo su un passo di una novella del Decameron, quella di Andreuccio da Perugia, quinta della seconda giornata. Rammentiamo quanto dice Boccaccio a proposito di un bacalare:

Andreuccio a quella voce levata la testa, vide uno il quale, per quel poco che comprender poté, mostrava di dover essere un gran bacalare, con una barba nera e folta al volto… Ma colui non aspettò che Andreuccio finisse la risposta, anzi, più rigido assai che prima, disse: «Io non so a che io mi tengo che io non vengo là giù, e deati tante bastonate quante io ti veggia muovere, asino fastidioso ed ebriaco che tu dei essere».

Al di là delle varie interpretazioni del termine bacalare, che comunque suonerà in questo luogo come ‘pezzo grosso’, bisogna segnalare la rigidità di cui qui è fatto segno. Allora, il dottor baccalare e il pesce baccalà ci appaiono pervasi del medesimo senso («più rigido assai che prima»).
Il baccalare è un sapientone tutto intirizzito, alto, a volte secco, spesso superbo e ridicolo. Palese è la valenza dell’espressione «restare come un baccalà»: rimanere di stucco, impietriti. Insomma, dal dottore alla sua rigidità fisica e intellettuale, e al suo sprezzante contegno, il passo è breve: soprattutto nei mercati del pesce!
Chiaro è il significato erotico dell’«avere un gran baccalà». Ricordiamoci del pesce-bastone di cui dicevamo prima: “Mirate, mirate che bravo tincone è quello che fra le coscie gli pende. Al corpo, non vo’ dire, egli è meglio fornito che uomo del paese… Io so che ha un gran baccalaro[4].
Se il significato originario rimane quello di ‘sapientone’, ‘dottorone’, al lettore non può sfuggire la singolare coincidenza delle due metafore, tincone e baccalare, ovvero la loro segreta, e vorremmo dire ittica, rispondenza.
Siamo arrivati alla nostra prima conclusione: non ci deve essere nessuna ridicola storicizzazione del nome, non ci sono legni a cui appendere pesci, ma soltanto pesci duri e lunghi come bastoni. Anche lo stoccafisso – che anch’esso resti di «stucco»? chissa! –, è usato come sinonimo di baccalà; e da ciò scaturirà la paretimologica fissità del suo nome.
Primo Levi, in un’arguta difesa dell’etimologia popolare, coglie il senso primo della presenza del ‘bastone’ e ci consegna una preziosissima e dura bacalite: «in bacalite è evidente l’accostamento fra la veterana delle materie plastiche, rigida giallastra e puzzolente, e il pesce di poco prezzo, talmente irrigidito dal sale di cui è imbevuto da meritarsi il nome di “pesce bastone” (Stockfisch in tedesco, da cui, ancora per etimologia popolare, ed insistendo sulla rigidità, è venuto l’italiano stoccafisso). Si noti del resto l’espressione stereotipa “duro come un baccalà”»[5].
Il contatto che abbiamo appena rilevato ci consente di spiegare anche altre accezioni del baccalà-baccalare che parrebbero troppo lontane dalle altre.
L’espressione fare un baccalà significa ‘rimproverare’, ‘fare una predica’ (azioni che bene accompagnano un atteggiamento burbero, da gran dottore): baccalà, dunque, come aspra e saputa rampogna[6]. Le parole dello «scarabone Buttafuoco» costituiscono, propriamente, anche un bel baccalà. E da qui potremmo, forse, arrivare anche a baccagliare.
Si impone una conclusione provvisoria e oscena: dal baccalare al lucerniere. È divertente scoprire una qualche coincidenza tra il nome del nostro ruffiano – che tale era lo Scarabone del Boccaccio – con l’altro senso di baccalare attestato dai vocabolari, che è quello di ‘lucerniere’, o ‘sostegno per lucerne’. Coincidenza del tutto casuale?
Nell’espressione ‘reggere il lume’, infatti, si compendiano bene la figura del baccalare-lucerniere e la sua galeotta funzione di mezzano. Insomma, il bacalare del Boccaccio riassume splendidamente le diverse significazioni del nome bacalare: un pezzo grosso – un boss, diremmo – e un becero e focoso ruffiano che si chiama «Buttafuoco».
È questo il momento per porsi una domanda: qual è il lume che si regge? il lume per gli amanti? che si possano vedere? che abbiano davvero bisogno di luce? O non piuttosto un lume metaforico, ovvero la rigidità di un baccalà che si drizzerebbe nell’occasione, proprio a chi «regge il lume»?
Viene in nostro aiuto anche la comica equivocità plautina: «reggerai il lume alla sposa novella», si dice nella Casina. E il contesto è davvero appropriato.
Molto importante, a questo proposito, è la menzione di una «carnascialata» di vecchi venditori di candele, tratta dal Nono libro delle frottole di Ottaviano Petrucci (ff. 29v-30r), dei primi anni del secolo XVI, laddove si descrive il membro virile proprio come un lume, una candela:

Gionti siam ala vechieza
e vendiam dele candele.
Donne ligiadrete e bele,
gita si è nostra vegheza!
Gionti siam ala vechieza
e vendiam dele candele.
Nui ne habiamo d’ogni sorte
e de ciera rossa e biancha;
ne vendiam de longe e corte,
né mai a quelle il focho mancha.
Non sia alchuna che non brancha
cum sue man nostre candele,
longe e grosse, bianche e bele,
pien[e] de molta dolceza.
’Ste candele han tal natura
che, quanto più accese sono,
più s’ingrossa e più s’indura;
purché ’l candelier sia bono,
nui siam qui per darne in dono:
ale giovene donzelle
li empirem sì le cistelle,
che ma’ fu tanta dolceza.
E se pur de voi qualchuna
non avesse candeliero,
cum le man ne accenda una;
né man ch’arsi habiam pensiero,
ch’è ’l lavor di tal natura,
che candele che faziamo
mai non cola su le mano
a chi le usa cum destreza.

Vediamo ora altre significazioni del nostro baccalare, il quale, oltre a svolgere la funzione di ‘lucerniere’ o di ‘sostegno per lucerne’, può essere anche uno ‘stalliere’ o un baccelliere. C’è qualcosa, ci chiediamo, che unisce stallieri e baccellieri, ovvero stallieri e cavalieri, dottori e sapienti? Molto spesso gli stallieri e i cavalieri portano verghe e spade. Chiaro, dunque, è il riferimento alla virilità e al potere.
Leggiamo alcuni versi dell’anonimo trovatore (A l’entrada del temps clar), in cui compare, accanto alla pulzella, il nostro baccalar, insignito di nessun’altra dignità, se non quella che gli deriva dalla sua virile gioventù:

El’ a fait pertot mandar, eya,
Non sia jusque’a la mar, eya,
Piucela ni bachalar, eya,
Que tuit non vengan dançar
En la dansa joiosa.

Mais per nïent lo vòl far, eya,
Qu’ela n’a sonh de vielhart, eya,
Mais d’un leugièr bachalar, eya,
Qui ben sapcha solaçar
La dòmna saborosa.

Ciò che più sorprende in tutta la questione è che baccelliere e baccello debbano avere diverse etimologie: baccelliere, infatti, è generalmente chiamato ad indicare un sapientone, una persona importante dal contegno un po’ altezzoso, ed è avvicinato a baccalarius; dal canto suo, baccello, che sul piano formale è innegabilmente prossimo al baccelliere, indica la pianta della fava e deriva dal latino bac(c)illum, che significa ‘bastoncino’.
Al di là delle facili metafore oscene, che non pochi vegetali suggeriscono, non è difficile intuire il legame semantico che unisce baccelliere e baccello: il baccelliere è il portatore di un ‘baccello’, cioè di un ‘bastone’, segno della sua importanza e del suo grado.

 Riferimenti bibliografici frequenti

Angelini 2000: A. Angelini, Saggio di lessico montalcinese, Montalcino, Quartiere Travaglio; Il Leccio, 2000.
DELI: M. Cortelazzo & P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, 5 voll., Bologna, Zanichelli, 1979-1988.
Devoto 1980: G. Devoto, Avviamento alla etimologia italiana. Dizionario etimologico, Firenze, Le Monnier, 1980.
DiSLEI: V. Boggione & G. Casalegno, Dizionario storico del lessico erotico italiano. Metafore, eufemismi, oscenità, doppi sensi, parole dotte e parole basse in otto secoli di letteratura italiana, Milano, Longanesi, 1996.
Fanfani 1976: P. Fanfani, Vocabolario dell’uso toscano, 2 voll., Firenze, Le lettere, 1976.
Fatini 1953: G. Fatini, Vocabolario amiatino, Firenze, Barbera, 1953.
GDLI: S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, vol. X, Torino, UTET, 1994-2003».
Zingarelli 1995: N. Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana 1995, Bologna, Zanichelli, alla voce.

[1] Fra i tanti dizionari, si vedano il DELI e il GDLI, alle voci.
[2] Eugenio Montale, La caduta dei valori (da Diario del ’72), vv. 1-2; 9-11.
[3] GDLI, alla voce.
[4] DiSLEI, alla voce «Baccalare», p. 319 (Bandello, Novelle, III 46).
[5] P. Levi, L’altrui mestiere, Torino, Einaudi, 1985, p. 38.
[6] Cfr. Fanfani 1976, alla voce «baccalà».

Di lemmi – 18

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Troccolone

Dove si cerca di correggere una etimologia dizionariesca a nostro avviso fantasiosa e impertinente, quella di un termine popolare, forse già scomparso insieme al mestiere che indica: troccolone. Così è conosciuto il termine nelle campagne senesi, e non come treccolone o treccone che sono forme più gradite ai dizionari (e non senza motivo, come si cerca di dimostrare). Il troccolone, laddove il grado apofonico (più semplicemente troc– in luogo di trec-) risulta fondamentale per intuirne l’etimo, deriva secondo noi appunto dal troc francese, ‘commercio’, e non dalla litigiosità – presunta e ingiustamente tirata in ballo – dei ‘rivenduglioli ambulanti’ sempre pronti ad attriccarsi o accapigliarsi o cavillare nonché a truccare e a imbrogliare.

Il termine troccolone, che incontriamo vicino a treccolone nel Saggio di lessico montalcinese di Alceste Angelini, significa ‘treccone’, ‘rivendugliolo’[1].

Dobbiamo, però, avvertire di un nostro sospetto: il fatto è che, nella lunga frequentazione di queste terre senesi, non abbiamo mai incontrato un treccolone, ma soltanto un troccolone. I dizionari, invece, conoscono, a differenza del lessico montalcinese sopra citato, soltanto treccoloni e trecconi. Il treccolone deriverebbe il suo nome dal verbo treccare, ‘rivendere’ o ‘imbrogliare’, ovvero dal latino volgare *triccare[2]. Il treccolone, dunque, sarebbe per il dizionario un venditore ambulante sempre pronto ad attriccarsi con gli altri, mentre il troccolone (con una «o» di troppo) costituirebbe una presenza ingombrante e scomoda: la natura etimologica del troccolone, sembra dire il dizionario, si manifesta proprio in una lite, in un imbroglio. Altri testimoniano un truccolone quantomai indicativo[3].
Da notare che anche attriccarsi deriva dal predetto *triccare, che, derivando a sua volta dal latino tricor-ari,  significa ‘far difficoltà’, ‘cercare pretesti’, appunto ‘cavillare’ o ‘accapigliarsi’. È manifesta la sua relazione con la radice greca trich-, ‘capello’. Se ora ne consideriamo alcuni chiari derivati, come intrico, intrigante, intreccio e il già citato attriccarsi, vediamo che in tutti è presente solo il significato, in senso proprio e traslato, di ‘intrico’, ‘intrigo’, e mai un accenno a qualche transazione commerciale, a qualche tipo di commercio o di baratto, in cui consisteva propriamente l’attività – non immorale – del nostro.
Concludiamo: troccolone, che non possiede in sé alcun riferimento all’imbroglio, né alla perfidia o al trucco, se non quella impostagli dall’umiltà della condizione o del mestiere stesso, potrebbe assai semplicemente derivare dal francese troc, ‘scambio’, ‘baratto’. Troc, a sua volta, deriva dal latino medievale trocare (‘barattare’; di origine incerta, anche se in francese esiste una troque, ‘conchiglia’, feconda di antropologiche suggestioni). Infine, si dica che il passaggio apofonico da trocco(lo)ne a trecco(lo)ne, non improbabile linguisticamente, conforta il nostro etimo.

Dizionari frequentemente citati

Angelini 2000: A. Angelini, Saggio di lessico montalcinese, Montalcino, Quartiere Travaglio; Il Leccio, 2000.
DELI: M. Cortelazzo & P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, 5 voll., Bologna, Zanichelli, 1979-1988.
Devoto 1980: G. Devoto, Avviamento alla etimologia italiana. Dizionario etimologico, Firenze, Le Monnier, 1980.
DSLEI: V. Boggione & G. Casalegno, Dizionario storico del lessico erotico italiano. Metafore, eufemismi, oscenità, doppi sensi, parole dotte e parole basse in otto secoli di letteratura italiana, Milano, Longanesi, 1996.
Fanfani 1976: P. Fanfani, Vocabolario dell’uso toscano, 2 voll., Firenze, Le lettere, 1976.
Fatini 1953: G. Fatini, Vocabolario amiatino, Firenze, Barbera, 1953.
GDLI: S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, vol. X, Torino, UTET, 1994-2003».
Zingarelli 1995: N. Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana 1995, Bologna, Zanichelli, alla voce.

[1] Angelini 2000, alle voci «treccolóne» e «troccolóne». Lo scambio della vocale tematica – apofonia – è il medesimo che incontriamo in tegola e toga, due cose entrambe atte a coprire, ovvero in becero e voce (boce).
[2] In latino classico tricari; si veda, tra gli altri, Devoto 1980, alla voce «treccone».
[3] Di qua dal fosso. Piccolo dizionario di chianino, Torrita di Siena, Associazione culturale Ottagono, 2010, alla voce «troccolóne», ‘falso, mentitore’. Si veda anche la voce «Truccóne», in GDLI, laddove, accanto a ‘sensale di matrimoni’ compare anche l’‘incettatore, soprattutto di merci alimentari’. Il GDLI conosce il «Troccolóne» solo come ‘corpo grosso e sgraziato’.

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Bosco, bosso e colosso

Dove ci si lamenta, ancora una volta e forse a torto, del terrore accademico della paretimologia; il qual terrore ha indotto gli studiosi a sostenere che gli scuri delle finestre o delle porte prenderebbero il loro nome da una radice longobarda, skur, e che niente avrebbero a che vedere con l’oscuro e lo scuro.
Dove poi si sostiene, confortati da una testimonianza medievale e da altri riscontri, che il termine bosco non provenga dalla radice germanica indicata dai dizionari, ma semplicemente dalla metatesi del latino buxus, ‘bosso’. Quindi, nel contemplare la natura cava del buxus, che diventa in italiano bossolo e che rimanda alla cavità dell’inglese box (e anche della busta e della bussola nostrane), si fantastica sopra un cavolo indiscutibilmente cavo, sopra un caule e perfino sopra un colosso.

Degli scuri

Gli scuri, quelli che servono per oscurare una stanza, dovrebbero prendere il nome, a stare ai vari dizionari, dal longobardo *skūr che, significando ‘riparo, protezione’, sarebbe «passato nell’italiano, con piena tecnicizzazione nella sfera dell’edilizia, a significare “imposta della finestra”, che serve a riparare»[1].
Tale definizione, tuttavia, non ci sembra accettabile – a meno di contorsioni storico-linguistiche o altre prestidigitazioni – in quanto gli scuri, almeno in provincia di Siena, stanno dalla parte interna del serramento e si appongono, o meglio si apponevano come quelli della vecchia bottega del mio nonno, dall’interno della stanza: non servono affatto per riparare, ma solo per oscurare. Tutti sanno, eccetto alcuni etimologisti, che gli scuri, ancor oggi, sono quelli che si aprono verso l’interno della stanza e fungono da tende mobili: riparano sì, ma dalla luce e dagli sguardi altrui.

Del bosco

Allor porsi la mano un poco avante,
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ‘l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb’esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi».
Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via,
sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme[2].

Il bosco, secondo le rocambolesche peripezie dei dizionari deriverebbe dalla voce longobarda bosch[3]. Non si comprende, tuttavia, perché la ricerca debba spingersi sempre in territori così lontani e fuori dal nostro preciso controllo. Ora, sapendo che il termine volgare bosco traduce il latino medievale buscus[4], ci chiediamo se quest’ultimo non possa derivare da buxus attraverso una semplice metatesi. Il bosco sarebbe quindi figlio del bosso. Del resto, in francese, il ‘bosco’ e il ‘legno’ si dicono bois, il ‘bosso’ buis. Ma lasciando da parte la questione, ci interessiamo ora alla cavità non solo del buxus, che ci ricorda l’inglese box, ma di tutti gli alberi e di tutti i bastoni: «Chiedigli un bastoncino fatato da potertici nascondere dentro senz’essere veduta». Così recita un passo esemplare di una novella senese[5].

Alberi cavi[6]

Alla fine di questo viaggio rimane l’idea essenziale che la pianta sia un organismo percorso internamente da linfe vitali, un’idea che non è affatto estranea all’invenzione dantesca sopra riportata. Non è difficile credere che questa sia l’immagine che più di altre ha contribuito a sviluppare le analogie fra uomini e piante di cui abbiamo fin qui parlato: i vegetali sono cavi.
Qui, nel rimandare la questione a un’indagine più accurata, non possiamo fare che alcune considerazioni. La nostra lingua può immediatamente offrirci un sostegno: il termine bossolo, che indica un contenitore, deriva dal bosso, latino buxus, una pianta particolarmente adatta per farne flauti[7]. Anche l’astuccio deriva da un’asta, ovvero un bastone. Vuoti sono il greco kaulós e il latino caulis, ‘gambo’, da cui deriva il nostro termine botanico caule, imparentato strettamente anche con un cavolo, il quale deve essere cavo: come potrebbero i bambini nascere da (sotto) un cavolo se questo non rappresentasse il canale che unisce il mondo sotterraneo a quello di sopra? Il latino ci dice poi, confermando questa prospettiva, che il cavolo si dice anche holus, cioè, come testimonia l’inglese hole (hollow), un ‘buco’.
Il gambo, dunque, deve consentire il passaggio della linfa vitale, che sia un calamo che lasci un segno (sema) o un pene che lasci il suo seme. Candele e lucerne – ivi comprese le piante omonime – sono anche immagini del sesso maschile.
Sappiamo che le fiabe costituiscono un terreno particolarmente adatto a quegli alberi cavi in cui si nascondono tesori: L’acciarino magico di Andersen o La camicia della trisavola di Gozzano … La mitologia, infatti, ha lasciato spazio alla fiaba: per così dire da Meleagro a Pinocchio. Attraverso gli alberi si raggiunge spesso l’aldilà o comunque un altrove, mentre i cani che vi abbaiano sembrano riproduzioni più o meno precise di Cerbero. È curioso, poi, che dei bachi siano stati trasportati entro baculi, ‘bastoni, canne’. La famosa storia del baco da seta sembra quasi concepita col solo fine di suffragare simili riflessioni. Ci sembra comunque innegabile una relazione metonimica fra il baco e il baculo che lo ospita:

Durante il regno di Giustiniano un persiano introdusse a Bisanzio l’allevamento del baco da seta, fino ad allora ignoto ai romani. Questo persiano – che veniva dal paese dei Seri – pose nel cavo di una canna le uova del baco e le portò integre fino a Bisanzio; all’inizio della primavera le liberò e prese ad alimentare i bachi con foglie di gelso: i bachi – nutriti con queste foglie – generarono delle ali e compirono tutte le altre loro operazioni[8].

Leggiamo un passo del De bello Gallico di Cesare, ennesimo testimone della vacuità di cui si sta parlando, nel quale si racconta che uno schiavo di Verticone porta una lettera nascosta in un giavellotto, litteras in iaculo inligatas[9].
Livio – per rimanere presso gli antichi – racconta che Bruto, inviato a Delfi a consultare l’oracolo, si presentò con un pezzo di legno come dono. Si trattava, però, di un bastone cavo che conteneva una verga d’oro[10].
Infine, non possiamo dimenticare la vicenda di Prometeo, il quale, rubando il fuoco agli dèi e nascondendolo dentro a una ferula, ci offre un’immagine assai chiara di questa idea[11].

Fantasia conclusiva intorno al colosso

Innanzitutto, com’è che arriviamo al colosso? Per associazione d’idee, forse non del tutto giustificate. Premettiamo che, nel definire il colosso, tutti i dizionari rimandano a una ‘statua di dimensioni smisurate’.
Comunque sia, da una parte, il colosso, che ci appare formalmente vicino al kaulós e ai suoi affini, sembra partecipare della cava natura del vegetale; dall’altra, sappiamo bene che i colossi, data la loro dimensione, sono percorribili all’interno e internamente cavi.
Queste suggestioni, inoltre, trovano un sostegno nel fatto che il termine greco kolossós indica la ‘stele funebre’, la cui funzione è quella di segnalare – con le sue forme appena sbozzate – l’assenza del defunto[12]. E così ci sembra che il vuoto segnalato dalla stele non sia troppo lontano da quello segnalato dal kaulós, dal caule. E perché mai dovrebbe chiamarsi stele, quella funebre? Forse perché è come uno stelo, un fiore alla memoria.
Infine, il colossale e il cavo si ritrovano anche negli alberi da cui siamo partiti, come i tronchi cavi di Pio II capaci di contenere «più di venticinque percore o agnelli»[13] o il castagno gigante di Giorgio Santi:

Egli è una vecchissima pianta, che forse avrà tre secoli, e più di antichità. Il di lui pedone è internamente affatto voto, e vi si entra da due grandi aperture, per le quali si può passare comodamente a coppia a coppia. Ne misurammo con esattezza il diametro interno, e l’esterna circonferenza. Il suo diametro interno preso nella maggior larghezza è nel voto braccia 9.1/2: la sua circonferenza  è braccia 39. grandezza veramente straordinaria, e appena credibile, e che può far riguardare questo Castagno come il Gigante dei Castagni di questa Montagna. Colla fantasia piena della maestosa grossezza dell’antico Castagno ce ne ritornammo a Casa, e al riposo[14].

Fermiamoci qui.

Riferimenti bibliografici frequenti

Angelini 2000: A. Angelini, Saggio di lessico montalcinese, Montalcino, Quartiere Travaglio; Il Leccio, 2000.
DELI: M. Cortelazzo & P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, 5 voll., Bologna, Zanichelli, 1979-1988.
Devoto 1980: G. Devoto, Avviamento alla etimologia italiana. Dizionario etimologico, Firenze, Le Monnier, 1980.
DSLEI: V. Boggione & G. Casalegno, Dizionario storico del lessico erotico italiano. Metafore, eufemismi, oscenità, doppi sensi, parole dotte e parole basse in otto secoli di letteratura italiana, Milano, Longanesi, 1996.
Fanfani 1976: P. Fanfani, Vocabolario dell’uso toscano, 2 voll., Firenze, Le lettere, 1976.
Fatini 1953: G. Fatini, Vocabolario amiatino, Firenze, Barbera, 1953.
GDLI: S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, vol. X, Torino, UTET, 1994-2003».
Zingarelli 1995: N. Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana 1995, Bologna, Zanichelli, alla voce.

Note

[1] Basti, a mo’ di esempio, il DELI, alla voce «scùro2», da non confondere, ovviamente, con «scuro1», quello che tutti conosciamo (vol. 5). Quando si dice fare a brandelli Orfeo!
[2] Dante, Inf. XIII 31-45.
[3] DELI, vol. 1, alla voce «bòsco», vol. 1.
[4] Francesco da Barberino, I documenti d’amore, a cura di Francesco Egidi, II 276, Archè, 2006.
[5] Novelle popolari senesi raccolte da Ciro Marzocchi. 1879, Roma, Bulzoni, 1992, I, p. 41.
[6] Il testo che segue è tratto dal nostro Piccolo erbario mitologico. Storie di piante di un giardino letterario.
[7] Anche Ovidio, Metamorphoses, 4, 30. Suggestioni in questo senso – flauti ricavati sia da piante che da ossa umane – troviamo nel saggio di Propp intitolato L’albero magico sulla tomba: Propp [1975, 3-39, alle pp-12-13].
[8] Fozio, Bibliotheca, 26a e b; cfr. Wilson [1992, 104].
[9] Cesare, De bello Gallico, 5, 45.
[10] Livio, Ab Urbe condita, 1, 56; cfr. Bettini [2000, 75; 93 ss.].
[11] Secondo Apollodoro (Bibliotheca, 1, 7, 1) lo nasconde in una ferula (narthex). Sull’identificazione con il finocchio gigante, ferula communis, Guidorizzi [1995, 199 n. 106]: il gambo del finocchio «contiene un midollo bianco che essendo molto secco prende fuoco come uno stoppino. Il fuoco si mantiene acceso perfettamente nello stelo e consuma il midollo gradualmente senza danneggiare la corteccia». Quest’uso sarebbe storicamente accertato.
[12] Vernant [2001, 24-31; 2014, pp. 23-29].
[13] Piccolomini, E.S., papa Pio II [1984, 1651].
[14] Santi [1975, 246-247]. Dal viaggio di Pio II nel 1462 a quello di Giorgio Santi del 1789 trascorrono tanti anni quanti potrebbero essere quelli del gigantesco castagno: «tre secoli, e più»!

Di lemmi – 16

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Corde, cuori e ricordi

Not is a knot of the thread of a conversation (Timothy Holthorne)
Il no è il nodo del filo del discorso (trad. Raffaele Giannetti)

Dove, con l’«aiuto» del nostro caro Timothy, si ragiona sopra l’accordo, il raccordo e il ricordo; i quali potrebbero avere insospettabili relazioni formali non solo con un cuore, come dicono i dizionari, ma anche con una corda. Si nota poi che i ‘cuori’, in latino, suonano corda: quando si dice, appunto, essere giù di corda! Infine veniamo alla corda, quella femminile singolare, che in greco è chordé e in latino chorda, laddove l’aspirazione della consonante iniziale escluderebbe legami con i cuori latini. Comunque sia, sembrandoci pur sempre strano che l’«accordo» musicale non possa essere ricondotto a quella precisa metafora del cuore che è la corda che vibra, si nota, in un ultimo sussulto di caparbietà, che il cuore inglese, heart, è formalmente simile alla chordé. Segue una fantasia sul ricordo.

Della corda

Cuori e corde, ovvero concordia e discordia, accordo e accordatura, raccordo, ricordo…
Premettiamo che, per loro stessa ammissione, i dizionari non hanno le idee troppo chiare riguardo all’argomento. Considerano, tuttavia, la corda – dal greco chordé, quindi dal tardo latino chorda – un’etimologia popolare sovrappostasi più o meno fraudolentemente al vero etimo della nostra famiglia di parole; la quale nascerebbe dai verbi concordare e accordare, derivanti, a loro volta, dal cuore latino: cor cordis. Il plurale di quest’ultimo – non lo dimentichiamo – suona corda, non lontano dal cuore greco kardía, ovvero kêr[1].
Pur accettando il diktat del dizionario, ci dispiace il fatto che l’accordatura non abbia nulla a che vedere con la corda. Constatiamo, infatti, che l’accordo associa in sé, senza alcuna forzatura, quelle che sembrerebbero due significazioni diverse, rappresentando sia il patto, la convenzione e la concordia, sia la sovrapposizione di alcune note musicali. Non possiamo fare a meno di notare – e lo facciamo con una certa soddisfazione – che il dizionario spiega la prima accezione di accordo, quella che riguarda ‘il concordare, il trovarsi d’accordo’, per mezzo di una significativa espressione, forse non abbastanza ponderata: «armonia di sentimenti»[2]. Qui, come è chiaro, la musica – e sotto sotto la corda – serve a rappresentare concretamente un concetto astratto.
Quanto al raccordo, il vocabolario prende altre strade – francesi, ad esser precisi – invocando il recente ingresso del termine nei vocabolari[3]. Innegabile, tuttavia, è la vicinanza di quest’ultimo termine alla corda geometrica, che costituisce sostanzialmente un raccordo fra due punti della circonferenza. Ed è proprio nella sezione de mathematica che Isidoro di Siviglia aveva descritto la sua chorda come un cuore. Ma la condanna è senza appello: «Etimologia ancora una volta fantasiosa: il termine chorda… non ha relazione alcuna con la parola cor»[4].
Se questo è indubitabile, si riconosca, almeno, la felicità dell’immagine che fa del nostro cuore una corda risuonante: il cuore pulsa proprio come Orfeo pulsat la corda della lira col plettro d’avorio. L’antico verbo pulsare, dunque – come ricordava anche Isidoro – indica il tocco del cantore sulle corde dello strumento[5].
Eppure, il veto degli etimologisti non ci permette di avvicinare la nostra chorda – con quell’acca non propriamente muta – ai corda, ai ‘cuori’. Costretti, dunque, ad ammettere che nessuna parentela può o potrà mai unire corde e cuori, dobbiamo cercare un’altra soluzione; la quale, beninteso, non escluda la chorda dal nostro orizzonte.
Ci chiediamo, dunque, perché gli accordi debbano trarre la loro origine da un cuore piuttosto che da quella sua vivace immagine che è la corda. Sappiamo tutti che la lingua ricorre a metafore e altre analogie che non sono tardivi abbellimenti; e che lo fa allo scopo di renderci il mondo più comprensibile: la lingua volgare, soprattutto, che ama i sensi più dell’astrazione, può servirsi dell’udito per rappresentare concetti difficili da definire, come l’armonia o la concordia. L’assonanza, l’univocità, l’unisono entrano a buon diritto nel nostro discorso. Forse che il nostro cuore non vibra? Non vibrano le nostre corde? Non possiamo toccare la corda giusta? Le nostre parole non sono talvolta vibranti?
La paretimologia di Isidoro ci illudeva sulla strada da percorrere? Forse, ma se la corda può essere metafora del nostro cuore pulsante, non potrebbe esserne anche il nome? Se così fosse, giungeremmo a una conclusione inaspettata: il cuore, il cui battito abbiamo creduto di sentire sotto all’accordo, potrebbe essere solo una falsa etimologia – questa sì – sovrappostasi con la frode al vero etimo della nostra famiglia di parole: la corda, che, come in italiano, ha perduto la sua aspirazione. Vorremmo, quindi e infine, che la chordé, caratterizzata dalla sua aspirazione, fosse riconosciuta in un ‘cuore’ inglese, pur sempre indoeuropeo: heart; tanto più che è la musica inglese che, con i suoi accordi o chords, ci riconduce senza tentennamenti alla nostra aspirazione iniziale, all’antica chorda[6]

Del cuore e del ricordo. Fantasia liberatoria

Nonostante tutto ciò che è stato fin qui detto, non è troppo facile immaginare una concordia priva di cor, visto che il latino conosce anche socordia ‘indolenza, pigrizia’ e vecordia ‘pazzia, stoltezza’ (le cui manchevolezze di cuore sono da addebitarsi interamente ai prefissi privativi e non certo alla loro etimologica cordialità): so– equivale a se– ovvero sine, cioè ‘senza’; mentre ve– o vae– è da connettersi con antichi ‘guai’ e con la vacuità. Se l’accordo ci pareva un termine troppo vicino alla consonanza di una chordé e una squisita metafora musicale, anche il cuore, dal canto suo, ha da vantare legami con il tempo che scorre e con la sua misurazione: i termini sistole e diastole sono ancora oggi pertinenti sia alla descrizione di un cuore che batte sia al ritmo, alla metrica, alla retorica e, quindi, alla musica[7].
Ma c’è un’altra parola che turba, si fa per dire, i nostri sonni: il ricordo, perché anch’esso viene ricondotto al cuore, che è l’antica sede della memoria. Al proposito ci sovviene il francese par cœur, ‘a memoria’.
Tuttavia, Eugenio Montale, con uno dei suoi Ossi di seppia, ci fa di nuovo balenare davanti l’immagine della corda. Snodo essenziale della lirica, incentrata sul ricordo, infatti, è l’immagine della carrucola, che costituisce una nuova, meccanica e cigolante metafora del ri-cordare, del ri-trarre il filo della memoria:

Cigola la carrucola del pozzo,
l’acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un’immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro…
Ah che già stride
la ruota, ti ridona all’atro fondo,
visione, una distanza ci divide[8].

Il ricordo, vediamo, ritorna faticosamente in superficie, contenuto in un secchio che è specchio alquanto narcisistico e immagine retoricamente riflessa: «Trema un ricordo nel ricolmo secchio, | nel puro cerchio un’immagine ride».
E poi tutti vediamo come l’aggettivo atro – nel penultimo verso, giù nell’oscuro fondo della poesia e del pozzo –, un atro che significa ‘nero, privo di luce e insieme atroce’, rappresenti la memoria perduta di sé, di chi ormai è altro, cioè altro da sé. L’alterità montaliana non può essere che atra. Ciò equivale a dire che è proprio il termine altro, mal riflesso nell’acqua di un pozzo, a trasformarsi in atro: «Accosto il volto a evanescenti labbri: | si deforma il passato, si fa vecchio, | appartiene ad un altro…».
Ah… Proprio nel momento del riconoscimento, in questo varco e in questo limine costante degli Ossi di Montale, si consuma la tragedia, stride la tragedia. Si tratta di Narciso e non di Euridice: chi si riflette nell’acqua è lo stesso poeta, che non si riconosce più nella sua memoria di sé. Un «passato» che «si fa vecchio» non è, a pensarci bene, quello a cui tutti, nella euforia superficiale del momento, pensiamo. Proprio no, perché il passato, semmai, dovrebbe farsi giovane, o riproporre immagini sbiadite della nostra passata gioventù. Il recupero memoriale presuppone che il tempo trascorso appaia irrimediabilmente cambiato. È per questo che il poeta, scrutando nell’acqua, non riconosce più, come suo, quel tempo. È rievocando le sue forme giovanili che Montale le scopre vecchie, come fossero solo parvenze lontane di quella che è la sua attualità. Il giovane di un tempo può apparire vecchio, almeno sotto il profilo morale, ma non soltanto. Si tratta di un Narciso capovolto. Nella rimemorazione stessa sono, dunque, già insite le ragioni della sua distanza dall’oggi. Non vi è mai capitato, nel riguardare una vecchia foto, di sentirne tutta la distanza, di giudicarla datata, superata, fuori moda? Che cosa avete pensato quando vi siete rivisti con quei capelli ridicoli, quel maglioncino a righe orizzontali che oggi nessuno porterebbe, con quei pantaloni da clown…? Vogliamo, allora, notare che il ridere – questo augurale e aurorale ‘venire alla luce’ – non tarda a trasformarsi in uno st-ridere beffardo e sonoro, segno di una stridente inattualità. E lo fa, con una coerenza poetica assoluta, senza morire del tutto, conservando, per così dire, i tratti della sua antica fisionomia umana.
«Lo ri-cordo significa lo formidabile et laborioso ritrarre la chorda, grauata da la secchia, fora da lo pozzo de le memorie, oue isse disfatte putono; e lo suo putere nessuno vorria più sentire». Così, in un vecchio scartafaccio, il solito anonimo. La memoria è come una carrucola.
Del resto, anche la metafora che meglio di altre sembra descrivere l’atto del ricordare narrando, cioè il tessere, deriva da un intreccio di fili, dal tramare e dall’ordire, cioè da caratteristiche di ordine compositivo, e soprattutto dalla particolare maniera di riappropriarsi del passato che tale immaginazione presuppone: passo passo, come dice Manzoni, senza salti, sempre più indietro; ma sempre con quella particolare complementarità che lega il diritto al rovescio: come se si trattasse, appunto, di riavvolgere la corda[9].
Se il ri-cordare significasse ‘ri-trarre il filo delle memorie’, forse il rammentare potrebbe confondersi, almeno per un momento, col ‘rammendare la tela, strappata, del ricordo’; come dice Mrs. Kessler, nell’Antologia di Spoon River: «E gli strappi e le toppe s’allargano col tempo; | non c’è ago o filo che possano frenare la rovina»[10].
Eppure, la tela non è il gomitolo, e il racconto non coincide con l’azione del tessere, cioè del vivere, quanto con il suo contrario, col guastare la tela e riavvolgere il filo: raccontare per non morire, cioè rivivere il tempo trascorso volgendosi indietro, addipanando il filo dei ricordi.
Leggiamo, infine, di un cuore che è memoria e, insieme, strumento musicale:


il vento che nasce e muore
nell’ora che lenta s’annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore[11].

Scordare, dunque.
Anche qui, una perfetta sovrapposizione, in quanto scordare, che è anche il contrario di accordare, è vicino a corde e ricordi. Che sia l’ennesima coincidenza?

Riferimenti bibliografici

Battaglia 1994-: S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, Torino, UTET.
Benveniste 1976: E. Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, 2 voll., Torino, Einaudi.
Cortelazzo & Zolli 1979-1988: M. Cortelazzo & P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, 5 voll. Bologna, Zanichelli.
D’Annunzio 1995: G. D’Annunzio, Notturno, in Prose scelte, a cura di Gianni Oliva, Roma, Newton Compton.
Devoto 1980: G. Devoto, Avviamento alla etimologia italiana. Dizionario etimologico, Firenze, Le Monnier.
Grmek 1996: M.D. Grmek, Il calderone di Medea. La sperimentazione sul vivente nell’Antichità, Roma-Bari, Laterza.
Isidori Hispalensis Episcopi Etymologiarum sive originum libri XX, 2 voll., 1. ed. 1911, Oxford University Press, 2007.
Isidoro di Siviglia, Etimologie o origini, a cura di Angelo Valastro Canale, 2 voll., Torino, Utet, 2006.
Montale 1996a: E. Montale, Prose e racconti, a cura e con introduzione di Marco Forti, note ai testi e varianti a cura di Luisa Privitera, Milano, Mondadori.
Montale 1996b: E. Montale, Il secondo mestiere. Arte, musica, società, a cura di G. Zampa, Milano, Mondadori.
Montale 1997: E. Montale, Tutte le poesie, a cura di G. Zampa, Milano, Mondadori.
Solomon 1998: M. Solomon, Su Beethoven. Musica mito psicoanalisi utopia, trad. di G. Zaccagnini, Torino, Einaudi.

[1] Devoto 1980; Cortelazzo & Zolli 1979-1988; Battaglia 1994-, alle voci. Anche s. Agostino aveva associato cor e recordatio: «et abigo ea manu cordis a facie recordationis meae» (Agostino, Confessioni, X 8). Rimandiamo a Benveniste 1976, I, p. 135, dove si associano cor e recordor.
[2] Cortelazzo & Zolli 1979-1988, alla voce «accordàre» (sotto cui «accòrdo»).
[3] Iidem, alla voce.
[4] Isidoro di Siviglia, Etimologie, III 22.6 (su cor, XI 1, 118). A. Valastro Canale, commento ad locum dell’ed. UTET, Torino 2006.
[5] Ovvero «pectine eburneo» (Virgilio, Eneide, VI 647).
[6] In un passo del Paradiso dantesco, troviamo una corda – quella dell’infallibile arco divino – che rima con s’accorda: «e ora lì, come a sito decreto, | cen porta la virtù di quella corda | che ciò che scocca drizza in segno lieto. | Vero è che, come forma non s’accorda | molte fïate all’intenzion de l’arte, | perch’a risponder la materia è sorda» (Dante, Par., I 124-29; ma si veda anche l’arco del v. 119. Ma basta un’anglica cordicella – cord – a far cadere la nostra fragile costruzione.
[7] Sappiamo che «un trattato anonimo, Sinossi sul polso, attribuito a Rufo d’Efeso, sostiene che Erofilo non ha studiato soltanto il numero dei battiti del polso in un tempo dato, ma anche il suo lògos, e cioè il rapporto fra la durata della sistole e della diastole. Secondo Erofilo, il ritmo del polso variava secondo l’età e lo stato di salute; è possibile paragonare il polso di ogni età a un metro della prosodia: nel neonato, è breve nella diastole e nella sistole (due sillabe brevi o pirrichio); nei giovani, è un trocheo; negli adulti, uno spondeo; e nei vecchi, un giambo» (Grmek 1996, p. 49 e ntt. 4-7 alle pp. 133-34).
[8] In un racconto del 1948, La casa delle due palme, Montale reinventa il suo «pozzo delle memorie» (Montale 1996a, p. 39; ma si legga anche Il bello viene dopo, a p. 50: «“Un secchio d’acqua di pozzo tirata su… con dentro dieci o dodici limoni spremuti…”»). Una precisa suggestione dannunziana: «Odo stridere la carrucola del pozzo. Il passato mi piomba addosso col rombo delle valanghe; mi curva, mi calca» (D’Annunzio 1995, p. 150). Nell’immaginazione poetica di Montale si riverbera anche un passaggio dantesco: «Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro | movesi l’acqua in un ritondo vaso» (Par., XIV 1-2).
[9] È così che l’Innominato, «il tormentato esaminator di sè stesso, per rendersi ragione d’un sol fatto, si trovò ingolfato nell’esame di tutta la sua vita. Indietro, indietro, d’anno in anno, d’impegno in impegno, di sangue in sangue…» (A. Manzoni, I promessi sposi, cap. XXI).
[10] Trad. A. Rossatti. Ma il rammendo è la sutura di una menda, cioè di un errore (emendare) e che rammentare è connesso con la latina mens (come ‘mentovare’), così come ricordo sarebbe connesso con cor.
[11] Corno inglese; enfasi nostra (Montale 1997, pp. 13 e 799). Un’ultima citazione montaliana: «Dalla mia la tua musica sconcorda, | allora, ed è nemico ogni tuo moto. | In me ripiego, vuoto | di forze, la tua voce pare sorda» (Giunge a volte, repente, vv. 4-7, in Montale 1997, p. 57).

Di lemmi – 15

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Bisticcio

Dove si sostiene, ancora una volta in contrasto con i dizionari etimologici, che il termine bisticcio potrebbe essere fatto risalire, invece che a un fantasma lessicale (una voce longobarda, del resto dalla dubbia pertinenza), a un termine poetico quale emistichio, cioè ‘mezzo verso’, il quale darebbe ragione di entrambi i significati del bisticcio: ‘alterco’ e ‘gioco di parole’. In fondo che cos’è un emistichio – questa parte di verso, magari di un contrasto o una tenzone – se non un ‘rispondersi per le rime’?

Secondo il dizionario etimologico, il bisticcio, che rappresenta sia il ‘litigio’ che il ‘gioco di parole ottenuto con l’accostamento di vocaboli di suono simile e significato diverso’, deriverebbe da un congetturale termine longobardo: *biskizzan, ‘lodare’ e ‘ingannare’[1]. Il termine, che viene associato a un bischicium (Parma 1316) e a un bisquizzo, avrebbe la stessa origine della bisca; si sarebbe evoluto dal latino bischicium per un adattamento del toscano[2].
Leggiamo che cosa dice Pietro Fanfani nel suo Vocabolario dell’uso toscano: «Dicono i Lombardi, non Bisticcio, ma Bischizzo, ovvero Bisquizza: la qual voce Giulio Scaligero nel capitolo 56, del libro III, della sua Poetica fa venir dalla Latina bisquæsitum», pronunciato volgarmente bischizzo, quasi si trattasse di una ripetizione[3].
Ci chiediamo, tuttavia, perché non si trovi alcuna attestazione del bischic(c)io o del bischic(c)iare. Nonostante la nostra buona volontà e i nostri proponimenti, le spiegazioni del dizionario ci appaiono insoddisfacenti e non poco tortuose.
Qui da noi, in terra senese, bisticciare è ancora verbo comunemente usato per descrivere le bonarie e familiari liti dei ragazzi: «Suvvia, non bisticciate!». Perciò non ci pare giusto distinguere, come fanno alcuni dizionari, il bisticcio ‘litigio’ dal bisticcio ‘gioco di parole’, perché è proprio in questa sovrapposizione che scopriamo la natura linguistica e giocosa di questa lite o, se preferiamo, l’asprezza polemica di questo gioco di parole.
La vecchia suggestione etimologica per cui il bisticcio sarebbe un bis dictum, cioè ‘detto due volte’, è certamente più appagante, e come vedremo non meno plausibile, dell’indicazione del dizionario che abbiamo appena letta. Come al solito, è stato un incontro fortuito con una parola antica, che ci ha suggerito una nuova ipotesi: misticcio. Che cosa indicasse tale sconosciuto misticcio non è chiaro. Si può ricavare dal contesto: i misticci di Nastagio di ser Guido, poeta montalcinese del Trecento, sono componimenti in rima, assai simili a tenzoni poetiche, a poetici contrasti, a diverbî, insomma: come resistere, dunque, alla tentazione di associare il misticcio al bisticcio? Si tratta di una vera e propria risposta per le rime!
Il bisticcio, allora, grazie all’arcaico misticcio, con questa iniziale che non potevamo sospettare, ci è apparso improvvisamente come un emistichio, cioè un ‘mezzo verso’ che, in poesia, indica lo spazio destinato a una risposta tanto pungente quanto «rimata». Non sembra, infatti, un caso che gli elementi caratteristici del bisticcio, ovvero l’arguzia irriverente da una parte e la ripetizione di elementi metrici e strutturali, quasi un’eco, dall’altra, si ritrovino proprio nella tecnica poetica amebea, quella dell’alterco amoroso. In altre parole, il misticcio rappresenta l’anello con cui abbiamo incatenato insieme due lemmi che, altrimenti, avrebbero condotto una vita ingiustamente separata: il bisticcio e l’emistichio.
Infine, ci sembra che il bis dicere di cui sopra, per quanto fantasioso, fosse non poco arguto nel suggerire la presenza di una distribuzione sintattica, non troppo diversamente da quanto succede con il prefisso emi– (o hemi-; quello di emistichio), che vuol dire ‘metà’ e, nel nostro caso, ‘metà per uno’.

[1] M. Cortelazzo & P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, vol. I, A-C, Bologna, Zanichelli, 1979, alla voce «bisticciàre»: «Piuttosto che dalla loc. dar di bisto ‘dar di cozzo’ con un impiego fig. di bisto ‘membro virile’ [A. Prati, Vocabolario etimologico italiano, 1951], dal longob. *biskizzan ‘lodare’, ‘ingannare’ [B. Migliorini – A. Duro, Prontuario etimologico della lingua italiana, Torino5; G. Devoto, Avviamento alla etimologia italiana, Firenze, 1967]».
[2] Il Bistìccio1 inteso come ‘artificio stilistico’ – distinto dal Bistìccio2 inteso come ‘litigio’ – sarebbe «Voce gergale, derivata dallo stesso etimo di bisca, biscazza (nell’ital. sett. biscar ‘adirarsi’), con adattamento toscano bisticcico e bisticcio come (mastio per maschio)» (S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, vol. II, Torino, UTET, 1994, alla voce). Quanto a bisca, essa deriverebbe da biscazza, di etimo incerto.
[3] P. Fanfani, Vocabolario dell’uso toscano, I, Firenze, Le lettere, 1976, alla voce «bistíccio», p. 156, col. a.

Di lemmi – 14

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Necessario: essere o non essere?

Dove si sostiene, in contrasto con i dizionari etimologici, che il termine necessario (dal latino necesse) non ha nulla a che vedere con il cedere (dizionariescamente ne/cessario, ‘non cedibile’), quanto piuttosto con il non essere (nec/essario). Ebbene, se in latino il ‘non essere’ suona necesse, e l’‘essere’ esse, è il primo – ciò che non è, ovvero il contrario – ad apparire necessario alla definizione di un ente (che è, non dimentichiamolo, l’antico participio presente del verbo essere). Questione antichissima, la nostra, e sempre attuale, almeno dai filosofi presocratici ai teatri in cui si recita Amleto.

Secondo il dizionario etimologico, il necessario rappresenta «ciò di cui non si può fare a meno». Il termine, derivato dal latino necessariu(m), che a sua volta deriva da necesse, sarebbe composto da ne-, ‘non’, e cedere, ‘ritirarsi’; significherebbe quindi ‘che non può essere ritirato, mosso’[1]. La sua dotta natura appare ancora intatta nell’avverbio necessariamente.
La spiegazione del dizionario non ci sembra delle più convincenti, e non solo perché il necessario degli antichi o dei filosofi si colora di un ineluttabile che ci sembra alquanto lontano dal non cedibile di cui sopra – il quale implica una vicinanza o un possesso almeno un po’ imbarazzanti, per esempio nell’espressione ‘mancare del necessario’ –, ma per motivi di carattere formale. Un incontro, non del tutto fortuito, ci ha infatti indirizzati verso una nuova meta: si tratta del lemma «necessàre», un verbo antico che significa ‘essere necessario, indispensabile o opportuno’[2]. Constatiamo, quindi, che tale forma ben si accosta a quella di un altro verbo italiano: interessare (dall’infinito verbale latino interesse).
Ora, poiché interesse è un composto del verbo latino esse, cioè ‘essere’ (inter esse significa propriamente ‘trovarsi in mezzo, stare fra’), è agevole pensare che la scomposizione formale del nostro lemma, così come ci è stata presentata dai dizionari (necesse), non sia scontata. Sovrapponendo i due termini (interesse e necesse), vediamo infatti che, alla luce dell’inter-esse, il necesse potrebbe rivelarsi come il frutto di nec ‘non’, ed esse ‘essere’, significando ‘non essere’. In fondo, avremmo davanti a noi due composti dello stesso verbo latino esse. Per di più, entrambe le voci, interesse e necesse, si sarebbero trasformate in due sostantivi della lingua italiana. Il ragionamento, certamente, non è falsato dal fatto che necesse è una voce arcaica, tipica della filosofia scolastica, assai meno longeva della prima. È comunque attestata dal dizionario[3].
Inoltre, il prefisso nec- dà luogo ad altri termini della lingua latina come i sostantivi negotium ‘negozio’, ‘affare’ e nex necis, ‘morte’; o come i verbi negare e necare, ‘negare’ e ‘uccidere’, che esprimono bene il senso, per così dire, di una nec-azione. Infine, nessuno dei termini che iniziano per nec– o neg– è composto con un prefisso di forma ne-, ma solo con nec[4].
Qual è, dunque, il senso di tutto ciò? Sapendo che ogni entità nasce insieme al suo contrario, ovvero che la tesi si definisce tramite l’antitesi, si può ragionevolmente affermare che l’essere possa essere definito tramite il non essere, che diviene, per questo stesso motivo, necessario all’affermarsi dell’essere stesso. Ma questa è vicenda filosofica assai nota.
Concludiamo tornando all’interesse da cui eravamo partiti: il termine deriva dall’infinito latino inter-esse, ‘trovarsi in mezzo’ o, meglio ancora, ‘trovarsi fra l’esse e il necesse’, cioè fra l’essere e il non essere: essere chiamati a fare una scelta.

Divagazioni finali

L’esse, il necesse e l’interesse costituiscono una triade numerologica e pitagorica: l’Uno, il Due (con il  loro eterno e tragico contrapporsi) e il Tre, cioè l’interesse, questo ‘stare fra’ i corni del dilemma. Entrando in gioco, trovandoci al bivio dell’Uno e del Due, diventiamo noi stessi un Tre, trasformando una lontana e bicorne tragedia nella nostra umana e sofferta commedia (che gli antichi, a torto o a ragione, interpretavano come ‘con il [termine] medio’). Che sia questa la genesi della tribolazione? Comunque sia, indoviniamo la contemporaneità di queste, per così dire, invenzioni culturali.
Sulla nec/essità del non essere – scusate il gioco di parole che è solo nostro –, cioè del contrario, bastino i seguenti esempi; possiamo intuire, infatti, che cosa rappresenti simbolicamente il colore rosso, solo se lo confrontiamo con la sua polarità: accanto al nero sarà un colore politico, accanto al blu rappresenterà il caldo, accanto al verde un perentorio stop. Allo stesso modo, un lupo sarà un prepotente sanguinario se accostato a un agnello (Fedro, Favole, I 1); ma sarà un animale affamato di libertà, senza catena al collo, se accostato a un cane (Fedro, Favole, III 7). L’agnello e il cane sono stati proprio necessari. Citiamo, infine, il nostro amato Claude Lévi-Strauss: «Se ci si permette l’espressione, non sono le rassomiglianze, ma le differenze, che si assomigliano»[5].

[1] N. Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana 1995, Bologna, Zanichelli, alla voce «necessàrio»; M. Cortelazzo & P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, vol. III, I-N, Bologna, Zanichelli, 1983, alla voce; S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, vol. XI, Torino, UTET, 1994, alla voce. Non è pianamente comprensibile tale senso passivo del necessario – ‘che non può essere ceduto’ – a partire da un verbo intransitivo quale appunto cedere, ‘ritirarsi’.
[2] S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, vol. XI, Torino, UTET, 1994, alla voce «Necessàre».
[3] S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, vol. XI, Torino, UTET, 1994, alla voce «Necèsse».
[4] Per esempio, necopinatus o necopinus ‘inatteso’, neglego ‘trascuro’, oltre a quelli citati nel testo.
[5] C. Lévi-Strauss, Il totemismo oggi, Milano, Feltrinelli, 1976, p. 110.