Di lemmi

Di lemmi
Etimologie del diavolo

Presentazione

Due sono i motivi principali di questo provocatorio saggio etimologico: da una parte la cultura – e non la fonetica – che si rapprende intorno alle parole e che, sola, ne può svelare il senso; dall’altra la memoria, per cui un lemma è una fotografia di un album di ricordi. Non a caso questi dilemmi sono incorniciati da un episodio narrativo, un aneddoto basato sulla parola «sinopia», e da un racconto-memoria intitolato Il lessico (si veda più sotto l’indice).
La scelta dei lemmi nasce da incontri casuali, dovuti a ricerche orientate altrove, come, per esempio, quelle della botanica mitologica. I capitoli sono preceduti da brevi abstract (Dove si sostiene che…).

Dall’introduzione:

Che il significato attuale di un termine si discosti dall’originale – cattivo rispetto a captivus, come cattiveria rispetto a cattività –, non è cosa da disconoscere, perché in questa divaricazione c’è la storia della cultura. Si ha l’impressione che la fonetica, certe volte, senza l’apporto dell’antropologia o della psicologia storica, ricercando etimi possibili solo formalmente, finisca per inventarsi dei fantasmi, ovvero degli antenati di parole soltanto immaginari; certamente possibili, ma immaginari. Il quadro che ne esce è quello di una lingua tarpata proprio negli snodi essenziali, laddove le parole si toccano, dove i significati potrebbero mostrarsi puri senza la veste di cui il tempo li ha ricoperti: perché mai si deve temere che scìa e sci possano avere una comune origine? È proprio qui, in questo discrimine, che il senso potrebbe rivelarsi intero. Tasso spiega Tintoretto, e viceversa. Perché non pensare che lancia e bilancia possano derivare da un’idea comune? che scevro e scabro siano l’uno lo specchio dell’altro? O che baccello possa avere a che fare con baccelliere? Perché rifiutare a priori relazioni che potrebbero testimoniare il «lavorìo interiore» della lingua, gli strumenti di cui ci si serve per significare?

Si riportano qui l’indice e i brevi abstract che introducono le singole voci.

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INDICE

Introduzione
Le fascinazioni dell’etimologia e la normale bellezza della lingua
L’avvocato del diavolo o un’attualità antica
Sinopia, o disegno preparatorio dell’affresco
Armadio
Baccalà con baccelli
Bau, bàule, bo, sbaglio
Bisticcio
Bosco, bosso e colosso
Carnevale
Cencio
Corde, cuori e ricordi
Il diavolo al bivio o La volpe e il becco
Fare fiasco
Galli, galline e oche nella toponomastica
Lancia e bilancia
Malvacea Altea
Il mito di Altea
   Althaea officinalis
   Fantasia conclusiva
Mestiere
Necessario: essere o non essere
Divagazioni finali
Il nome della Luna
Mesi, numeri e monete
Siclo, sigla, secolo e secchio
Testa o croce? Ovvero del pontefice
Meteorologia metafisica ovvero le calende del proposto
(di Bruno Bonucci)
Pettegola
Randa, randagio e randello. E razza
Sale e soldo. Fantasia
Trenta grani di sale sulla tavola
Sbellicarsi dalle risa
Scìa, ovvero dell’ombra
Lo strano caso dell’aggettivo «scrivo»
Zuppa, o divertissement finale
Il Lessico, o conclusione narrativa
Elenco delle illustrazioni
Bibliografia

Armadio

Dove si sostiene – in disaccordo con i dizionari etimologici – che gli armadi, già armari, non hanno originariamente a che fare con l’arma, ma con l’arme, cioè con lo ‘stemma araldico’ e, quindi, con il braccio latino, inglese e tedesco (rispettivamente armus, arm e Arm), con lo stemma, la divisa, la manica, la casacca e, dopo troppo tempo, con gli scheletri, cioè con tutto ciò che, ancora oggi, si tiene in un armadio.

Baccalà con baccelli

Dove si sostiene che baccalà, baccalare, baccelliere e baccello sono riconducibili a una sola immaginazione, che trova nella rigidità di un pesce salato ed essiccato la sua caratteristica fondamentale. Siamo dunque di fronte a un bastone, ba(c)culum, che, di volta in volta, si attaglia bene a uno scettro, al diploma di un bachelor, alla verga di uno stalliere, a un membro virile, a un baccello, cioè a una fava, al sostegno di una lampada, ecc. ecc. E dove si spiega il significato dell’espressione reggere il lume.

Bau, bàule, bo, sbaglio

Dove si sostiene che il bau del cane si confonde il bo o boh, cioè con l’ignoranza o con l’assenza di risposte caratteristica del mondo caotico e oltremondano di cui il cane è emblema. È infatti proprio una bocca canina – quella di Cerbero? – a dare il nome al caos antico. E dove poi si continua dicendo che lo sbaglio è uno sbadiglio sincopato.

Bisticcio

Dove si sostiene, ancora una volta in contrasto con i dizionari etimologici, che il termine bisticcio potrebbe essere fatto risalire, invece che a un fantasma lessicale (una voce longobarda di dubbia pertinenza), al termine emistichio, cioè ‘mezzo verso’, il quale darebbe ragione di entrambi i significati di bisticcio: ‘alterco’ e ‘gioco di parole’. In fondo che cos’è un emistichio – questa parte di verso, magari di un contrasto o una tenzone poetica – se non un ‘rispondersi per le rime’, ovvero ‘bisticciare’?

Bosco, bosso e colosso

Dove, confortati da una testimonianza medievale e da altri riscontri e riflessioni, si sostiene che il termine bosco non provenga dalla radice germanica indicata dai dizionari, ma semplicemente dalla metatesi del latino buxus, ‘bosso’. Quindi, nel contemplare la natura cava del buxus, che diventa in italiano bossolo e che rimanda alla cavità dell’inglese box (e anche della busta e della bussola nostrane), si fantastica sopra un cavolo indiscutibilmente cavo, sopra un caule e perfino sopra un colosso.

Carnevale

Dove si sostiene che al di là delle alchimie verbali e di altri virtuosismi, solo una giusta considerazione della ricorrenza carnevalesca e dei suoi attributi più longevi e vistosi, fra cui i carri trionfali, può indicare la ragione del nome. Il carnevale, allora, ci appare come il momento in cui si dà vita all’anno nuovo attraverso un’aratura simbolica; aratura che si configura come l’uscita da un tempo aleatorio, mitico e caotico. Solo dopo questo passaggio, infatti, si contano i mesi: il nostro dicembre porta su di sé il numero dieci pur essendo il dodicesimo della serie. Con il carnevale, insomma, si metterebbe a coltura l’anno nuovo. Il carnevale è essenzialmente festa del tempo in quanto vi si adombra una vicenda iniziatica che dà luogo al rinnovamento, e al conto, del tempo. Per concludere, tornando all’etimo, il carnevale potrebbe costituire una oscillazione apofonica di carnovale, che si può spiegare come ‘aratura del campo da semina’, cioè novale; chiara e pertinente la sua forma carnasciale di cui è manifesto il senso di ‘rinascita’.

Cencio

Rosa, rosae: il nome dei nomi. La rosa è un centone, cioè una ricomposizione di sparsi frammenti, come una rosa dei vènti o una rosa di atleti, o come i trasparenti frammenti di un rosone o i grani di un rosario; oppure, canti poetici come quelli danteschi che si raccolgono in una candida e centumfolia rosa di beati. È per questo che il centesimo ed ultimo canto del poema è dedicato a quella «Vergine Madre» di cui la rosa è immagine privilegiata.

Corde, cuori e ricordi

Dove si ragiona sopra l’accordo, il raccordo e il ricordo; i quali potrebbero avere insospettabili relazioni formali non solo con un cuore, come dicono i dizionari, ma anche con una corda. Dunque si considera la corda, che in greco è chordé e in latino chorda, laddove l’aspirazione della consonante iniziale escluderebbe legami con i cuori latini, cioè corda. Comunque sia, per quanto ci possa sembrare strano che l’accordo musicale non possa essere ricondotto a quella precisa metafora del cuore che è la corda che vibra, si nota, in un ultimo sussulto di caparbietà, che il cuore inglese, heart, è formalmente simile alla chordé. Segue una breve fantasia.

Il diavolo al bivio o La volpe e il becco

Dove si sostiene che il senese Palazzo Diavoli, che non va inteso come ’Palazzo dei diavoli’ ma ‘del diavolo’, significa soltanto un bivio stradale. E così funzionerebbero tutte le altre occorrenze toponomastiche dell’espressione. Dove poi si interpreta la favola esopica della volpe e del becco: qui, il bivio è rappresentato dalle corna dell’animale. Riassumendo: una volpe, che per dissetarsi è caduta in un pozzo, incapace di riuscirne, convince un becco a scendere giù per provare la bontà dell’acqua. Il becco, con le sue corna, permettendo alla volpe di uscire dal pozzo, si trasforma così in vero e proprio «capro espiatorio». L’esplicita doppiezza segnalata dalle corna del capro indica la chance – il bivio – morale che è all’origine del peccato della volpe. Il diavolo, insomma, trae in tentazione.

Fare fiasco

Dove, analizzando l’espressione fare fiasco, se ne ipotizza un’origine diversa da quella che propongono i dizionari etimologici; e dove il fiasco dimostra la sua parentela con il fiacco e il floscio.

Galli, galline e oche nella toponomastica

Dove si sostiene che alcuni nomi di animali che caratterizzano – o sembrano caratterizzare – la toponomastica costituendo una sorta di bestiario del viaggiatore, come il galluzzo e la gallina  sono soltanto il frutto di un fraintendimento. Infatti, la collocazione di un sito come il Galluzzo fiorentino, riconoscibile ingresso alla città, ci suggerisce, insieme ad altri particolari, una diversa spiegazione di questi nomi: si tratta di «calli», cioè vie, strade, percorsi. E anche l’altro animale che si trova, per così dire, lungo le strade – quelle del gioco –, cioè l’oca, è il risultato di un equivoco che ha trasformato i loca latini, ‘luoghi’, in un animale.

Lancia e bilancia

Dove si sostiene che i termini lancia e bilancia partecipano della medesima natura, essendo entrambi connessi con lanx lancis – che in latino significa ‘piatto (della bilancia)’ – il cui plurale suona lancia. Non si discute, quindi, il fatto che il dizionario faccia derivare la nostra lancia, il ‘giavellotto’, da lancea, ma solo del fatto che tale lancea sia in origine l’aggettivo di lanx e significhi ‘fornita di piatti’, e non un termine «di oscura provenienza straniera».

Malvacea Altea

Dove si discute dell’associazione fra il tragico personaggio ovidiano, Altea, e l’omonima pianta. L’altea – detta anche bismalva o malvone – ci è sembrata la quintessenza botanica della misera Altea, madre e carnefice del suo stesso figlio Meleagro. Una lacrimevole storia, questa, fatta essenzialmente – come spesso succede nei miti e nelle fiabe – di rapporti parentelari e di contrastate scelte matrimoniali. Quindi, si valuta il delicato ma interessante rapporto linguistico fra la malva, la malvagità e l’uva malvasìa. Infine, si mettono in luce quei tratti di Altea che illustrano un’altra regina del focolare: Cenerentola.

Mestiere

Dove si sostiene che l’etimo di mestiere non è da collegarsi con il minus (‘meno’) di minister ma con il magis (‘più’) di magister.

Necessario: essere o non essere?

Dove si sostiene, in contrasto con i dizionari etimologici, che il termine necessario (dal latino necesse) non ha nulla a che vedere con il cedere (ne/cessario come ‘non cedibile’), quanto piuttosto con il non essere (nec/essario come ‘relativo al non essere’ nel senso di ‘contrario’). Ebbene, se in latino il ‘non essere’ suona necesse, e l’‘essere’ esse, è il primo – ciò che non è, ovvero il contrario – ad apparire necessario alla definizione di un ente. Questione antichissima, la nostra, e sempre attuale, almeno dai filosofi presocratici ai teatri in cui si recita Amleto.

Il nome della Luna

Mesi, numeri e monete

Dove si spiega l’apparente anomalia che fa di settembre il nono mese dell’anno, di ottobre il decimo e così via. Non si tratterebbe di un errore, né dell’effetto involontario di qualche antica riforma calendariale, ma di una raffinata e originaria sistemazione del tempo. E dove, nel seguito, si discute di certe analogie fra il mensis e la mensura, passando addirittura per monete e numeri romani (i quali, a dir la verità, non hanno mai nascosto la loro predilezione per i quadranti degli orologi).

Siclo, sigla, secolo e secchio
Dove si sostiene che il siclo, la sigla, il secolo e il secchio hanno la stessa origine.

Testa o croce? Ovvero del pontefice

Dove si sostiene che l’espressione Testa o croce deriva da un’immaginazione calendariale, per la precisione solstiziale, quella della testa di s. Giovanni Battista e quella della croce di Cristo. E dove, prima di concludere con una nota sull’equinozio, si interpretano un quadro di Annibale Carracci – Paesaggio con san Giovanni Battista – e un disegno di Giuseppe Zocchi che rappresenta il Mese di giugno.

Pettegola

Dove si sostiene che la volgare spiegazione dei dizionari etimologici, che descrivono la pettegola come colei che fa ‘peti con la gola’, deve essere rigettata. Va preferita l’interpretazione di chi vede nella pettegola una poeticula, cioè una borbottante e intrigante streghetta, cioè una ‘piccola poetessa’.

Randa, randagio, randello. E razza

Dove si dice, in forme più laconiche e risentite del solito, che i dizionari etimologici si sono divertiti a sminuzzare la nostra lingua in mille frammenti, rendendone irriconoscibili i legami metaforici che invece legano – e le caricano di senso – le diverse immagini. E dove, dopo aver restituito alla randa, al randagio e al randello la loro comune origine, si passa a una nuova proposta etimologica concernente il termine razza.

Sale e soldo. Fantasia

Dove si sostiene che il salario non deriva dalla consuetudine di pagare i lavoratori con una quantità di sale. E dove sarebbe successo? Quando? Il salario si chiama così da sempre, indipendentemente dalla moneta che lo rappresenta. Che il sale sia prezioso, che possa costituire anche un pagamento e che lo abbia costituito, come presso i Baruya della Nuova Guinea[1], nessuno lo mette in dubbio, ma non è da qui che nasce l’associazione fra sale e salario, la quale è già originariamente inscritta nella lingua.

Sbellicarsi dalle risa

Dove si cerca di ricucire insieme ombelichi e bellìchi, bìlici… e anche bellies e bells (pance e campane inglesi) in virtù delle nascoste analogie che legano una campana alla pancia di uno che ride.

Scìa, ovvero dell’ombra

Dove si sostiene, in disaccordo con i dizionari etimologici, che scia non è un termine di origine onomatopeica, e che deriva dal termine grecoantico skià che significa ‘ombra’. E dove si rimane sorpresi del fatto, a nostro dire curioso e non troppo facilmente credibile, che la scìa e gli sci debbano avere origini distinte. Poi si dice che legami fra l’ombra e la scia, che potrebbero anche suscitare le perplessità dei moderni, sono più evidenti per l’antropologo o lo studioso delle culture antiche.

Lo strano caso dell’aggettivo «scrivo»

Dove si propone una nuova soluzione etimologica per un aggettivo non consueto: scrivo, il quale appare quasi sempre raddoppiato: scrivo scrivo.

Zuppa, o divertissement finale

Dove si cerca di dimostrare che i dizionari non si fanno scrupoli nel recidere i legami che uniscono le parole fra di loro. Magari lo fanno operando secondo un metodo scientifico, ma a noi profani – e non poco avventati – tutto questo tagliuzzare sembra piuttosto una irragionevole e superstiziosa dispersione di motivi culturali. L’incontro con una serie di termini, quali stoppa, stoppia, steppa, stoffa, stipula, stivale…, e con altri caratterizzati dalla metatesi di st– (ts– che si trasforma in z-), quali zeppa, zoppa e via di seguito, ci ha messo sotto gli occhi l’alternanza di una vocale nella radice: stip step stop stup. E forse sta(m)p. Ed anche zip zep zop zup. E forse za(m)p. Un minestrone inaudito, una vera zuppa.

[1] Sui Baruya si veda Maurice Godelier, La moneta di sale.