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Dopo una lunga, caldissima estate, che ho trascorso in parte convalescente, io e Timothy salutiamo nuovamente i nostri lettori con un testo pubblicato alcuni anni fa: Il linguaggio segreto dei fiori.
Si tratta di una delle solite frivolezze del mio amico, alle cui pressioni, come sempre, non ho saputo resistere: una cosiddetta steganografia (corredata anche della chiave di interpretazione).
Il silenzio estivo è dovuto anche alla profonda revisione del blog, anche se non ancora compiuta e visibile.

Il linguaggio segreto dei fiori

Antologia significa raccolta di fiori. E tu, o lettore, ne stai suggendo, come un’ape, il segreto
(Timothy Holthorne).

Apparentemente frivolo, «il linguaggio dei fiori» discende sicuramente da antiche immaginazioni, quelle per cui uomini e piante finiscono per sovrapporsi e descriversi a vicenda. Non ci soffermeremo, tuttavia, sulle caratteristiche simboliche di alcuna specifica pianta, almeno in questa occasione. Temendo le difficoltà e la fatica della ricerca, decidiamo di accordarci – e di accordarvi – una pausa, e di parlare, assai più leggermente, di un singolare erbario.
Olschki, con i suoi prestigiosi tipi, ci consente di leggere un delizioso libretto. Le language des Fleurs di Charlotte de Latour, che vide la luce a Parigi intorno al 1820, può spandere nuovamente i suoi profumi. Ogni fiore vi è descritto, quasi narrato, fino alla più astratta delle sue metamorfosi. Già, perché il fiore diviene concetto, simbolo, sentimento, suono. Il fiore si trasforma in lettera d’alfabeto, significativo petalo di corolla. Alfabeto, appunto, da utilizzare per comunicare le nostre passioni e, con una certa discrezione, i nostri desideri.
Salice piangente, o della malinconia. Iris, messaggio o fiamma. Garofano, amore vivo e puro. Nocciolo, riconciliazione. Ibisco, amore remissivo e mesto. Fragole, bontà esemplare. Ipomea scarlatta – potremmo non citare un nome simile? – con cui dire «io mi lego a te»! Che significa, invece, l’anemone? Abbandono.
Ricordiamo, dunque, l’acacia col suo amore. Amore platonico, però. Che dire dell’assenzio? Che si compiace del gioco indicando proprio l’assenza. Oppure…
Le language des fleurs, tuttavia, non è solo questo. Tardivo frutto – dicevamo – di antiche mitologie, il libro testimonia una voga, una moda, forse una febbre. Al linguaggio floreale si avvicinano in molti, infatti, in quel primo Ottocento. Delachénaye, tanto per dire, pubblica un abbecedario sull’argomento, un metodo per rappresentare – con i fiori – lettere, sillabe e parole. Il nostro volumetto era, dunque, in buona compagnia.
Fiori che si trasformano tout court in segni. In comunicazione. Oltre a significare un concetto o un’astrazione, i fiori segnano anche il tempo, che sia stagione, giorno, ora. Rappresenteremo, volendo, la dodicesima ora con le viole del pensiero. «Il secolo dei fiori»! Ecco come dobbiamo chiamare il secolo XIX.
Tuttavia, immaginiamo un lettore curioso, che voglia sapere ancora di questi simboli.
Ulivo significa pace. Ovunque. La frassinella, dal canto suo, rappresenta il fuoco. E la ginestra l’ardore… Tra i simboli, però, rischiamo di perderci. Troppi sono i percorsi possibili del senso. Ogni fiore – ripetiamo – allude a ben radicate tradizioni, che traspaiono comunque nelle pagine dell’elegante florilegio. Rimane, allora, da dire che il sorbo è la prudenza. Elevazione troveremmo nell’abete. Nella quercia l’ospitalità. E nella bella di notte la timidezza. Sospettoso è il fungo e prudente il sorbo domestico. Troppi – dicevamo – sono i percorsi possibili, gli intrecci. Al mazzo di fiori facciamo dire «moriremo insieme». «Io supero ogni ostacolo» proclama – di rimando – il vischio.
Sorprende, comunque, la ricchezza di questo interiore erbario. Un libro che ci parla, serenamente, di un «misterioso linguaggio», e che riesce a moltiplicare i segni a sua disposizione. Grazie a una rotazione del fiore reciso, possiamo indicare altre sfumature. Grazie a un’inclinazione a destra, per esempio, diciamo «io», a sinistra «tu». E così via. Nella calendula si nascondono il tormento dello spirito, se posta sul capo; il mal d’amore, se posta sul cuore; la noia, se posta sul seno.
Dobbiamo dire che tale idillica serenità rimanda a un mondo decisamente bucolico. Ogni passo esprime il vagheggiamento della natura incontaminata. Come nella poesia coeva. Ovidio, del resto, è fonte prediletta dell’autrice: «Ma non è affatto nel cuore delle città, è nelle campagne, tra i fiori, che l’amore raccoglie tutta la sua forza». Evidentemente il libro appare al lettore moderno un «frutto ingegnoso e lieve di una letteratura di genere ottocentesca finalizzata a colte signore appassionate di fiori e giardini, ma anche di storia, arte e poesia». Un appello preciso è rivolto alle giovani donne, affinché si dedichino ai piaceri derivanti dallo studio delle piante. Non si dimentichi che il regno dei fiori «è un sistema espressivo di grande suggestione», da cui la donna, senza essere né cuoca né strega, può trarre grande ispirazione.
All’autore delle tavole che corredavano il testo, infine, dobbiamo dedicare parte della nostra attenzione: Pancrace Bessa, pittore ufficiale di botanica presso il Museo di storia naturale di Parigi. Essenziali, naturalmente, e non accessorie le dodici tavole che impreziosivano il testo. Il lettore poteva optare, però, per un meno costoso apparato iconografico in bianco e nero. Lasciamoci, ora, con questioni non proprio decisive.
Sapremmo testimoniare, florealmente, l’ebbrezza? Eccome, la vite! Gradiremmo indicare il silenzio? Rosa bianca!
E che altro?
Tutela?
Olivella!

* Charlotte de Latour, Il linguaggio dei fiori, trad. di G. Garufi, introduzione di L. Tongiorgi Tomasi e L. Zangheri, Firenze, Olschki, 2008. Charlotte de Latour è, molto probabilmente, lo pseudonimo di Louise Cortambert. Le citazioni contenute nel presente articolo sono tratte dall’introduzione del libro e dal Preambolo dell’autrice.