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Con l’arrivo della bella stagione si affievolisce l’interesse per le questioni etimologiche e linguistiche, troppo pensose, sollevate dai nostri di lemmi. È bene, ogni tanto, riprendere fiato. I mesi invernali, molto più adatti alla concentrazione interiore, consiglieranno il da farsi.
Gli ultimi tre contributi sono dedicati rispettivamente ad alcune spigolature, a un toponimo locale e a un racconto già pubblicato in questo stesso blog: Il lessico. Basta il titolo a svelare la natura famigliare e sentimentale del nostro breve viaggio fra le parole

I. Siclo, sigla e secolo

L’associazione fra misura del tempo e misura del valore, cioè fra calendario e moneta (che abbiamo intravisto a proposito dell’espressione «testa o croce»), dimostra la sua pertinenza anche in luoghi insospettabili. Sappiamo che la Luna, altrove conosciuta come Moon e Mond, è prossima a Giunone Moneta e anche alla moneta, dunque al verbo latino monere, ‘ammonire, consigliare, ricordare’, al mese, alla mente e alla memoria, al conto del tempo, al greco nomisma, al latino nummus, al nostro numero (di cui è metatesi). La luna serve a contare. Abbiamo già detto che non è affatto un caso che la zecca dei Romani antichi sia stata collocata nel tempio di Giunone Moneta, ‘l’ammonitrice’. Ma un’altra testimonianza del rapporto che unisce tempo e misura del valore è fornita dal termine siclo.
Il siclo è un’antica misura ponderale e monetaria dell’area mesopotamica, ovvero una moneta israeliana.
Il siclo (o siglo; in ebraico sheqel; in inglese shekel) è assai vicino linguisticamente al siglo spagnolo, al sæculum latino, al secolo nostro e a quello dei francesi, siècle.
Checché ne dicano le incerte interpretazioni ufficiali, si può ritenere almeno plausibile la parentela linguistica fra il siclo, il secolo, la sigla e il secchio[1].
Quanto alla sigla – che è il sigillo di una raccolta, di un «centone» che è assai prossimo al secolo inglese, cioè century –, diciamo che essa è il prodotto del neutro plurale latino sæcula (poi sæcla e secla). Tutti conosciamo, infatti, le sigle che sono sicuramente all’origine della nostra parola: in saecula (saeculorum). In sigla.
Il siclo-secolo – che è forse connesso con signum ‘segno’, di cui sigillum è diminutivo – appare come un insieme di monete o di anni. Ed è partendo dalla sigla, che possiamo successivamente arrivare al nostro secchio e alla nostra secchia (neutro plurale latino, appunto), i quali altro non sono che l’immagine fedele di un contenitore di cento monete e di anni. Non è difficile riconoscere nel secolo una coerente immagine del tempo e della sua forma circolare: l’anno, lo sappiamo, ha forma e nome di anello. Ricordiamo infine che il sistema ponderale e monetario di cui fa parte il siclo, come unità di misura, è basato sul sistema di conto sessagesimale, esattamente come il tempo e la moneta antica (si veda quella romana). Qui, il pondus, cioè la libbra, diventano, il pound e la lira, ivi compresa la costellazione. Per ritornare alla Luna, si dica solo che «durante il plenilunio si può ottenere … la moltiplicazione delle monete che si possiedono esponendole alla luce lunare»[2].

II. Angoli acuti, aghi e aguglie

Acuto è aggettivo a forma d’ago – latina acus – che rimanda etimologicamente all’acume e alla puntura d’un aculeo. L’acutezza è intrinsecamente legata alla percezione dei sensi, alla vista, all’ingegno e, per così dire, all’angolo della nostra riflessione: è opposta all’ottusità.
A sua volta, l’acutezza della vista – contigua al sole e alle altezze divine, come ci insegna il paradisiaco Dante – è caratteristica dell’aquila, specialmente di quella medievale, detta aguglia. Ma aguglia è anche il nome di un pesce, chiaramente puntuto e aghiforme.
Torniamo all’olimpico uccello, l’aquila-aguglia, che, frequentando, oltre alle più alte cime dei monti, i tetti delle cattedrali, si è trasformato, pietrificandosi, in pinnacolo, in acroterio templare, cioè in guglia. Una sorte analoga, come sapete, è toccata ai merli, che, però, devono accontentarsi di torri e castelli. Peggio è andata ai merletti. Tanto per rimanere in tema, allora, diciamo che la gugliata delle sarte – questa figlia della guglia – è l’angolo acuto formato dal filo nella cruna dell’ago.

III. Fornicare

Si dice nei dizionari che il fornicare prenda il suo nome dal fornice, cioè dall’architettura di un portico, di un arco (e, aggiungiamo noi, di un forno). E si continua dicendo, per chiarire la dinamica dell’associazione, che, nella Roma antica, gli amanti fornicassero sotto i portici. Sarà. Almeno lecito il dubbio su un’associazione almeno un po’ stravagante: fornicazione e portico.
È spiegando il senso del fornicare – ‘avere rapporti sessuali peccaminosi’, come dice il dizionario – che possiamo intravedere quanto è successo: è stata l’idea del peccato a trascinare con sé quella del portico, attraverso una subdola escalation dal sesso al peccato, alla prostituta, al portico.
Tuttavia, senza mettere in dubbio la relazione etimologica tra fornicare, fornice e forno, vorremmo suggerire un cambio di direzione. Veniamo al punto. Si potrebbe ragionevolmente sostenere – usiamo il condizionale – che il dato primo del fornice sia il calore e non l’arco: il forno ne è la testimonianza. In altre parole, una bruciante fiamma potrebbe unificare le diverse significazioni dell’arco, del forno e della fornicazione. Rovesciando il discorso consueto si otterrebbe questo primo, assai economico, risultato: il calore si produce entro strutture a volta, fatte a forma di ‘fornice’, dette ‘forni’ e ‘fornaci’. Quanto alla fornicazione, essa sarà tale, non per la consuetudine degli amanti di amarsi sotto gli archi, ma per il fatto di essere preda delle fiamme dell’amore.

[1] ‘Secchio’ da saeculum come ‘specchio’ da speculum.
[2] Alfonso M. Di Nola, Lo specchio e l’olio. Le superstizioni degli italiani, Roma-Bari, Laterza, 1993, p. 92.