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Carnevale

Improponibili le immaginazioni per le quali il termine carnevale si sarebbe evoluto da carne(m)levare, mentre il carnasciale da carne(m)laxare. Poco credibile, al di là delle contorsioni fonetiche, la vicenda semantica: «Come si fa – ci chiediamo – a nominare il carnevale attraverso una caratteristica della quaresima, in cui si leva appunto la carne dalle mense?». E carnasciale? ‘Lasciare la carne’? Suvvia, siamo seri: levarla o lasciarla?

Al di là delle alchimie verbali e dei virtuosismi fonetici, solo una giusta considerazione della ricorrenza carnevalesca e dei suoi attributi più longevi e vistosi, fra cui i carri trionfali, può indicare la ragione del nome. Il carnevale, infatti, appare come il momento in cui si dà vita all’anno nuovo attraverso un’aratura simbolica; aratura che si configura come l’uscita da un tempo aleatorio, mitico e caotico. Solo dopo questo passaggio si contano i mesi: il nostro dicembre porta su di sé il numero dieci pur essendo il dodicesimo della serie[1]. Con il carnevale, insomma, si metterebbe a coltura l’anno nuovo; il quale, allora, anche se concepito propriamente nel mese di gennaio [antico Ianuarius (incontestabile e bifronte porta – in latino ianua – dell’anno)] ed espiato, per così dire, in quello di febbraio (purificazione come februa, ‘febbre’), viene contato solo a partire da marzo. Il carnevale è essenzialmente festa del tempo in quanto vi si adombra una vicenda iniziatica che dà luogo al rinnovamente e al conto del tempo. Per concludere, tornando all’etimo, il car|nevale è forma secondaria, oscillazione apofonica di car|novale, che si può spiegare come aratura del campo da semina (novale), ovvero – nella sua forma car|nasciale – come ‘rinascita’ o ‘primavera’.

Diciamo che non ci trovano concordi i dizionari etimologici che così spiegano l’origine e il significato del termine carnevale: «carne-(le)vare… riferito alla vigilia della quaresima, giorno in cui si toglieva l’uso della carne»[2].
La spiegazione ci appare quantomai forzata: il carnevale, infatti, prenderebbe il nome da quella che è, culturalmente, proprio la sua antitesi, la sua nemica storica e letteraria, ovvero la quaresima. Vorremmo prospettare una diversa soluzione. Partiamo innanzitutto dalle caratteristiche della festa carnascialesca ricordando che essa si configura come un esorcismo: «Divertitevi pure oggi, purché domani tutto sia come prima. Anzi meglio – o peggio – di prima». Il Carnevale, con la sua necessaria ed espiatoria morte, appare la sconfitta del temuto caos, ovvero la negazione del sovvertimento, dell’aleatorio, del fortunoso.
Le presenze emblematiche della nostra festa sono i carri trionfali: da qui dobbiamo ripartire. Ebbene, il trionfo carnascialesco ci sembra il ricordo dell’aratura simbolica con cui si dà vita all’anno nuovo. Ecco il senso primo della festa: il novale, che è un campo rimesso a coltura, che diviene car|novale (come diceva Goldoni). Del resto, anche il car|nasciale lascia bene intravedere il suo motivo natale. Altri hanno pensato al car|navale, al navigio di Iside[3]. Pure, tale interpretazione, pertinente e condivisa, non fa che portare acqua al nostro mulino. Infatti, l’immagine originaria può ben essere quella del campo da arare, cui può facilmente sovrapporsi una distesa marina solcata dalla nave. Ricordiamo quindi l’ambivalenza della parola solco.

Scherzo numerologico

Si tratta di immaginare una sfilata aperta da un bifolco che guida, appunto, un carro di buoi, o meglio una biga di buoi, di cui è il tiro (che in latino significa ‘recluta’, ‘adepto’, ‘garzone’), e ciò dà luogo a un trio che tira un carro, ovvero un quattro. Infatti, il carro, il car, il carré, sono rappresentazioni del numero quattro e della sua stabile armonia. Comunque sia, il quattro ha una sua chiara valenza: non è tesi, né diabolica antitesi o tragedia, né partecipazione o discussione. È composizione finale e, talora, mortale. È spiegazione, è il per|ché. Anche il per inglese, cioè il for, fa quattro: four! Così il francese car – evidentemente carré – e l’italiano ‘per’ (x) sono termini cruciformi, chiastici e tetragoni o semplicemente quadrati.
Il carnevale si lega strettamente alla serie dei numeri, dall’uno al quattro, che sfilano davanti ai nostri occhi sotto forma di filosofica quintessenza della vita e dei simboli che la interpretano: 1, 2, 3, 4, ovvero l’Assoluto [1], il dilemmatico Dramma [2], la partecipata e umana Commedia, ovvero il nostro ingresso nella tragedia stessa [3], la Composizione [4]. Il totale fa 10, come dire dicembre o pitagorica tetrachtys.
Si potrebbe pensare che lo spirito carnevalesco comporti il ribaltamento della realtà normale in quanto ricordo di un tempo promiscuo e mitico che non sa ancora di stagioni, giorni, ore, numeri. Solo da questo deriverebbero l’abolizione di ogni gerarchia e la conseguente confusione tra re e schiavo, diritto e rovescio, personaggio e autore: mescolanza farsesca e satirica di stili, di lingue, di cose, in cui tutto diviene contiguo e contagioso. Qui e ora, gli estremi si toccano in una spaventevole fluidità di forme, per cui l’osceno della satira e la profanazione del sacro costituiscono la nuova deformata realtà. Però, intendiamoci bene: tutti vogliono il carnevale. Lo vuole lo schiavo per provare l’ebbrezza di altezze altrimenti inarrivabili, e lo vuole il re per regolare la vita altrui: c’è chi ama il tempo mitico, che è instabile e mutevole, e lo vuole restaurare (magari ballando, suonando e bevendo), ma c’è anche chi lo condanna e lo esorcizza (magari ballando, suonando e bevendo).

[1] E non certo perché l’anno iniziasse con il mese di marzo, come alcuni ritengono. Ma di questa spinosa questione parleremo in seguito.
[2] DELI, alla voce.
[3] F. Ch. Rang, Psicologia storica del carnevale, Venezia, Arsenale editrice, 1983 [1927], p. 41.