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Baccalà con baccelli

Dove si sostiene, in disaccordo con i dizionari, che baccalà, baccalare, baccelliere e baccello sono riconducibili a una sola immaginazione, che trova nella rigidità di un pesce salato ed essiccato la sua caratteristica fondamentale. Siamo dunque di fronte a un bastone (bacculus) che, di volta in volta, si attaglia bene a un membro virile, a un baccello, cioè a una fava, al diploma di un bachelor, alla verga di uno stalliere, a uno scettro, ecc. ecc.

Nella mia terra, la Toscana, dove mangiare diventa mangià, è facile pensare che un baccalare sia un baccalà.

La lettura delle definizioni dizionariesche relative ai lemmi qui sotto enfatizzati fa sorgere in noi alcune domande. Perché baccalare può significare ‘accademico’, ‘dottore’ e ‘baccelliere’, ma anche ‘stalliere’, ‘lucerniere’ e perfino ‘baccalà’? E come è possibile, inoltre, che tal baccelliere non abbia a che fare con il baccello? Da qui nascono le nostre perplessità.
Baccalà, come dicono alcuni, è connesso con testa e, come dicono altri, con bastone. Il baccalà deriverebbe dallo spagnolo bacalao, derivato a sua volta dal fiammingo bakkeliauw, e quest’ultimo dall’olandese kabeliauw. Il nome di questo ‘merluzzo salato ed essiccato all’aria’ è stato avvicinato al latino ba(c)culus, cioè il baculo, cioè il ‘bastone’ sul quale è stato a essiccare. A questo proposito sembrerebbe probante il riscontro con l’olandese stok-vis, il nostro stoccafisso, che significa proprio ‘pesce-bastone’, e viene inteso come ‘pesce essiccato sul bastone’. Altri ancora preferiscono risalire al guascone cap, che significa ‘capo’, o al suo diminutivo cabilh e poi cabilhau. Con questo si definirebbe il baccalà come un ‘pesce dalla grossa testa’[1].
Ma è proprio sfogliando il vocabolario che ci appare chiara la volontà degli studiosi di distinguere il pesce baccalà dal baccalario o baccalare – derivato dal latino medievale baccalarius – che significa ‘gran dottore’, ‘sapientone’. Il che pare comprensibile: non è troppo lusinghiero studiare tutta la vita, magari scrivere libri e arrivare a dire: “Sono un baccalà!”. Il lettore deve perciò essere indulgente se lo studioso non vuole scorgere questa somiglianza.
Il termine latino baccalarius, ‘gran dottore’, è evidentemente connesso con l’antico baccalaureatum dell’Università di Parigi o con il più moderno baccalauréat o con altri gradi della carriera accademica, come il francese bachelier o l’inglese bachelor:

La caduta dei valori

Leggo una tesi di baccalaureato
sulla caduta dei valori.

Straccia i tuoi fogli, buttali in una fogna,
bacalare di nulla e potrai dire
di essere vivo (forse) per un attimo[2].

Ma come può, dunque, il pesce salato ed essiccato stare vicino al sapiente dottore? Pure, dalla lettura dei nostri vocabolari si rileva che alcune accezioni dell’uno, cioè del dottore, finiscono curiosamente per coincidere con quelle dell’altro, cioè del pesce: ‘stupido’ o ‘scimunito’, per esempio. I toscani, poi, indicano il merluzzo anche con il termine baccalare, che indica anche, come si è ripetuto, anche il ‘dottorone’[3].
Per dirimere la questione, o per ingarbugliarla ancor più, ci soffermiamo su un passo di una novella del Decameron, quella di Andreuccio da Perugia, quinta della seconda giornata. Rammentiamo quanto dice Boccaccio a proposito di un bacalare:

Andreuccio a quella voce levata la testa, vide uno il quale, per quel poco che comprender poté, mostrava di dover essere un gran bacalare, con una barba nera e folta al volto… Ma colui non aspettò che Andreuccio finisse la risposta, anzi, più rigido assai che prima, disse: «Io non so a che io mi tengo che io non vengo là giù, e deati tante bastonate quante io ti veggia muovere, asino fastidioso ed ebriaco che tu dei essere».

Al di là delle varie interpretazioni del termine bacalare, che comunque suonerà in questo luogo come ‘pezzo grosso’, bisogna segnalare la rigidità di cui qui è fatto segno. Allora, il dottor baccalare e il pesce baccalà ci appaiono pervasi del medesimo senso («più rigido assai che prima»).
Il baccalare è un sapientone tutto intirizzito, alto, a volte secco, spesso superbo e ridicolo. Palese è la valenza dell’espressione «restare come un baccalà»: rimanere di stucco, impietriti. Insomma, dal dottore alla sua rigidità fisica e intellettuale, e al suo sprezzante contegno, il passo è breve: soprattutto nei mercati del pesce!
Chiaro è il significato erotico dell’«avere un gran baccalà». Ricordiamoci del pesce-bastone di cui dicevamo prima: “Mirate, mirate che bravo tincone è quello che fra le coscie gli pende. Al corpo, non vo’ dire, egli è meglio fornito che uomo del paese… Io so che ha un gran baccalaro[4].
Se il significato originario rimane quello di ‘sapientone’, ‘dottorone’, al lettore non può sfuggire la singolare coincidenza delle due metafore, tincone e baccalare, ovvero la loro segreta, e vorremmo dire ittica, rispondenza.
Siamo arrivati alla nostra prima conclusione: non ci deve essere nessuna ridicola storicizzazione del nome, non ci sono legni a cui appendere pesci, ma soltanto pesci duri e lunghi come bastoni. Anche lo stoccafisso – che anch’esso resti di «stucco»? chissa! –, è usato come sinonimo di baccalà; e da ciò scaturirà la paretimologica fissità del suo nome.
Primo Levi, in un’arguta difesa dell’etimologia popolare, coglie il senso primo della presenza del ‘bastone’ e ci consegna una preziosissima e dura bacalite: «in bacalite è evidente l’accostamento fra la veterana delle materie plastiche, rigida giallastra e puzzolente, e il pesce di poco prezzo, talmente irrigidito dal sale di cui è imbevuto da meritarsi il nome di “pesce bastone” (Stockfisch in tedesco, da cui, ancora per etimologia popolare, ed insistendo sulla rigidità, è venuto l’italiano stoccafisso). Si noti del resto l’espressione stereotipa “duro come un baccalà”»[5].
Il contatto che abbiamo appena rilevato ci consente di spiegare anche altre accezioni del baccalà-baccalare che parrebbero troppo lontane dalle altre.
L’espressione fare un baccalà significa ‘rimproverare’, ‘fare una predica’ (azioni che bene accompagnano un atteggiamento burbero, da gran dottore): baccalà, dunque, come aspra e saputa rampogna[6]. Le parole dello «scarabone Buttafuoco» costituiscono, propriamente, anche un bel baccalà. E da qui potremmo, forse, arrivare anche a baccagliare.
Si impone una conclusione provvisoria e oscena: dal baccalare al lucerniere. È divertente scoprire una qualche coincidenza tra il nome del nostro ruffiano – che tale era lo Scarabone del Boccaccio – con l’altro senso di baccalare attestato dai vocabolari, che è quello di ‘lucerniere’, o ‘sostegno per lucerne’. Coincidenza del tutto casuale?
Nell’espressione ‘reggere il lume’, infatti, si compendiano bene la figura del baccalare-lucerniere e la sua galeotta funzione di mezzano. Insomma, il bacalare del Boccaccio riassume splendidamente le diverse significazioni del nome bacalare: un pezzo grosso – un boss, diremmo – e un becero e focoso ruffiano che si chiama «Buttafuoco».
È questo il momento per porsi una domanda: qual è il lume che si regge? il lume per gli amanti? che si possano vedere? che abbiano davvero bisogno di luce? O non piuttosto un lume metaforico, ovvero la rigidità di un baccalà che si drizzerebbe nell’occasione, proprio a chi «regge il lume»?
Viene in nostro aiuto anche la comica equivocità plautina: «reggerai il lume alla sposa novella», si dice nella Casina. E il contesto è davvero appropriato.
Molto importante, a questo proposito, è la menzione di una «carnascialata» di vecchi venditori di candele, tratta dal Nono libro delle frottole di Ottaviano Petrucci (ff. 29v-30r), dei primi anni del secolo XVI, laddove si descrive il membro virile proprio come un lume, una candela:

Gionti siam ala vechieza
e vendiam dele candele.
Donne ligiadrete e bele,
gita si è nostra vegheza!
Gionti siam ala vechieza
e vendiam dele candele.
Nui ne habiamo d’ogni sorte
e de ciera rossa e biancha;
ne vendiam de longe e corte,
né mai a quelle il focho mancha.
Non sia alchuna che non brancha
cum sue man nostre candele,
longe e grosse, bianche e bele,
pien[e] de molta dolceza.
’Ste candele han tal natura
che, quanto più accese sono,
più s’ingrossa e più s’indura;
purché ’l candelier sia bono,
nui siam qui per darne in dono:
ale giovene donzelle
li empirem sì le cistelle,
che ma’ fu tanta dolceza.
E se pur de voi qualchuna
non avesse candeliero,
cum le man ne accenda una;
né man ch’arsi habiam pensiero,
ch’è ’l lavor di tal natura,
che candele che faziamo
mai non cola su le mano
a chi le usa cum destreza.

Vediamo ora altre significazioni del nostro baccalare, il quale, oltre a svolgere la funzione di ‘lucerniere’ o di ‘sostegno per lucerne’, può essere anche uno ‘stalliere’ o un baccelliere. C’è qualcosa, ci chiediamo, che unisce stallieri e baccellieri, ovvero stallieri e cavalieri, dottori e sapienti? Molto spesso gli stallieri e i cavalieri portano verghe e spade. Chiaro, dunque, è il riferimento alla virilità e al potere.
Leggiamo alcuni versi dell’anonimo trovatore (A l’entrada del temps clar), in cui compare, accanto alla pulzella, il nostro baccalar, insignito di nessun’altra dignità, se non quella che gli deriva dalla sua virile gioventù:

El’ a fait pertot mandar, eya,
Non sia jusque’a la mar, eya,
Piucela ni bachalar, eya,
Que tuit non vengan dançar
En la dansa joiosa.

Mais per nïent lo vòl far, eya,
Qu’ela n’a sonh de vielhart, eya,
Mais d’un leugièr bachalar, eya,
Qui ben sapcha solaçar
La dòmna saborosa.

Ciò che più sorprende in tutta la questione è che baccelliere e baccello debbano avere diverse etimologie: baccelliere, infatti, è generalmente chiamato ad indicare un sapientone, una persona importante dal contegno un po’ altezzoso, ed è avvicinato a baccalarius; dal canto suo, baccello, che sul piano formale è innegabilmente prossimo al baccelliere, indica la pianta della fava e deriva dal latino bac(c)illum, che significa ‘bastoncino’.
Al di là delle facili metafore oscene, che non pochi vegetali suggeriscono, non è difficile intuire il legame semantico che unisce baccelliere e baccello: il baccelliere è il portatore di un ‘baccello’, cioè di un ‘bastone’, segno della sua importanza e del suo grado.

 Riferimenti bibliografici frequenti

Angelini 2000: A. Angelini, Saggio di lessico montalcinese, Montalcino, Quartiere Travaglio; Il Leccio, 2000.
DELI: M. Cortelazzo & P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, 5 voll., Bologna, Zanichelli, 1979-1988.
Devoto 1980: G. Devoto, Avviamento alla etimologia italiana. Dizionario etimologico, Firenze, Le Monnier, 1980.
DiSLEI: V. Boggione & G. Casalegno, Dizionario storico del lessico erotico italiano. Metafore, eufemismi, oscenità, doppi sensi, parole dotte e parole basse in otto secoli di letteratura italiana, Milano, Longanesi, 1996.
Fanfani 1976: P. Fanfani, Vocabolario dell’uso toscano, 2 voll., Firenze, Le lettere, 1976.
Fatini 1953: G. Fatini, Vocabolario amiatino, Firenze, Barbera, 1953.
GDLI: S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, vol. X, Torino, UTET, 1994-2003».
Zingarelli 1995: N. Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana 1995, Bologna, Zanichelli, alla voce.

[1] Fra i tanti dizionari, si vedano il DELI e il GDLI, alle voci.
[2] Eugenio Montale, La caduta dei valori (da Diario del ’72), vv. 1-2; 9-11.
[3] GDLI, alla voce.
[4] DiSLEI, alla voce «Baccalare», p. 319 (Bandello, Novelle, III 46).
[5] P. Levi, L’altrui mestiere, Torino, Einaudi, 1985, p. 38.
[6] Cfr. Fanfani 1976, alla voce «baccalà».