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Bosco, bosso e colosso

Dove ci si lamenta, ancora una volta e forse a torto, del terrore accademico della paretimologia; il qual terrore ha indotto gli studiosi a sostenere che gli scuri delle finestre o delle porte prenderebbero il loro nome da una radice longobarda, skur, e che niente avrebbero a che vedere con l’oscuro e lo scuro.
Dove poi si sostiene, confortati da una testimonianza medievale e da altri riscontri, che il termine bosco non provenga dalla radice germanica indicata dai dizionari, ma semplicemente dalla metatesi del latino buxus, ‘bosso’. Quindi, nel contemplare la natura cava del buxus, che diventa in italiano bossolo e che rimanda alla cavità dell’inglese box (e anche della busta e della bussola nostrane), si fantastica sopra un cavolo indiscutibilmente cavo, sopra un caule e perfino sopra un colosso.

Degli scuri

Gli scuri, quelli che servono per oscurare una stanza, dovrebbero prendere il nome, a stare ai vari dizionari, dal longobardo *skūr che, significando ‘riparo, protezione’, sarebbe «passato nell’italiano, con piena tecnicizzazione nella sfera dell’edilizia, a significare “imposta della finestra”, che serve a riparare»[1].
Tale definizione, tuttavia, non ci sembra accettabile – a meno di contorsioni storico-linguistiche o altre prestidigitazioni – in quanto gli scuri, almeno in provincia di Siena, stanno dalla parte interna del serramento e si appongono, o meglio si apponevano come quelli della vecchia bottega del mio nonno, dall’interno della stanza: non servono affatto per riparare, ma solo per oscurare. Tutti sanno, eccetto alcuni etimologisti, che gli scuri, ancor oggi, sono quelli che si aprono verso l’interno della stanza e fungono da tende mobili: riparano sì, ma dalla luce e dagli sguardi altrui.

Del bosco

Allor porsi la mano un poco avante,
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ‘l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb’esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi».
Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via,
sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme[2].

Il bosco, secondo le rocambolesche peripezie dei dizionari deriverebbe dalla voce longobarda bosch[3]. Non si comprende, tuttavia, perché la ricerca debba spingersi sempre in territori così lontani e fuori dal nostro preciso controllo. Ora, sapendo che il termine volgare bosco traduce il latino medievale buscus[4], ci chiediamo se quest’ultimo non possa derivare da buxus attraverso una semplice metatesi. Il bosco sarebbe quindi figlio del bosso. Del resto, in francese, il ‘bosco’ e il ‘legno’ si dicono bois, il ‘bosso’ buis. Ma lasciando da parte la questione, ci interessiamo ora alla cavità non solo del buxus, che ci ricorda l’inglese box, ma di tutti gli alberi e di tutti i bastoni: «Chiedigli un bastoncino fatato da potertici nascondere dentro senz’essere veduta». Così recita un passo esemplare di una novella senese[5].

Alberi cavi[6]

Alla fine di questo viaggio rimane l’idea essenziale che la pianta sia un organismo percorso internamente da linfe vitali, un’idea che non è affatto estranea all’invenzione dantesca sopra riportata. Non è difficile credere che questa sia l’immagine che più di altre ha contribuito a sviluppare le analogie fra uomini e piante di cui abbiamo fin qui parlato: i vegetali sono cavi.
Qui, nel rimandare la questione a un’indagine più accurata, non possiamo fare che alcune considerazioni. La nostra lingua può immediatamente offrirci un sostegno: il termine bossolo, che indica un contenitore, deriva dal bosso, latino buxus, una pianta particolarmente adatta per farne flauti[7]. Anche l’astuccio deriva da un’asta, ovvero un bastone. Vuoti sono il greco kaulós e il latino caulis, ‘gambo’, da cui deriva il nostro termine botanico caule, imparentato strettamente anche con un cavolo, il quale deve essere cavo: come potrebbero i bambini nascere da (sotto) un cavolo se questo non rappresentasse il canale che unisce il mondo sotterraneo a quello di sopra? Il latino ci dice poi, confermando questa prospettiva, che il cavolo si dice anche holus, cioè, come testimonia l’inglese hole (hollow), un ‘buco’.
Il gambo, dunque, deve consentire il passaggio della linfa vitale, che sia un calamo che lasci un segno (sema) o un pene che lasci il suo seme. Candele e lucerne – ivi comprese le piante omonime – sono anche immagini del sesso maschile.
Sappiamo che le fiabe costituiscono un terreno particolarmente adatto a quegli alberi cavi in cui si nascondono tesori: L’acciarino magico di Andersen o La camicia della trisavola di Gozzano … La mitologia, infatti, ha lasciato spazio alla fiaba: per così dire da Meleagro a Pinocchio. Attraverso gli alberi si raggiunge spesso l’aldilà o comunque un altrove, mentre i cani che vi abbaiano sembrano riproduzioni più o meno precise di Cerbero. È curioso, poi, che dei bachi siano stati trasportati entro baculi, ‘bastoni, canne’. La famosa storia del baco da seta sembra quasi concepita col solo fine di suffragare simili riflessioni. Ci sembra comunque innegabile una relazione metonimica fra il baco e il baculo che lo ospita:

Durante il regno di Giustiniano un persiano introdusse a Bisanzio l’allevamento del baco da seta, fino ad allora ignoto ai romani. Questo persiano – che veniva dal paese dei Seri – pose nel cavo di una canna le uova del baco e le portò integre fino a Bisanzio; all’inizio della primavera le liberò e prese ad alimentare i bachi con foglie di gelso: i bachi – nutriti con queste foglie – generarono delle ali e compirono tutte le altre loro operazioni[8].

Leggiamo un passo del De bello Gallico di Cesare, ennesimo testimone della vacuità di cui si sta parlando, nel quale si racconta che uno schiavo di Verticone porta una lettera nascosta in un giavellotto, litteras in iaculo inligatas[9].
Livio – per rimanere presso gli antichi – racconta che Bruto, inviato a Delfi a consultare l’oracolo, si presentò con un pezzo di legno come dono. Si trattava, però, di un bastone cavo che conteneva una verga d’oro[10].
Infine, non possiamo dimenticare la vicenda di Prometeo, il quale, rubando il fuoco agli dèi e nascondendolo dentro a una ferula, ci offre un’immagine assai chiara di questa idea[11].

Fantasia conclusiva intorno al colosso

Innanzitutto, com’è che arriviamo al colosso? Per associazione d’idee, forse non del tutto giustificate. Premettiamo che, nel definire il colosso, tutti i dizionari rimandano a una ‘statua di dimensioni smisurate’.
Comunque sia, da una parte, il colosso, che ci appare formalmente vicino al kaulós e ai suoi affini, sembra partecipare della cava natura del vegetale; dall’altra, sappiamo bene che i colossi, data la loro dimensione, sono percorribili all’interno e internamente cavi.
Queste suggestioni, inoltre, trovano un sostegno nel fatto che il termine greco kolossós indica la ‘stele funebre’, la cui funzione è quella di segnalare – con le sue forme appena sbozzate – l’assenza del defunto[12]. E così ci sembra che il vuoto segnalato dalla stele non sia troppo lontano da quello segnalato dal kaulós, dal caule. E perché mai dovrebbe chiamarsi stele, quella funebre? Forse perché è come uno stelo, un fiore alla memoria.
Infine, il colossale e il cavo si ritrovano anche negli alberi da cui siamo partiti, come i tronchi cavi di Pio II capaci di contenere «più di venticinque percore o agnelli»[13] o il castagno gigante di Giorgio Santi:

Egli è una vecchissima pianta, che forse avrà tre secoli, e più di antichità. Il di lui pedone è internamente affatto voto, e vi si entra da due grandi aperture, per le quali si può passare comodamente a coppia a coppia. Ne misurammo con esattezza il diametro interno, e l’esterna circonferenza. Il suo diametro interno preso nella maggior larghezza è nel voto braccia 9.1/2: la sua circonferenza  è braccia 39. grandezza veramente straordinaria, e appena credibile, e che può far riguardare questo Castagno come il Gigante dei Castagni di questa Montagna. Colla fantasia piena della maestosa grossezza dell’antico Castagno ce ne ritornammo a Casa, e al riposo[14].

Fermiamoci qui.

Riferimenti bibliografici frequenti

Angelini 2000: A. Angelini, Saggio di lessico montalcinese, Montalcino, Quartiere Travaglio; Il Leccio, 2000.
DELI: M. Cortelazzo & P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, 5 voll., Bologna, Zanichelli, 1979-1988.
Devoto 1980: G. Devoto, Avviamento alla etimologia italiana. Dizionario etimologico, Firenze, Le Monnier, 1980.
DSLEI: V. Boggione & G. Casalegno, Dizionario storico del lessico erotico italiano. Metafore, eufemismi, oscenità, doppi sensi, parole dotte e parole basse in otto secoli di letteratura italiana, Milano, Longanesi, 1996.
Fanfani 1976: P. Fanfani, Vocabolario dell’uso toscano, 2 voll., Firenze, Le lettere, 1976.
Fatini 1953: G. Fatini, Vocabolario amiatino, Firenze, Barbera, 1953.
GDLI: S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, vol. X, Torino, UTET, 1994-2003».
Zingarelli 1995: N. Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana 1995, Bologna, Zanichelli, alla voce.

Note

[1] Basti, a mo’ di esempio, il DELI, alla voce «scùro2», da non confondere, ovviamente, con «scuro1», quello che tutti conosciamo (vol. 5). Quando si dice fare a brandelli Orfeo!
[2] Dante, Inf. XIII 31-45.
[3] DELI, vol. 1, alla voce «bòsco», vol. 1.
[4] Francesco da Barberino, I documenti d’amore, a cura di Francesco Egidi, II 276, Archè, 2006.
[5] Novelle popolari senesi raccolte da Ciro Marzocchi. 1879, Roma, Bulzoni, 1992, I, p. 41.
[6] Il testo che segue è tratto dal nostro Piccolo erbario mitologico. Storie di piante di un giardino letterario.
[7] Anche Ovidio, Metamorphoses, 4, 30. Suggestioni in questo senso – flauti ricavati sia da piante che da ossa umane – troviamo nel saggio di Propp intitolato L’albero magico sulla tomba: Propp [1975, 3-39, alle pp-12-13].
[8] Fozio, Bibliotheca, 26a e b; cfr. Wilson [1992, 104].
[9] Cesare, De bello Gallico, 5, 45.
[10] Livio, Ab Urbe condita, 1, 56; cfr. Bettini [2000, 75; 93 ss.].
[11] Secondo Apollodoro (Bibliotheca, 1, 7, 1) lo nasconde in una ferula (narthex). Sull’identificazione con il finocchio gigante, ferula communis, Guidorizzi [1995, 199 n. 106]: il gambo del finocchio «contiene un midollo bianco che essendo molto secco prende fuoco come uno stoppino. Il fuoco si mantiene acceso perfettamente nello stelo e consuma il midollo gradualmente senza danneggiare la corteccia». Quest’uso sarebbe storicamente accertato.
[12] Vernant [2001, 24-31; 2014, pp. 23-29].
[13] Piccolomini, E.S., papa Pio II [1984, 1651].
[14] Santi [1975, 246-247]. Dal viaggio di Pio II nel 1462 a quello di Giorgio Santi del 1789 trascorrono tanti anni quanti potrebbero essere quelli del gigantesco castagno: «tre secoli, e più»!