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Corde, cuori e ricordi

Not is a knot of the thread of a conversation (Timothy Holthorne)
Il no è il nodo del filo del discorso (trad. Raffaele Giannetti)

Dove, con l’«aiuto» del nostro caro Timothy, si ragiona sopra l’accordo, il raccordo e il ricordo; i quali potrebbero avere insospettabili relazioni formali non solo con un cuore, come dicono i dizionari, ma anche con una corda. Si nota poi che i ‘cuori’, in latino, suonano corda: quando si dice, appunto, essere giù di corda! Infine veniamo alla corda, quella femminile singolare, che in greco è chordé e in latino chorda, laddove l’aspirazione della consonante iniziale escluderebbe legami con i cuori latini. Comunque sia, sembrandoci pur sempre strano che l’«accordo» musicale non possa essere ricondotto a quella precisa metafora del cuore che è la corda che vibra, si nota, in un ultimo sussulto di caparbietà, che il cuore inglese, heart, è formalmente simile alla chordé. Segue una fantasia sul ricordo.

Della corda

Cuori e corde, ovvero concordia e discordia, accordo e accordatura, raccordo, ricordo…
Premettiamo che, per loro stessa ammissione, i dizionari non hanno le idee troppo chiare riguardo all’argomento. Considerano, tuttavia, la corda – dal greco chordé, quindi dal tardo latino chorda – un’etimologia popolare sovrappostasi più o meno fraudolentemente al vero etimo della nostra famiglia di parole; la quale nascerebbe dai verbi concordare e accordare, derivanti, a loro volta, dal cuore latino: cor cordis. Il plurale di quest’ultimo – non lo dimentichiamo – suona corda, non lontano dal cuore greco kardía, ovvero kêr[1].
Pur accettando il diktat del dizionario, ci dispiace il fatto che l’accordatura non abbia nulla a che vedere con la corda. Constatiamo, infatti, che l’accordo associa in sé, senza alcuna forzatura, quelle che sembrerebbero due significazioni diverse, rappresentando sia il patto, la convenzione e la concordia, sia la sovrapposizione di alcune note musicali. Non possiamo fare a meno di notare – e lo facciamo con una certa soddisfazione – che il dizionario spiega la prima accezione di accordo, quella che riguarda ‘il concordare, il trovarsi d’accordo’, per mezzo di una significativa espressione, forse non abbastanza ponderata: «armonia di sentimenti»[2]. Qui, come è chiaro, la musica – e sotto sotto la corda – serve a rappresentare concretamente un concetto astratto.
Quanto al raccordo, il vocabolario prende altre strade – francesi, ad esser precisi – invocando il recente ingresso del termine nei vocabolari[3]. Innegabile, tuttavia, è la vicinanza di quest’ultimo termine alla corda geometrica, che costituisce sostanzialmente un raccordo fra due punti della circonferenza. Ed è proprio nella sezione de mathematica che Isidoro di Siviglia aveva descritto la sua chorda come un cuore. Ma la condanna è senza appello: «Etimologia ancora una volta fantasiosa: il termine chorda… non ha relazione alcuna con la parola cor»[4].
Se questo è indubitabile, si riconosca, almeno, la felicità dell’immagine che fa del nostro cuore una corda risuonante: il cuore pulsa proprio come Orfeo pulsat la corda della lira col plettro d’avorio. L’antico verbo pulsare, dunque – come ricordava anche Isidoro – indica il tocco del cantore sulle corde dello strumento[5].
Eppure, il veto degli etimologisti non ci permette di avvicinare la nostra chorda – con quell’acca non propriamente muta – ai corda, ai ‘cuori’. Costretti, dunque, ad ammettere che nessuna parentela può o potrà mai unire corde e cuori, dobbiamo cercare un’altra soluzione; la quale, beninteso, non escluda la chorda dal nostro orizzonte.
Ci chiediamo, dunque, perché gli accordi debbano trarre la loro origine da un cuore piuttosto che da quella sua vivace immagine che è la corda. Sappiamo tutti che la lingua ricorre a metafore e altre analogie che non sono tardivi abbellimenti; e che lo fa allo scopo di renderci il mondo più comprensibile: la lingua volgare, soprattutto, che ama i sensi più dell’astrazione, può servirsi dell’udito per rappresentare concetti difficili da definire, come l’armonia o la concordia. L’assonanza, l’univocità, l’unisono entrano a buon diritto nel nostro discorso. Forse che il nostro cuore non vibra? Non vibrano le nostre corde? Non possiamo toccare la corda giusta? Le nostre parole non sono talvolta vibranti?
La paretimologia di Isidoro ci illudeva sulla strada da percorrere? Forse, ma se la corda può essere metafora del nostro cuore pulsante, non potrebbe esserne anche il nome? Se così fosse, giungeremmo a una conclusione inaspettata: il cuore, il cui battito abbiamo creduto di sentire sotto all’accordo, potrebbe essere solo una falsa etimologia – questa sì – sovrappostasi con la frode al vero etimo della nostra famiglia di parole: la corda, che, come in italiano, ha perduto la sua aspirazione. Vorremmo, quindi e infine, che la chordé, caratterizzata dalla sua aspirazione, fosse riconosciuta in un ‘cuore’ inglese, pur sempre indoeuropeo: heart; tanto più che è la musica inglese che, con i suoi accordi o chords, ci riconduce senza tentennamenti alla nostra aspirazione iniziale, all’antica chorda[6]

Del cuore e del ricordo. Fantasia liberatoria

Nonostante tutto ciò che è stato fin qui detto, non è troppo facile immaginare una concordia priva di cor, visto che il latino conosce anche socordia ‘indolenza, pigrizia’ e vecordia ‘pazzia, stoltezza’ (le cui manchevolezze di cuore sono da addebitarsi interamente ai prefissi privativi e non certo alla loro etimologica cordialità): so– equivale a se– ovvero sine, cioè ‘senza’; mentre ve– o vae– è da connettersi con antichi ‘guai’ e con la vacuità. Se l’accordo ci pareva un termine troppo vicino alla consonanza di una chordé e una squisita metafora musicale, anche il cuore, dal canto suo, ha da vantare legami con il tempo che scorre e con la sua misurazione: i termini sistole e diastole sono ancora oggi pertinenti sia alla descrizione di un cuore che batte sia al ritmo, alla metrica, alla retorica e, quindi, alla musica[7].
Ma c’è un’altra parola che turba, si fa per dire, i nostri sonni: il ricordo, perché anch’esso viene ricondotto al cuore, che è l’antica sede della memoria. Al proposito ci sovviene il francese par cœur, ‘a memoria’.
Tuttavia, Eugenio Montale, con uno dei suoi Ossi di seppia, ci fa di nuovo balenare davanti l’immagine della corda. Snodo essenziale della lirica, incentrata sul ricordo, infatti, è l’immagine della carrucola, che costituisce una nuova, meccanica e cigolante metafora del ri-cordare, del ri-trarre il filo della memoria:

Cigola la carrucola del pozzo,
l’acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un’immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro…
Ah che già stride
la ruota, ti ridona all’atro fondo,
visione, una distanza ci divide[8].

Il ricordo, vediamo, ritorna faticosamente in superficie, contenuto in un secchio che è specchio alquanto narcisistico e immagine retoricamente riflessa: «Trema un ricordo nel ricolmo secchio, | nel puro cerchio un’immagine ride».
E poi tutti vediamo come l’aggettivo atro – nel penultimo verso, giù nell’oscuro fondo della poesia e del pozzo –, un atro che significa ‘nero, privo di luce e insieme atroce’, rappresenti la memoria perduta di sé, di chi ormai è altro, cioè altro da sé. L’alterità montaliana non può essere che atra. Ciò equivale a dire che è proprio il termine altro, mal riflesso nell’acqua di un pozzo, a trasformarsi in atro: «Accosto il volto a evanescenti labbri: | si deforma il passato, si fa vecchio, | appartiene ad un altro…».
Ah… Proprio nel momento del riconoscimento, in questo varco e in questo limine costante degli Ossi di Montale, si consuma la tragedia, stride la tragedia. Si tratta di Narciso e non di Euridice: chi si riflette nell’acqua è lo stesso poeta, che non si riconosce più nella sua memoria di sé. Un «passato» che «si fa vecchio» non è, a pensarci bene, quello a cui tutti, nella euforia superficiale del momento, pensiamo. Proprio no, perché il passato, semmai, dovrebbe farsi giovane, o riproporre immagini sbiadite della nostra passata gioventù. Il recupero memoriale presuppone che il tempo trascorso appaia irrimediabilmente cambiato. È per questo che il poeta, scrutando nell’acqua, non riconosce più, come suo, quel tempo. È rievocando le sue forme giovanili che Montale le scopre vecchie, come fossero solo parvenze lontane di quella che è la sua attualità. Il giovane di un tempo può apparire vecchio, almeno sotto il profilo morale, ma non soltanto. Si tratta di un Narciso capovolto. Nella rimemorazione stessa sono, dunque, già insite le ragioni della sua distanza dall’oggi. Non vi è mai capitato, nel riguardare una vecchia foto, di sentirne tutta la distanza, di giudicarla datata, superata, fuori moda? Che cosa avete pensato quando vi siete rivisti con quei capelli ridicoli, quel maglioncino a righe orizzontali che oggi nessuno porterebbe, con quei pantaloni da clown…? Vogliamo, allora, notare che il ridere – questo augurale e aurorale ‘venire alla luce’ – non tarda a trasformarsi in uno st-ridere beffardo e sonoro, segno di una stridente inattualità. E lo fa, con una coerenza poetica assoluta, senza morire del tutto, conservando, per così dire, i tratti della sua antica fisionomia umana.
«Lo ri-cordo significa lo formidabile et laborioso ritrarre la chorda, grauata da la secchia, fora da lo pozzo de le memorie, oue isse disfatte putono; e lo suo putere nessuno vorria più sentire». Così, in un vecchio scartafaccio, il solito anonimo. La memoria è come una carrucola.
Del resto, anche la metafora che meglio di altre sembra descrivere l’atto del ricordare narrando, cioè il tessere, deriva da un intreccio di fili, dal tramare e dall’ordire, cioè da caratteristiche di ordine compositivo, e soprattutto dalla particolare maniera di riappropriarsi del passato che tale immaginazione presuppone: passo passo, come dice Manzoni, senza salti, sempre più indietro; ma sempre con quella particolare complementarità che lega il diritto al rovescio: come se si trattasse, appunto, di riavvolgere la corda[9].
Se il ri-cordare significasse ‘ri-trarre il filo delle memorie’, forse il rammentare potrebbe confondersi, almeno per un momento, col ‘rammendare la tela, strappata, del ricordo’; come dice Mrs. Kessler, nell’Antologia di Spoon River: «E gli strappi e le toppe s’allargano col tempo; | non c’è ago o filo che possano frenare la rovina»[10].
Eppure, la tela non è il gomitolo, e il racconto non coincide con l’azione del tessere, cioè del vivere, quanto con il suo contrario, col guastare la tela e riavvolgere il filo: raccontare per non morire, cioè rivivere il tempo trascorso volgendosi indietro, addipanando il filo dei ricordi.
Leggiamo, infine, di un cuore che è memoria e, insieme, strumento musicale:


il vento che nasce e muore
nell’ora che lenta s’annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore[11].

Scordare, dunque.
Anche qui, una perfetta sovrapposizione, in quanto scordare, che è anche il contrario di accordare, è vicino a corde e ricordi. Che sia l’ennesima coincidenza?

Riferimenti bibliografici

Battaglia 1994-: S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, Torino, UTET.
Benveniste 1976: E. Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, 2 voll., Torino, Einaudi.
Cortelazzo & Zolli 1979-1988: M. Cortelazzo & P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, 5 voll. Bologna, Zanichelli.
D’Annunzio 1995: G. D’Annunzio, Notturno, in Prose scelte, a cura di Gianni Oliva, Roma, Newton Compton.
Devoto 1980: G. Devoto, Avviamento alla etimologia italiana. Dizionario etimologico, Firenze, Le Monnier.
Grmek 1996: M.D. Grmek, Il calderone di Medea. La sperimentazione sul vivente nell’Antichità, Roma-Bari, Laterza.
Isidori Hispalensis Episcopi Etymologiarum sive originum libri XX, 2 voll., 1. ed. 1911, Oxford University Press, 2007.
Isidoro di Siviglia, Etimologie o origini, a cura di Angelo Valastro Canale, 2 voll., Torino, Utet, 2006.
Montale 1996a: E. Montale, Prose e racconti, a cura e con introduzione di Marco Forti, note ai testi e varianti a cura di Luisa Privitera, Milano, Mondadori.
Montale 1996b: E. Montale, Il secondo mestiere. Arte, musica, società, a cura di G. Zampa, Milano, Mondadori.
Montale 1997: E. Montale, Tutte le poesie, a cura di G. Zampa, Milano, Mondadori.
Solomon 1998: M. Solomon, Su Beethoven. Musica mito psicoanalisi utopia, trad. di G. Zaccagnini, Torino, Einaudi.

[1] Devoto 1980; Cortelazzo & Zolli 1979-1988; Battaglia 1994-, alle voci. Anche s. Agostino aveva associato cor e recordatio: «et abigo ea manu cordis a facie recordationis meae» (Agostino, Confessioni, X 8). Rimandiamo a Benveniste 1976, I, p. 135, dove si associano cor e recordor.
[2] Cortelazzo & Zolli 1979-1988, alla voce «accordàre» (sotto cui «accòrdo»).
[3] Iidem, alla voce.
[4] Isidoro di Siviglia, Etimologie, III 22.6 (su cor, XI 1, 118). A. Valastro Canale, commento ad locum dell’ed. UTET, Torino 2006.
[5] Ovvero «pectine eburneo» (Virgilio, Eneide, VI 647).
[6] In un passo del Paradiso dantesco, troviamo una corda – quella dell’infallibile arco divino – che rima con s’accorda: «e ora lì, come a sito decreto, | cen porta la virtù di quella corda | che ciò che scocca drizza in segno lieto. | Vero è che, come forma non s’accorda | molte fïate all’intenzion de l’arte, | perch’a risponder la materia è sorda» (Dante, Par., I 124-29; ma si veda anche l’arco del v. 119. Ma basta un’anglica cordicella – cord – a far cadere la nostra fragile costruzione.
[7] Sappiamo che «un trattato anonimo, Sinossi sul polso, attribuito a Rufo d’Efeso, sostiene che Erofilo non ha studiato soltanto il numero dei battiti del polso in un tempo dato, ma anche il suo lògos, e cioè il rapporto fra la durata della sistole e della diastole. Secondo Erofilo, il ritmo del polso variava secondo l’età e lo stato di salute; è possibile paragonare il polso di ogni età a un metro della prosodia: nel neonato, è breve nella diastole e nella sistole (due sillabe brevi o pirrichio); nei giovani, è un trocheo; negli adulti, uno spondeo; e nei vecchi, un giambo» (Grmek 1996, p. 49 e ntt. 4-7 alle pp. 133-34).
[8] In un racconto del 1948, La casa delle due palme, Montale reinventa il suo «pozzo delle memorie» (Montale 1996a, p. 39; ma si legga anche Il bello viene dopo, a p. 50: «“Un secchio d’acqua di pozzo tirata su… con dentro dieci o dodici limoni spremuti…”»). Una precisa suggestione dannunziana: «Odo stridere la carrucola del pozzo. Il passato mi piomba addosso col rombo delle valanghe; mi curva, mi calca» (D’Annunzio 1995, p. 150). Nell’immaginazione poetica di Montale si riverbera anche un passaggio dantesco: «Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro | movesi l’acqua in un ritondo vaso» (Par., XIV 1-2).
[9] È così che l’Innominato, «il tormentato esaminator di sè stesso, per rendersi ragione d’un sol fatto, si trovò ingolfato nell’esame di tutta la sua vita. Indietro, indietro, d’anno in anno, d’impegno in impegno, di sangue in sangue…» (A. Manzoni, I promessi sposi, cap. XXI).
[10] Trad. A. Rossatti. Ma il rammendo è la sutura di una menda, cioè di un errore (emendare) e che rammentare è connesso con la latina mens (come ‘mentovare’), così come ricordo sarebbe connesso con cor.
[11] Corno inglese; enfasi nostra (Montale 1997, pp. 13 e 799). Un’ultima citazione montaliana: «Dalla mia la tua musica sconcorda, | allora, ed è nemico ogni tuo moto. | In me ripiego, vuoto | di forze, la tua voce pare sorda» (Giunge a volte, repente, vv. 4-7, in Montale 1997, p. 57).