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Necessario: essere o non essere?

Dove si sostiene, in contrasto con i dizionari etimologici, che il termine necessario (dal latino necesse) non ha nulla a che vedere con il cedere (dizionariescamente ne/cessario, ‘non cedibile’), quanto piuttosto con il non essere (nec/essario). Ebbene, se in latino il ‘non essere’ suona necesse, e l’‘essere’ esse, è il primo – ciò che non è, ovvero il contrario – ad apparire necessario alla definizione di un ente (che è, non dimentichiamolo, l’antico participio presente del verbo essere). Questione antichissima, la nostra, e sempre attuale, almeno dai filosofi presocratici ai teatri in cui si recita Amleto.

Secondo il dizionario etimologico, il necessario rappresenta «ciò di cui non si può fare a meno». Il termine, derivato dal latino necessariu(m), che a sua volta deriva da necesse, sarebbe composto da ne-, ‘non’, e cedere, ‘ritirarsi’; significherebbe quindi ‘che non può essere ritirato, mosso’[1]. La sua dotta natura appare ancora intatta nell’avverbio necessariamente.
La spiegazione del dizionario non ci sembra delle più convincenti, e non solo perché il necessario degli antichi o dei filosofi si colora di un ineluttabile che ci sembra alquanto lontano dal non cedibile di cui sopra – il quale implica una vicinanza o un possesso almeno un po’ imbarazzanti, per esempio nell’espressione ‘mancare del necessario’ –, ma per motivi di carattere formale. Un incontro, non del tutto fortuito, ci ha infatti indirizzati verso una nuova meta: si tratta del lemma «necessàre», un verbo antico che significa ‘essere necessario, indispensabile o opportuno’[2]. Constatiamo, quindi, che tale forma ben si accosta a quella di un altro verbo italiano: interessare (dall’infinito verbale latino interesse).
Ora, poiché interesse è un composto del verbo latino esse, cioè ‘essere’ (inter esse significa propriamente ‘trovarsi in mezzo, stare fra’), è agevole pensare che la scomposizione formale del nostro lemma, così come ci è stata presentata dai dizionari (necesse), non sia scontata. Sovrapponendo i due termini (interesse e necesse), vediamo infatti che, alla luce dell’inter-esse, il necesse potrebbe rivelarsi come il frutto di nec ‘non’, ed esse ‘essere’, significando ‘non essere’. In fondo, avremmo davanti a noi due composti dello stesso verbo latino esse. Per di più, entrambe le voci, interesse e necesse, si sarebbero trasformate in due sostantivi della lingua italiana. Il ragionamento, certamente, non è falsato dal fatto che necesse è una voce arcaica, tipica della filosofia scolastica, assai meno longeva della prima. È comunque attestata dal dizionario[3].
Inoltre, il prefisso nec- dà luogo ad altri termini della lingua latina come i sostantivi negotium ‘negozio’, ‘affare’ e nex necis, ‘morte’; o come i verbi negare e necare, ‘negare’ e ‘uccidere’, che esprimono bene il senso, per così dire, di una nec-azione. Infine, nessuno dei termini che iniziano per nec– o neg– è composto con un prefisso di forma ne-, ma solo con nec[4].
Qual è, dunque, il senso di tutto ciò? Sapendo che ogni entità nasce insieme al suo contrario, ovvero che la tesi si definisce tramite l’antitesi, si può ragionevolmente affermare che l’essere possa essere definito tramite il non essere, che diviene, per questo stesso motivo, necessario all’affermarsi dell’essere stesso. Ma questa è vicenda filosofica assai nota.
Concludiamo tornando all’interesse da cui eravamo partiti: il termine deriva dall’infinito latino inter-esse, ‘trovarsi in mezzo’ o, meglio ancora, ‘trovarsi fra l’esse e il necesse’, cioè fra l’essere e il non essere: essere chiamati a fare una scelta.

Divagazioni finali

L’esse, il necesse e l’interesse costituiscono una triade numerologica e pitagorica: l’Uno, il Due (con il  loro eterno e tragico contrapporsi) e il Tre, cioè l’interesse, questo ‘stare fra’ i corni del dilemma. Entrando in gioco, trovandoci al bivio dell’Uno e del Due, diventiamo noi stessi un Tre, trasformando una lontana e bicorne tragedia nella nostra umana e sofferta commedia (che gli antichi, a torto o a ragione, interpretavano come ‘con il [termine] medio’). Che sia questa la genesi della tribolazione? Comunque sia, indoviniamo la contemporaneità di queste, per così dire, invenzioni culturali.
Sulla nec/essità del non essere – scusate il gioco di parole che è solo nostro –, cioè del contrario, bastino i seguenti esempi; possiamo intuire, infatti, che cosa rappresenti simbolicamente il colore rosso, solo se lo confrontiamo con la sua polarità: accanto al nero sarà un colore politico, accanto al blu rappresenterà il caldo, accanto al verde un perentorio stop. Allo stesso modo, un lupo sarà un prepotente sanguinario se accostato a un agnello (Fedro, Favole, I 1); ma sarà un animale affamato di libertà, senza catena al collo, se accostato a un cane (Fedro, Favole, III 7). L’agnello e il cane sono stati proprio necessari. Citiamo, infine, il nostro amato Claude Lévi-Strauss: «Se ci si permette l’espressione, non sono le rassomiglianze, ma le differenze, che si assomigliano»[5].

[1] N. Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana 1995, Bologna, Zanichelli, alla voce «necessàrio»; M. Cortelazzo & P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, vol. III, I-N, Bologna, Zanichelli, 1983, alla voce; S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, vol. XI, Torino, UTET, 1994, alla voce. Non è pianamente comprensibile tale senso passivo del necessario – ‘che non può essere ceduto’ – a partire da un verbo intransitivo quale appunto cedere, ‘ritirarsi’.
[2] S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, vol. XI, Torino, UTET, 1994, alla voce «Necessàre».
[3] S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, vol. XI, Torino, UTET, 1994, alla voce «Necèsse».
[4] Per esempio, necopinatus o necopinus ‘inatteso’, neglego ‘trascuro’, oltre a quelli citati nel testo.
[5] C. Lévi-Strauss, Il totemismo oggi, Milano, Feltrinelli, 1976, p. 110.