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Randa, randagio e randello. E razza

Dove si dice, in forme più laconiche e risentite del solito, che i dizionari etimologici si sono divertiti a sminuzzare la nostra lingua in mille frammenti, rendendone irriconoscibili i legami metaforici che invece legano – e le caricano di senso – le diverse immagini. E dove, dopo aver reso alla randa, al randagio e al randello la loro comune origine, si passa a una nuova proposta etimologica concernente il termine razza, su cui potrete leggere – attraverso un link – un commento più puntuale.

È sempre con maggiore costernazione che scopriamo, nei dizionari etimologici, la dispersione della nostra lingua e, con essa, di molte altre cose, non escluso il buon senso.
I nostri dubbi o dilemmi – che restano tali e non pretendono di trasformarsi in verità grazie a questa breve e frettolosa perorazione – reclamano soltanto un’attenzione che non sia, beninteso, malevola o supponente. Non ci piacciono, dunque, le soluzioni proposte dal dizionario etimologico in relazione ai seguenti termini: randa, randagio, randello. Leggiamole:

rànda, s.f. ‘nelle navi, vela aurica trapezioidale (sic) allacciata all’albero e inferita superiormente al picco e in basso alla boma’ […], ‘regolo mobile che serve ai muratori per disegnare archi sul muro’. […] Etim. incerta, a meno che non si identifichi questa vc. con l’omonima randa ‘orlo, riva’ (di orig. germ.), dalla quale dipende anche il marinaresco randeggiare ‘navigare lungo la costa a minima distanza’.

randàgio, agg. ‘che procede vagando’ […]. Etim. molto discussa, anche se la tendenza di più studiosi, sia pure con riferimenti diversi, è di rifarsi al v. errare… Secondo un accostamento di Alessio… si tratterebbe della contaminazione dell’it. andar errando col fr. ant. aler arage, provz. anar aratge (dal lat. erraticu(m) ‘vagante’…). Ad errare, come costante risorsa esplicativa, ricorre anche V. Pisani… che accetta la ricostruzione dello Zambaldi di un *errandaticus, da *(er)ravondo, per sviluppo di errabundus col suff. -aticus, sorretto dall’assonanza con malvagio.

randèllo, s.m. ‘bastone piuttosto grosso’ […]. Tenuto conto del sign. più ant. (‘bastone che serve per stringere’), non va sottovalutata l’ipotesi di Alessio che risale al lat. haerenda ‘ciò che sta attaccato o stringe’, il quale spiegherebbe anche il calabr. randellu (e var.) ‘fazzoletto da lutto, che si stringe intorno alla testa’, ricondotto in un primo momento a randa ‘margine, estremità’1.

Per noi, contrariamente a quanto abbiamo appena letto, è possibile che i tre lemmi del dizionario – randa, randagio e randello – nascano dalla stessa immagine (e non da una bislacca fantasia fonetica): quella di un bastone che sia raggio di un cerchio, in quanto legato a una delle due estremità, per esempio all’albero della nave. Così è la randa, e così anche il randagio, che ritorna ciclicamente sui propri passi ripercorrendo il cammino già fatto. E questo è anche il randello, ovvero questa piccola ma temibile randa imperniata su una mano o su un polso. Infine, pare pertinente, proprio per questa sua caratteristica, l’immagine oscena  e facilmente intuibile prodotta dal randello, che è «Pezzo di legno corto e leggermente arcuato che serviva a stringere la legatura di balle o some»2.
Come spesso avviene, alla base dell’invenzione linguistica e delle sue originarie e necessarie metafore, troviamo un’immagine e non dei suoni avulsi dalla percezione psicologica e culturale dei parlanti. Ci viene in soccorso un termine inglese, assai chiaro al proposito: random ‘a caso’, un po’ come randagio. L’errare invocato dagli etimologi è astratta invenzione di chi non ha ancora compreso che quella che deve essere soddisfatta non è la nostra mentalità di moderni ma quella di chi – necessariamente più iconico e metaforico – ha inventato i termini di cui ora discutiamo.
Infine, ci chiediamo se randa e compagni non siano legati – così come grande è legato a grado – al radere, al radius, al rasoio, cioè all’immagine di un mobile raggio di cerchio, ed anche al termine razza, di cui discutiamo qui sotto.
In ogni caso, splendido acronimo è il RADAR, che nel nome associa alla sua palindroma riflessione anche l’immagine di un raggio che rade, spazzandola, l’area di un cerchio!
Quanto al rasoio, al radere, e quindi al raggio e al razzo, intuiamo la loro affinità iconica con la razza (nel senso di stirpe), che ci sembra un irraggiamento vitale, e anche con la razzia, che bene possiamo mimare trasformando il nostro avambraccio nel mobile e rapace raggio del cerchio con il centro fissato nel nostro gomito.

Razza

Certo è che il termine razza incute un certo timore, e per più di un motivo. Tuttavia, proprio a causa della sua rilevanza storica, vogliamo discuterne l’etimologia proposta dai dizionari3. Meraviglia il fatto che proprio un termine di tale portata rimanga, a nostro avviso, privo di una etimologia convincente. Si è detto, infatti, che la razza deriva dal latino ratio, come se il suo senso primo fosse quello di una equa distribuzione, di un calcolo, di un criterio razionale; si è avuto perfino il coraggio di indicarne l’origine in una latina generatio, ‘generazione’, che avrebbe perduto il prefisso gene-! Involontariamente comico, diremmo. Infine ci siamo attestati sul francese antico, che miracolosamente sembra averci tratto d’impaccio: razza deriverebbe da haraz o haras, ‘allevamento di cavalli’. Tuttavia, ci pare lecito dubitare anche di quest’ultima ipotesi. Perché? Perché non c’è niente nella razza che rimandi alla nostra natura equina; perché, dunque, l’haraz ha tutta l’aria di un ritrovamento casuale, nemmeno troppo pertinente.

Dove cercare, allora? Nel dizionario, laddove si incontrano altre razze – per esempio quelle con la zeta sonora, come il pesce – che rimandano al termine latino raia, raica e radius, cioè al ‘raggio’, al ‘razzo’! La razza ci pare un irraggiamento, un irradiamento e, in più, un radicamento, come se si trattasse di una ràdica, di una radice. Ecco, ci siamo arrivati! Ecco dove cercare la nostra razza: nelle nostre radici! In greco antico radice si dice rhiza, in francese racine; in inglese, race significa ‘razza’ e ‘radice (di zenzero)’. E allora ci sovvengono mille immagini e mille espressioni che fanno dell’uomo una pianta: stirpe significa ‘radice’… Ma sarebbe troppo lungo elencare gli indizi della nostra natura botanica: basti dire che, una volta morti, gli uomini prendono posto, per l’eternità, in quell’albero genealogico di cui sono un ramo o una foglia.

[link: rimandiamo al capitolo Razza come radice, in Raffaele Giannetti, Piccolo erbario mitologico. Storie di piante di un giardino letterario, in corso di stampa]

Note

1 M. Cortelazzo & P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, 5 voll. Bologna, Zanichelli, 1979-1988, alla voce. Le citazioni del dizionario, nell’ordine, sono tratte da F. D’Alberti di Villanuova, Dizionario universale, critico, enciclopedico della lingua italiana, Lucca 1804; P. Fanfani, Vocabolario dell’uso toscano, Firenze 1863; Dizionario di marina medievale e moderno, Roma 1937.

2 V. Boggione & G. Casalegno, Dizionario storico del lessico erotico italiano. Metafore, eufemismi, oscenità, doppi sensi, parole dotte e parole basse in otto secoli di letteratura italiana, Milano, Longanesi, 1996, p. 239, col. b.

3 Rimandiamo alle indicazioni contenute nel testo di cui al link.