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FARE FIASCO

Dove, analizzando l’espressione fare fiasco, se ne ipotizza un’origine diversa da quella che propongono i dizionari etimologici; e dove il fiasco dimostra la sua parentela con il fiacco e il floscio.

Ragionamenti intorno a un’espressione controversa

Si dice che l’espressione «fare fiasco» nasca dal mestiere del soffiatore di vetro, e indichi, appunto, la produzione accidentale di un fiasco – o di un recipiente somigliante – in luogo di un’altra forma più difficile da ottenere. In quest’ottica, il fiasco costituirebbe un insuccesso.
C’è chi sostiene, invece, che l’espressione nasca altrove: un fiasco sarebbe stato all’origine dell’insuccesso teatrale di Domenico Biancolelli, il grande Arlecchino che, una sera del 1681, avrebbe deciso di improvvisare, con poca fortuna, sopra quell’oggetto.
Non è difficile rimanere perplessi di fronte a siffatte spiegazioni. Ci sembra, infatti, che entrambe le storie suggeriscano dinamiche distorte ed eventi incontrollabili o non controllati affatto.
L’episodio teatrale pare, per più di un motivo, un innocente aneddoto trovato nelle pieghe della storia e utilizzato maldestramente per spiegare la nostra vicenda. Vediamo perché. Ci insospettisce, per esempio, il fatto che si sia andati a cercarne l’origine proprio fra la polvere del mondo teatrale, nel quale la nostra espressione – che coincidenza! – si trova particolarmente a suo agio. Ma l’inconsistenza della ricostruzione è denunciata dalla presenza, del tutto irragionevole e ingenua, di un fiasco! «Fare fiasco», infatti, deve nascere piuttosto dalla valenza metaforica dell’oggetto, cioè di un recipiente, originariamente non rigido, che, appoggiato sul tavolo, faccia appunto «fiasco», cioè si afflosci sulla sua pancia. Ma anche questo può costituire una forzatura della nostra immaginazione: basta la forma, anche in un fiasco vitreo, a indicarne il senso. Comunque sia, il fiasco da presupporre è solo metaforico. E solo dei ricercatori pasticcioni, per troppo zelo e troppa poca sagacia, potevano sospingerlo in un teatro o nelle officine del vetro.
Prendiamo l’espressione «fare scopa» (‘fare piazza pulita’): ovvio che sia già metafora quando la si mette sopra un tavolo da gioco: non sarebbe troppo saggio pensare a dei fabbricanti di scope che stanno intrecciando eriche! Allo stesso modo, non ci sarà bisogno di scomodare degli spazzini per spiegare «fare piazza pulita». Lo stesso si potrebbe dire di molte altre analoghe espressioni [1].
In altre parole, le due soluzioni fin qui ipotizzate sembrano derivare da un’indagine preconcetta, dietro alla quale indoviniamo una domanda: «Dove potremmo trovare un fiasco?». Escludendo l’osteria, lo troviamo in due luoghi: un teatro e una soffieria.
Ci chiediamo, quindi, se il fiasco, nell’immagine e nel deludente flop che disegna, non possa essere avvicinato a un suo sosia formale, ancorché proveniente da un’altra lingua: flash, che il solito dizionario dichiara «d’origine espressiva» [2]. Si può vedere, infatti, che una stessa radice (fl-) unisce i termini di cui qui si ragiona.

Conclusioni

«Fare fiasco», come molte altre espressioni, non nasce verosimilmente da un caso fortuito – la sfortuna di  Biancolelli o un ripetuto errore di un soffiatore di vetro –, ma da un senso diffuso, per il quale il fiasco – gotico flaskō e latino medievale flascum – ha già assunto il suo particolare valore di floscio, fiacco [3]. La somiglianza formale tra il fiasco e gli aggettivi appena citati potrebbe essere determinante. Il fiasco, comunque, deve essere un’immagine condivisa, chiara e diffusa, che non trae dai soffiatori il significato dell’insuccesso, ma dalla sua stessa forma e dalla sua stessa radice. L’insuccesso è iscritto nella sua forma a bulbo, che si allarga e si sforma.
In ogni caso, è da credersi che gli aneddoti con cui spesso si tenta di spiegare un’espressione altrimenti incomprensibile finiscono per descrivere una lingua che verrebbe a formarsi quasi dal nulla, senza logica alcuna, per puro caso; una lingua che, secondo alcuni, avrebbe potuto annoverare l’espressione «fare ombrello» per definire un insuccesso teatrale se solo Biancolelli, quella sera, avesse preso un ombrello invece di un fiasco. Non è così, fortunatamente. La lingua è cultura, e come tale è segnata profondamente dalle nostre immaginazioni, dalle analogie, dai mille trapassi metonimici e d’altro tipo, che possono sfuggire a chi la guardi da lontano e a chi non abbia dimestichezza non solo con gli oggetti a cui i nomi si riferiscono, ma anche con tutti gli altri che, intorno intorno, sono investiti dei sensi delle loro relazioni reciproche.

Note

[1] Ci limitiamo a ricordare «fare tombola», «fare man bassa», «fare bella figura».
[2] Cortelazzo & Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, alla voce.
[3] Checché ne dica lo specialista, alcune spiegazioni del dizionario etimologico appaiono decisamente avventurose: fiacco, flaccido e floscio (M. Cortelazzo & P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, 1979-1988, alle voci).