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Scìa, ovvero dell’ombra

Dove si sostiene, in disaccordo con i dizionari etimologici, che scia non è un termine di origine onomatopeica, e che deriva dal termine grecoantico skià che significa ‘ombra’. I legami fra l’ombra e la scia, per quanto ancora oggi intuibili o immaginabili, sono evidenti per l’antropologo o lo studioso delle culture antiche.

La scìa – dice il Dizionario etimologico della lingua italiana – è voce onomatopeica [1]. E questo, a nostro giudizio, è un primo passo falso. La portata onomatopeica del termine appare il frutto casuale della sua brevità. La scìa, anche quella sinestetica «di profumo», è una traccia, evanescente o leggera, lasciata su una superficie. È essenzialmente un dato visivo, non uditivo. Il suono ha già le sue tracce, ma sono piuttosto echi o riverberi, mai scìe.
Facciamo ora bene attenzione: per leggere la precedente definizione di scìa, dobbiamo andare alla voce «sciàre2» – da intendersi come ‘fare, produrre una scìa’ – dal momento che alla voce «sciàre1» si tratta soltanto degli sci: questi ultimi proverrebbero dal norvegese ski, legato, a sua volta, all’antico islandese skith ‘scheggia, pezzo di legno’, di origine indoeuropea e connesso con scindere [2]. Dispiace – ed è dir poco – che il dizionario non lasci alcuna possibilità di associazione fra la scìa e gli sci, come se questi non lasciassero una scìa e come se l’accostamento dovesse essere per forza una paretimologia, una di quelle trovate popolari destituite di ogni fondamento. Insomma, scia e sci, a detta del dizionario, vanno tenuti ben distinti. Questo, sempre a nostro giudizio, è il secondo passo falso; e fatale. Vedremo infatti che il senso primo della nostra scìa apparirà proprio in relazione all’idea di «doppio», ovvero all’idea degli sci connessi non tanto al «pezzo di legno» quanto alla «scheggia» in sé e per sé, come prodotto di una scissione. Detto in altre parole, il dizionario stesso ci racconta che gli sci sono essenzialmente, e per più di una caratteristica, doppi. L’acqua solcata da una prua, nel lasciare una scìa, si apre biforcandosi. E questa è un’immagine assai prossima a quella degli sci sulla neve. Fin qui i motivi del disaccordo con i dizionari etimologici. Ma la scìa, allora, esclusa la sua natura onomatopeica, da dove nasce? Da quale altro termine o immagine deriva?
Mentre ci poniamo simili domande, improvvisamente ci sovviene che, in greco antico, skià significa ‘ombra’ (e l’aggettivo latino ascius, che ne deriva, ‘privo di ombra’) [3]. Comprendiamo di avere una nuova soluzione a portata di mano: l’ombra degli antichi Greci, la skià, si è trasformata nella nostra scìa. E l’ombra può ragionevolmente sembrarci una scia, di cui condivide, del resto, la doppia e sfuggente natura. La lettura antropologica della skià rimanda alla sua stessa essenza di ‘doppio’ dell’uomo in tutte le sue sfumature di significato. L’ombra, in sintesi, è doppia, dubbia e inafferrabile come una scìa. La sua è una natura, per così dire, riflessa. In altri tempi, inoltre, era più concreta e tangibile di quella attuale: era una sorta di impronta, di calco, di negativo. Lasciava il segno:

In primo luogo essa è indistinguibile (anche linguisticamente) dal simulacro lucente che si presenta a noi nello specchio; mentre più di un mito greco ci rappresenta l’ombra proiettata, la skià, come qualcosa di strettamente simile all’ombra del trapassato, la psychè. L’ombra costella dunque attorno a sé una molteplicità di forme e di immagini, ciascuna delle quali ha un modo diverso (ma anche assai affine) di «stare per» l’oggetto a cui rimanda: se è poi vero che queste immagini rimandano a un oggetto o piuttosto non sono direttamente questo oggetto, ciascuna una variante rarefatta della persona, una variante concentrata nella sua trasparenza … Può accadere così che l’ombra/immagine si faccia talmente reale da suscitare la passione di colui che contempla se stesso in una fontana. Ma in questo caso, a chi appartiene l’identità reale, chi è più in grado di dire «io», il soggetto o l’ombra che gli nasce incontro dalla superficie lucente? È il dramma di Narciso e del suo «doppio». […]
Calcata sull’ombra del modello, la «prima» immagine rassomigliante porta dunque in sé l’intrico di un’intera costellazione culturale. Ombra, doppio, psychè … E nasce assieme al dubbio che per tutto il seguito della sua vicenda culturale, l’immagine continuerà a trascinarsi dietro: si tratta solo di una riproduzione del referente o non, piuttosto, di una parte di lui? Rassomiglia al suo modello o, in qualche modo, lo «tocca»? [4]

Ebbene, ci sono cento altre parole che, caratterizzate dalla medesima radice della scìa e degli sci, indicano appunto una biforcazione, oppure un doppio come può essere un’ombra. E così, la nostra attenzione può essere attirata da uno schianto, che è il prodotto, come lo schiantolino, di una sciancatura, come lo è lo sciancato. E che dire di una botanica schiatta, di una scissione o uno scisma o schisma? [5] Ora ci appaiono altri doppi come scheda o schema [6]  Infine, ecco il biforcuto osso iliaco «donde el dolore di essa si chiama sciatico» [7]. In fondo, anche la scienza – dal latino scientia (scio ‘so’) – ci parla di una forma, quella del pensiero razionale, che nasce dall’azione di scindere, distinguere, discernere, e che, ritrovata nel latino putare – ‘pensare’, ‘ritenere’ – rimanda all’idea fondamentale e originaria della potatura.
Altri termini denunciano i loro chiari legami, per quanto metaforici, con la nostra famiglia. Alcuni di essi risultano assai suggestivi: scivolare, schettinare. E molti altri potrebbero aggiungersi ai precedenti.
Nonostante i dizionari etimologici, dunque, siamo propensi a credere che scìa e sci facciano parte di una stessa grande famiglia.

NOTE

  1. M. Cortelazzo & P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, 1979-1988, alla voce «sciare2».
  2. Cortelazzo & Zolli 1979-1988, alla voce «sci».
  3. Plinio, Naturalis historia, 2, 185. Si tratta evidentemente di un aggettivo formato da un’alfa privativa e dall’aggettivo relativo alla scìa: a-scius.
  4. M. Bettini (a cura di), Introduzione, in La maschera, il doppio e il ritratto. Strategie dell’identità, Roma-Bari, Laterza, 1991, pp. VI-VII; si vedano anche le pp. 47-60 dedicate a Narciso e le immagini gemelle; Idem, Il ritratto dell’amante, Torino, Einaudi, 1992; F. Frontisi-Ducroux & J.-P. Vernant, Ulisse e lo specchio. Il femminile e la rappresentazione di sé nella Grecia antica, Roma, Donzelli, 2003, pp. 137 e 170-172 e passim. La prima immagine rassomigliante di cui si dice qui sopra rimanda a un racconto di Plinio il Vecchio: Butade, un vasaio di Sicione, che teneva bottega in Corinto, avrebbe fabbricato il modello in argilla di un giovane a partire dal profilo della sua ombra, profilo che la figlia del vasaio, innamorata del giovane, aveva tracciato nottetempo sulla parete, mentre questi dormiva (Plinio, Naturalis historia, 35, 151).
  5. Cortelazzo & Zolli 1979-1988, alla voce «schéggia»: «dal latino schidiam, dal greco schídia, plurale di schídion ‘scheggia’ (derivato di schízein ‘fendere’, di origine indoeuropea)».
  6. Cortelazzo & Zolli 1979-1988, alla voce «schèda». Ma la scheda, voce dotta, dal latino schedam, viene rimandata al greco «schéde ‘foglio di papiro’, di origine incerta».
  7. S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, Torino, UTET, 1995-2003, XVIII, alla voce «scia2». Ma si legga anche Cortelazzo & Zolli 1979-1988, alla voce «sciàtico», che viene fatto derivare dal latino tardo sciaticu(m), variante di ischiadicu(m) ‘ischiatico’.