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Il diavolo al bivio

In uno dei precedenti post avevo promesso di sgomberare le nostre strade da galli, galline, oche e diavoli. E così è stato per gli animali. Mancava, però, il diavolo. Eccoci, dunque, con un di lemma speciale, dedicato proprio alla forma biforcuta del dilemma stesso: «Il diavolo al bivio».
Ci sono moltissimi luoghi che sono contrassegnati da un pauroso avvertimento toponomastico: «del diavolo». Si tratta di palazzi, torri, mulini, ponti e anche di fossi, poggi, torrenti, e via di seguito.
Ad ascoltare quello che si dice intorno a questi luoghi, infestati da anime dannate, di cui qualcuno sente ancora i gemiti notturni, ci sarebbe da aver paura. Ma è evidente che, secondo una dinamica ben conosciuta, la presenza del diavolo o dei diavoli è nata dalla suggestione di un nome non più compreso nella sua originale indicazione: diavolo significa ‘biforcazione, bivio’. Uno sguardo alla costruzione o al luogo toglie ogni dubbio: si tratta sempre di una posizione angolare rispetto agli edifici circostanti o di una biforcazione che si staglia nel paesaggio: basterà guardare il senese Palazzo Diavoli – che latinamente significherebbe ‘palazzo del diavolo’, a cui i dotti hanno aggiunto una preposizione trasformandolo impropriamente in un ‘palazzo dei diavoli –, la Torre del Diavolo a San Gimignano e la tomba di Elio Callistio o Sedia del diavolo, a Roma, sulla Nomentana antica. Più vicino a noi, presso San Quirico d’Orcia, un’analoga situazione è rappresentata dalla cappella della Madonna del Rosario, edificata (o riedificata) nella seconda metà del XVI secolo. Ci conforta, quindi, l’idea che molti bivi siano contrassegnati dalla presenza mariana proprio per vanificare il diavolo che è in essi. Vicino alla chiesetta ci sono due luoghi, chiamati Inferno e Paradiso, che ci fanno venire in mente la Commedia dantesca e il famoso passo manzoniano in cui si dice dell’incontro fra Don Abbondio e i bravi. Vi chiederete quali siano i motivi di questa associazione. Ebbene, la lettura del passo dei Promessi sposi, con la biforcazione, la salita al monte, la discesa al torrente, il tabernacolo con le fiamme del Purgatorio, risulta fin troppo chiaro:

Dopo la voltata, la strada correva diritta, forse un sessanta passi, e poi si divideva in due viottole, a foggia d’un ipsilon: quella a destra saliva verso il monte, e menava alla cura: l’altra scendeva nella valle fino a un torrente; e da questa parte il muro non arrivava che all’anche del passeggiero. I muri interni delle due viottole, in vece di riunirsi ad angolo, terminavano in un tabernacolo, sul quale eran dipinte certe figure lunghe, serpeggianti, che finivano in punta, e che, nell’intenzion dell’artista, e agli occhi degli abitanti del vicinato, volevan dir fiamme; e, alternate con le fiamme, cert’altre figure da non potersi descrivere, che volevan dire anime del purgatorio (A. Manzoni, I promessi sposi, cap. I).

Ci piace pensare che la figura del diavolo – sempre bifido, sempre doppio, che mette alla prova – possa essere letta, senza troppa fantasia, nei due bravi.
Una favola di Esopo, La volpe e il becco, laddove il bivio è rappresentato dalle corna del becco, si presta infine a una interpretazione simile. Raccontiamola in due parole: una volpe caduta, per dissetarsi, in un pozzo, e incapace di riuscirne, convincerà un becco a scendere per provare la bontà dell’acqua. Il becco, con le sue corna, permettendo alla volpe di uscire dal pozzo, si trasforma così in vero «capro espiatorio», mentre la sua esplicita doppiezza indica la chance offerta alla diabolica volpe, al suo peccato.

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