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Brevissima storia del «bo»

Molte sono le storie in cui gli alberi cavi – bàuli[1] naturali, per così dire – portano in un altrove, presso un tesoro guardato da un cane mostruoso, che fa «bau». Poi, visto che il baubau diventa, almeno nei dintorni di Siena, il bobo, è naturale che il bau si confonda col bo (o boh).
Prima di tutto, il cane è figura emblematica di un aldilà che il pensiero filosofico ha descritto incapace di raccontarci alcunché, ovvero metafora di un caos muto che suona davvero come un boh! Questi inferi sono, anche per i poeti, il luogo simbolico delle fauci aperte di un cane; di Cerbero, tanto per fare un esempio. E il vuoto è «sbadigliante», a stare al Doktor Faustus di Thomas Mann.
In altre parole, il caos – che, nelle storie dell’origine dell’universo, precede l’ordine, il cosmos – è sinonimo di ambiguità e incertezza. Il suo è il dominio del cane: il caos, dunque, fa bau!
Se il termine greco chaos non è troppo canino sotto il profilo etimologico, pure ha a che fare con delle fauci spalancate: il latino hio hiare, ‘stare a bocca aperta’, è connesso con le parole greche del caos[2]. Splendida immagine, allora, quella di chi dice bo, ovvero rimane a bocca aperta, spalancata dalla meraviglia o dall’ignoranza.
Il cane non sa dire o comunicare. Lo sapevano bene gli antichi Romani che gli preferirono oche loquaci. Infatti, a Roma, in occasione di una ricorrenza del calendario festivo, i cani «venivano crocifissi, le oche venivano ornate di oro e di porpora e portate in processione» (la Crocifissione dei cani del 3 agosto[3]).
La tradizione racconta che, durante l’assedio dei Galli di Brenno nel 390 a.C., l’occupazione del Campidoglio da parte degli assalitori fu sventata dalle oche starnazzanti, sacre a Giunone, le quali svegliarono Marco Manlio, mentre i cani da guardia se la dormivano beati.
Si potrebbe credere, tuttavia, che il cruento rito sia da mettere in relazione alla Canicola e ai suoi aspetti demoniaci, meridiani e caotici e al loro esorcismo: la Crocifissione dei cani rappresenta, non casualmente, il punto mediano della Canicola (3 agosto). Dunque potrebbe essere il contrario: potrebbe essere stata proprio la ricorrenza calendariale della Crocifissione dei cani a contribuire alla formazione dei caratteri leggendari dell’episodio storico.

Nel dizionario etimologico, leggiamo quindi che il verbo sbagliare deriverebbe ‘da abbagliare, con cambio di prefisso’[4]. Ci sembra, però, che così si seguano gli insidiosi percorsi di una fonetica astratta dalla cultura e dall’immaginario degli uomini. Infatti, se le premesse sono giuste, se quel pauroso bau ci spalanca le porte dell’incertezza e anche la bocca, uno sbaglio non può essere che la sincope di uno sbadiglio!

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[1] Che qui si scrive consapevolmente con l’accento sulla a, come ancora si pronuncia in questa parte della provincia di Siena.

[2] Notiamo soltanto che il greco cháos (connesso appunto con i verbi chaíno – leggi cháino – e chásko) significa ‘voragine, abisso, tenebre, apertura’ e anche ‘bocca di coccodrillo’.

[3] Servio, Ad Aen., 8, 652 (D. Sabbatucci, La religione di Roma antica, Milano, Il Saggiatore, 1988, p. 254ss.; 296 nt. 8).

[4] Cortelazzo & Zolli, 1979-1988, alla voce.