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Storia alternativa di alcune parole

Introduzione

Sappiamo che l’immaginazione popolare ha prodotto etimologie del tutto fantastiche (paretimologie), prive di fondamento scientifico. Gli studiosi, allora, per evitare le trappole e gli allettamenti di queste fantasie, hanno messo a punto strategie di difesa e maturato una feroce avversione per tutto ciò che, anche lontanamente, sembrasse un accostamento superficiale e spontaneo. Ce ne sono mille esempi che non si fatica a definire bellissimi: il caso ha generato parole davvero equivoche. Come faremmo, se nessuno ce lo dicesse, a immaginare che il solleone – il periodo più caldo dell’anno – non ha niente a che vedere con il termine sole? Il sol-, infatti, è il prodotto del latino sub, ‘sotto’: solleone significa ‘sotto il (segno del) leone’. Non è facile sottrarsi a questa suggestione. In Toscana è ovvio che la parola uscio, ‘porta’, sia associata al verbo uscire. La sua origine, tuttavia, è molto diversa: si tratta del latino ostium, che significa ‘porta’. Proprio come Ostia che può essere considerata la porta fluviale di Roma.
Dopo che abbiamo scoperto la verità etimologica, e solo allora, ci spingiamo a pensare che la porta, infatti, serve anche per entrare. Ma del senno di poi son piene le fosse.

Leggendo le pagine dei dizionari etimologici, però, viene il sospetto che, in nome del rigore di cui si è detto, si siano talora rifiutate anche relazioni del tutto ragionevoli, né arbitrarie né fantasiose, per quanto facili e a portata di mano. Ne devono esistere, di tali relazioni, perché se è vero che il troppo facile equivale spesso al semplicistico, è vero anche che, talvolta, potrebbe trattarsi del palese. Facciamo un esempio.
Prendiamo in esame il termine spesso, che può essere aggettivo o avverbio. I suoi significati si dividono fra queste due nature: il primo indica il possesso di uno spessore, l’altro, che equivale a ‘frequentemente’, appunto la frequenza di un’azione nel tempo. Qui, come in altri luoghi della lingua, il tempo e lo spazio si sovrappongono.
Ci piace pensare che l’avverbio latino saepe (‘spesso’ ‘frequentemente’) sia connesso con una siepe molto meno astratta (saepes), la quale indicherebbe la sua spaziale densità equivalendo a ‘spessa’, ‘fitta’. Ma i dizionari si guardano bene dal notare la relazione e appongono il solito cartiglio: «origine incerta». In latino il verbo saepio significa ‘cingere, circondare, munire’, e dà luogo a praesaepio, ‘chiudere, sbarrare (davanti)’, da cui il nostro presepio o presepe.

Comunque, per quanto casuali e involontari, i miei incontri con questa o quella parola sono segnati da un’idea particolare: mettere in luce i pericoli di un razionalismo caro agli antichi quanto ai moderni e assai pericoloso e infido proprio perché travestito da ragione e scienza. Non mi dilungo sull’argomento, perché il concetto si chiarirà da solo: in particolare, vedremo come gli etimologisti abbiano erroneamente riempito gli armadi di armi, disseminato alcuni giochi da tavolo di oche, o alcune strade di galli e galline, e infine abbiano immaginato o riprodotto senza scrupoli storie terrificanti di diavoli dentro palazzi, torri, fossi e mulini dell’Italia intera.
Un ultimo avvertimento:

Questo è uno di quei lavori che si intraprendono non per obbligo professionale né per acquistare merito o prestigio, ma per la gratuita curiosità del dilettante inesperto; per allegria e per gioco, per giocare «a fare il filologo», come da bambini si gioca «a fare il dottore» o «a fare le signore». Ho incominciato a sfogliare dizionari e vocabolari (P. Levi, L’altrui mestiere, Torino, Einaudi, 1998, p. 57).

Armadio
[Il testo completo è leggibile in questo link]

Sommario

Secondo il dizionario etimologico, il termine armadio deriva dal latino tardo armarium che significa ‘deposito di armi’. La spiegazione appare subito definitiva: il rapporto fra armadio-armario e arma non consente, inizialmente, nessuna obiezione. Eppure, il mobile ci sembra troppo grande o poco adatto alla bisogna. I suoi pronipoti – i moderni mobili per le armi – non si trovano nelle camere degli sposi.
Spieghiamo, dunque, in modo completamente diverso la relazione fra armario e arma. L’arma si confonde facilmente – anche perché la loro è una relazione strettissima, quasi gemellare – con l’arme, che indica lo scudo, l’insegna, lo stemma nobiliare. In altre parole, indica la speciale divisa di una casata, che non tarderà a confondersi e identificarsi, per esempio in un torneo di cavalieri, con l’arma stessa, quella offensiva. In un armadio, le armi – plurale di arme – ci stanno benissimo.
Ci soccorrono anche i termini inglese e tedesco per significare ‘braccio’: arm e Arm. Si tratta, dunque, di braccia, di maniche (che tanta parte avevano nei tornei antichi e che venivano donate alla signora amata). La manica, per metonimia, diventa rapidamente la livrea intera.
Anche in latino, del resto, armus significa ‘braccio’, mentre armilla ‘braccialetto’. Basterà, poi, sfogliare un dizionario per scoprire che l’armatura – e altri termini affini – partecipano più della natura del vestito che dell’arma.