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Inizia qui una nuova rubrica intitolata – su suggerimento di Timothy – Di lemmi. Vi parlerò appunto di lemmi, cioè dei miei incontri, perlopiù casuali, con alcune voci del dizionario. Si tratta, in realtà, di certe mie perplessità di fronte a soluzioni «dizionariesche» che non mi sembrano del tutto convincenti e che potrebbero costituire dei dilemmi linguistici (come se la mia opinione in tale materia contasse qualcosa, anche se non è così). Non sono un etimologista e posso fare mia una testimonianza primoleviana:

Se è ancora necessario, devo confessare che sto parlando qui di una mia vecchia debolezza, che è quella di occuparmi a ore perse di cose che non capisco, non per edificarmi una cultura organica, ma per puro divertimento: il diletto incontaminato dei dilettanti. Preferisco orecchiare che ascoltare, spiare dai buchi di serratura invece che spaziare sui panorami vasti e solenni; preferisco rigirare tra le dita una singola tessera invece di contemplare il mosaico nella sua interezza1.

Nell’introdurre il passo, Italo Calvino disegna una specie di terra di mezzo – in cui mi trovo a mio agio – rappresentata dall’«attrito tra la dubbia razionalità etimologica e la sbrigativa razionalità dei parlanti».

Serva da introduzione il racconto di un episodio della mia gioventù.

Sinopia

L’episodio che sto per raccontarvi è avvenuto molti anni fa, quando ero ancora uno studente universitario. Ricordo bene che quel pomeriggio avevo partecipato a un seminario sulla pittura pompeiana. Si trattava di una delle attività del corso di Archeologia e Storia dell’Arte greca e romana del professor Andrea Carandini, che allora insegnava a Siena.
Sapevo bene che alcune parole dei più dotti – latinismi e altri recuperi – possono appartenere anche ai meno dotti, dai quali, tuttavia, non sono mai state smesse perché tramandate oralmente. Lo sapevo già, ma da quel pomeriggio lo seppi meglio.
Durante quella lezione appresi che il rosso pompeiano era vernice assai costosa, per cui, quando non si voleva spendere troppo, si ricorreva a una tintura meno cara: la sinopia (che si chiamava così per essere prodotta a Sinope, una città sul Mar Nero).
Non che credessi di aver conosciuto una cosa più importante di quelle che servono a tirare avanti nella vita quotidiana, ma più particolare sì. Anzi, quello che mi colpiva, e mi creava anche qualche apprensione per il futuro, era proprio la marginalità di tale sapienza.
Finita la lezione, presi l’autobus per tornare a casa, come sempre. Scesi con la pesante tracolla di libri e feci la salita che porta a casa mia. Stavo per aprire la porta, quando mi sentii chiamare:
– Raffaele!
– Che c’è, Solideo?
– O Raffaele, me lo faresti un piacere?
– Come no! Dite!
Il voi, come usava dalle nostre parti, era dovuto alla rispettabile età di Solideo, che era un contadino (uno di quei mestieri che durano anche oltre la pensione) e che spirava la bonaria simpatia di chi è avvezzo alla durezza della vita.
– Mi ci andresti in paese a comprarmi un bossolo di sinopia?
Un bossolo di sinopia! Di sinopia! Potete facilmente immaginare la mia faccia, come la vide allora il mio buon vicino; chiarito che lui non si dilettava affatto di pittura pompeiana.
Vedendo la mia sorpresa, Solideo mi chiese se, per caso, io non conoscessi la sinopia. Avrei potuto rispondere? Che dirgli? Che era una vernice degli antichi Romani? Risposi dunque di no, che non la conoscevo. E allora lui mi disse che era vernice antiruggine rossastra: il minio, tanto per intendersi.
Questa seconda e popolare sinopia, che era riuscita a sopravvivere per tanti anni passando di bocca in bocca e mantenendo il suo colore – Solideo era analfabeta –, mi persuase, in quello strano modo, dell’importanza della prima.

La sinopia – di norma di color rosso pompeiano – è da intendere anche come ‘disegno preparatorio dell’affresco’: andar per il fil della sinopia, come dice il proverbio.

1 Primo Levi, L’altrui mestiere, Torino, Einaudi, 1998, p. 207; la citazione di Calvino è tratta da p. VI.