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Dopo cena ci salutiamo (io e Timothy, intendo). Così, mentre ritorno a casa, ripenso alla nostra conversazione. Intanto, l’aria tiepida e la Luna, appena sorta sulle colline, mi dispongono a una riflessione pacata.
«Sarà come sarà, mi dico; però un po’ di ragione ce l’ha, Timothy! È mai possibile che non si possa dire qualcosa di nuovo – nuovo? ma che dico! – che tutti ti saltano alla gola?».
Poi, continuando a rimuginare questi e altri siffatti pensieri, mentre la Luna continua a salire, mi rendo conto che il dilemma vero, per dirla in termini shakespeariani, non è dire o non dire, ma pensare o non pensare, come se il sapere fosse, per dirla questa volta con le parole del cieco e venerabile Jorge, soltanto una «costante e sublime ricapitolazione» e non uno sforzo per andare oltre.
I lettori, come spesso fa Timothy, riproveranno senz’altro il mio ricorso a immagini e forme letterarie, che sembrano il mesto sfoggio di chi non abbia altri gioielli da mostrare; devono capire, tuttavia, che questo habitus – quanto frusto e gualcito! – è solo una deformazione professionale e, si badi bene, una piccola consolazione (che nessuno, spero, vorrà togliermi).
Mentre cammino, mentre la Luna, ormai, è quasi sopra la mia testa – però, come cammina veloce! – ripenso alle frustrazioni quotidiane e comincio ad agitarmi un po’.
«Sì, mi dico, i libri di storia raccontano ancora che pecunia – ‘denaro’ in latino – deriva da pecus – ‘bestiame’ in latino: figuriamoci! – Sappiamo bene che non è proprio così. Eppure, basta aprire un libro… Ma non facciamoci il sangue amaro!».
Ormai è fatta: l’ira, come la Luna, monta.
Mi viene giusto in mente l’episodio dell’elefante nano! Quello che piaceva tanto a Timothy.
Sono quasi giunto alla porta di casa e chi ti incontro? Non ci crederete, ma è proprio lui: Timothy. Non aveva sonno, e così si è messo a gironzolare. Non mi dispiace affatto incontrarlo, ora che ho bisogno, per così dire, di una sponda, cioè di un amico fidato che possa comprendere e addolcire le mie amarezze. Gli racconto, dunque, dell’elefante nano. Ancora una volta.
Una sera di diversi anni fa, quando ancora, sfortunatamente, possedevo un televisore, fui attratto da un programma – «Ulisse», condotto da Alberto Angela, così almeno mi pare – in cui si parlava di storia antica e di archeologia. Tutto andò più o meno liscio finché non si arrivò a Polifemo e all’Etna. Appunto: il programma doveva chiamarsi «Ulisse». Che cosa si disse, dunque? Ah, fu proprio lì che m’imbestialii, e la notte quasi non ci dormii – casualmente l’omoteleuto (la ripetizione di -ii) riproduce l’astioso e pungente effetto dell’ira –; come si fa a dormire quando ti assale l’agitazione? un’agitazione mescolata alla frenesia e al desiderio di annunciare al mondo un sopruso o uno sbaglio madornale (degli altri, s’intende). Mi immaginavo, poi, il plauso, ancorché discreto, dei colleghi, e quello, più compiaciuto, dei miei cari sudditi, cioè gli studenti, i quali avrebbero apprezzato la colta indignazione del loro comandante. Ma che cosa si disse, dunque? È presto detto.
Si disse che Polifemo è stato immaginato così, con un solo occhio, per via dello scheletro dell’elefante nano – sì, proprio così! –, dell’elefante nano scoperto sull’Etna!
Il ciclope, da pastore qual era – lo sappiamo dall’Odissea –, pascolava le sue greggi su quelle pendici. Tutto dipende dal fatto che il cranio dell’elefante nano presenta, nella parte anteriore, una fossa in corrispondenza della proboscide. Gli antichi, e Omero con loro, dunque, l’avrebbero scambiata per l’occhio di un ciclope e su di essa avrebbero costruito l’immagine di un gigante monocolo!
Timothy rimase perplesso e mi guardò interrogativamente. Io allora saltai su invelenito e cominciai a urlare. Ma non mi ero offeso, ero semplicemente inorridito di fronte all’amara e sconfortante constatazione che la televisione diffondeva delle panzane. Allora, rosso in volto, cominciai a spiegargli come stavano le cose: in primis, che quella dell’elefante era una spiegazione volgarissima e superficiale; in secundis, che, se così fosse stato, il ciclope sarebbe stato figlio del caso; in tertiis
È meglio, però, che riproduca quanto dissi:

Ma come si fa, dico io, a stravolgere in tal modo un racconto mitico ricco di antichi simbolismi, nato dall’esperienza e dalla cultura di un popolo antico? Un racconto mitico, per di più, inserito dentro l’accorta tela narrativa – quella di Penelope, ovviamente –, fatta e disfatta più volte con la massima attenzione. È evidente che il ciclope – dicevo con enfasi – nasce dal monte stesso, dall’Etna. I monti sono uomini o dèi. Come Atlante, ad esempio. Qui, non possiamo proprio dimenticare che Vulcano dà il nome – o viceversa, ma qui non ci interessa – al vulcano. E non è forse vero che ancor oggi, a millenni di distanza, ci serviamo di immagini piuttosto eloquenti che testimoniano il legame fra uomo e monte? Ai piedi del monte, ai fianchi o alle sue spalle, la bocca del cratere… Dalle nostre parti si dice che il monte, quando è sovrastato da una nuvola, ci ha il cappello.
Dunque, il monte è il gigante perché, come gli uomini – Platone docet –, si erge verso il cielo. Riflettiamo ora sull’occhio di Polifemo, che Ulisse bruciò conficcandoci un palo appuntito e infuocato: quell’unico occhio – sottolineo infuocato – non può che rappresentare poeticamente il cratere del vulcano! E che cosa fece Polifemo dopo aver inutilmente tentato di fermare Ulisse? Eh, che cosa fece? Sapresti dirmelo? [Timothy taceva].
Allora te lo dico io: gettò dei massi dall’alto per colpire le navi di quel signor Nessuno che lo aveva giocato. E i massi sono ancora lì: i faraglioni davanti ad Aci Trezza. Sì, bene! Ma quei massi chi ce li ha buttati? Ce li ha buttati l’Etna, ovvero ce li ha eruttati il ruttante Polifemo!
Ecco di nuovo un’assonanza fra noi e il monte: il vulcano erutta, l’uomo rutta.
Ah, l’elefante nano!
[Timothy era ammutolito. Mi guardava con un’espressione strana fra la meraviglia e la gioia].

Conclusione inaspettata, se non scioccante, della vicenda: in primis, la mattina seguente, colleghi e studenti mi fecero l’estasiato resoconto delle prodezze dell’elefante nano – novello eroe, novello Ulisse –; in secundis … ho visto io stesso, con i miei occhi, lo scheletro di quell’elefante nano esposto in una teca del museo archeologico di Siracusa! In tertiis …
È meglio, però, che non riproduca quanto dissi.

Raffaele