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di Raffaele Giannetti

La mia recentissima riconciliazione con Timothy mi ha procurato una pace e una felicità inattese, come se si trattasse non di rinnovata amicizia, ma di ricomposizione di un’anima: come se, tanto per dire, si trattasse del Dr. Jekyll e Mr. Hyde.
Vi chiederete a che cosa sia dovuta tale riconciliazione: sicuramente agli sforzi di entrambi e, come al solito, al caso benevolo.
Ecco allora che i rapporti fra me e Timothy sono diventati improvvisamente cordiali, amichevoli e anche affettuosi. Lo vedo da come mi tratta e, soprattutto, da come lo tratto io. Capisco che cerca un conforto. Proprio l’altro giorno, infatti, mi si avvicina e comincia a parlarmi, non senza qualche affanno: «Ma perché io devo costantemente trovarmi in disaccordo con gli altri? Non è affatto piacevole dire a un altro di non condividere le sue idee, o affaticarsi a scovare un punto di contatto che il più delle volte non c’è. D’altra parte, la cortesia eccessiva è nemica dell’amicizia vera».
Che cosa rispondere? Non riesco a scacciare l’idea che Timothy sia davvero bastian contrario e, da amico vero, glielo dico. Lui, sulle prime, rimane perplesso di fronte all’espressione che, per quanto chiara, evidentemente non doveva aver mai sentito prima. Poiché me ne chiede spiegazione – strano però: che c’è da capire? –, la cerco nel dizionario etimologico, che tengo sempre a portata di mano: «un cavaliere, forse un conte, di nome Bastiano (o Sebastiano) Contrari disubbidì, durante una battaglia, al comandante che gli aveva ordinato di ritirarsi; proprio per questo, tuttavia, …».
Non faccio nemmeno in tempo a leggere tutta la spiegazione, che Timothy salta su invelenito e comincia a urlare. Si è offeso, penso; cerco, dunque, di fargli notare che, in fondo, bastian contrario è un modo dire comune e certamente non offensivo.

Ancora una volta, tuttavia, sono stato io a non capire: Timothy era semplicemente inorridito di fronte all’amara e sconfortante constatazione che i dizionari credevano ancora a queste vecchie storie o, comunque, contribuivano a diffonderle. Allora, rosso in volto, cominciò a spiegarmi che il nome, Bastiano, come sempre avviene in questi fatti linguistici, è di per sé un’antonomasia che indica un individuo qualsiasi, come in inglese lo indica Jack, e che il cognome – Contrari o simili (Contrarii, Contrario) – non è la causa dell’espressione, ma semmai l’effetto. È evidente che si è creata/cercata la Storia del Conte Bastiano Contrarii per il nostro appagamento.
E se anche qualcuno, in terra senese, chiama il peschio* con il nome di bastiano, ciò deve essere imputato, ancora una volta, alla diffusione del nostro motto: chi lo conosce, se è minimamente spiritoso, non potrà resistere alla tentazione di chiamare bastiano – notoriamente contrario – il chiavistello del suo portone, il cui compito è proprio quello di impedire l’ingresso ai ladri.
Mi aveva colto di sorpresa e lo lasciai parlare.
«È tutto a rovescio – mi disse –, tutto come per il bastian contrario. Farò un esempio che tu possa capire: quando leggo nei libri scolastici che le leggi delle XII tavole – quelle dell’antica Roma, a metà del V secolo a.C. – costituiscono un passo avanti nel riconoscimento dei diritti della plebe, perché rese pubbliche, ovvero “sottratte all’arbitrio del tiranno”, come recitano i libri, sono preda dell’ira e comincio a star male. Mi chiedo, quindi, se non ci sia qualcuno che, a tali parole, insorga, come faccio io, o almeno dica qualcosa, si faccia sentire; borbotti almeno. Ma quando vedo – è la norma – che nessuno si lamenta, divento furibondo e comincio a star peggio. Comprendi ora?».
Vedendo la mia perplessità, Timothy, ancor più rosso in volto, mi dice che prima di quella data – 451-450 a.C. – non si ha notizia a Roma dell’esistenza della plebe: «Sono andati perduti i documenti – dicono –, tutti distrutti! Ma io non ci sto. Prima di tutto, dovresti leggere quelle leggi, ferocemente antipopolari, per capire immediatamente che quella raccontata dal libro è una vera e propria idiozia; poi dovresti tentare di collegare le notizie che ti ho dato, ripensarle. Ti aiuto io: non ci è rimasto nessun documento (naturalmente più antico delle leggi) relativo alla plebe semplicemente perché non c’è mai stato nessun documento**. E perché? Perché, semplicemente, non c’era nemmeno la plebe. Bella questa! Sono proprio le leggi delle XII tavole, infatti, che hanno sancito l’oppressione della classe nobile e aristocratica (appena salita al potere con la cacciata dei Tarquini) sulla classe dei mercanti e degli artigiani, i quali, in appena una cinquantina di anni, si sono trasformati in schiavi o poco più. Ecco perché mi arrabbio. Possibile, dico io, che fra i sapientoni che scrivono libri non ci sia uno che faccia mostra di usare la propria testa e non si limiti soltanto a ricapitolare quanto gli altri hanno già detto?».
«E allora, dico io, perché non lo scrivi tu – in realtà gli dissi te (ma dicono che non sia corretto e che stia male) – un libro di storia romana?».
Timothy disse che non si sentiva in grado di scrivere un libro di storia, ma che il fatto (cioè la sua modesta, a dir tanto, cultura storica) non inficiava la correttezza del suo pensiero: «Pensa quante volte abbiamo rigettato belle verità solo perché non provenienti dalla bocca di dottoroni e baccalari!».
Allora, mentre avrebbe voluto parlarmi del baccalare – aveva già ripreso il suo piglio –, lo interrompo e lo porto a cena.

* O pèstio, ‘chiavistello scorrevole fra anelli; si usa ai portoni, agli usci delle stalle ecc.’ (A. Angelini, Saggio di lessico montalcinese).

** Mi ricordo, per averlo studiato, che questo tipo di spiegazione si chiama argumentum ex silentio, ma non lo dico a Timothy.