Tag

, ,

Dopo Robo-tic e Robo-tac (una novellina destinata ai bambini e anche agli insegnanti), si pubblica ora del materiale di Timothy che riguarda, appunto, la scuola (laddove la discrezione, se ne avesse, non gli consentirebbe di entrare).

A scuola

        La scuola è il luogo in cui si insegna la parola dei grandi senza troppo ascoltarla (T. H.).

 

È attraverso tre autentiche celie di Timothy – da me tradotte ormai molto tempo fa, quando la sua petulanza apriva sempre qualche varco nelle mie difese – che presento alcuni testi nati da riflessioni sulla didattica, in relazione, naturalmente, alle due principali materie in cui si divide la mia attività: l’italiano e il latino. È questa, comunque, una sezione per così dire in progress, che serve proprio a trattenere considerazioni e pensieri che altrimenti andrebbero dispersi.
Il primo di questi testi, «A scuola di scrittura», è un libretto che raccoglie alcune indicazioni per la stesura e la redazione di un testo [in fase di revisione e ampliamento].
Rimane da pagare, ovviamente, il primo dei tributi a Timothy:

L’enigma della sala insegnanti (1989)

L’ambiente della brevissima vicenda, la cui prima e silente attrice è una lettera, deve necessariamente essere una palestra di sapere. Chi legge ha tutti gli elementi per capire – carpire? – quest’enigma. A chi prima degli altri riuscirà nell’impresa, verrà data una bella medaglia.

La finestra era quasi chiusa. Nella sala insegnanti si aggirava furtivamente una entusiasta e perspicace esegeta di testi antichi [A]. Guardava due libri di carmi arcaici.
Un’avvenente fanciulla [B], presa in tutt’altri pensieri, faceva ricadere, l’una sull’altra, le pagine di una rivista di scienze, assai distrattamente. Una succulenta tartina giaceva – incredibilmente trascurata – su una cartella di pelle sintetica, sulla teca dei registri degli insegnanti.
L’insegnante C, prestante ed aitante atleta, fingeva di preparare un test per l’esame di maturità. In realtà leggeva una lettera senza distrarsi: la sua fissità era malcelata.
In quel mentre, si aprì la finestra; e fu chiara – per la luce che batté sulla teca – tutta la faccenda: la lettera era svanita.
Sai dire chi l’abbia presa?*
A? …………
B? …………
C? …………

* Scrivici!

***

Il secondo dei testi a cui faccio riferimento riguarda I casi del latino. Si tratta, ancora una volta, di appunti e di idee ancora allo stato larvale [in fase di elaborazione].
Anche in questo caso, Timothy impone il suo numero di magia:

La traduzione perfetta
o Dell’interpretazione

Sappiamo che una traduzione non è la mera o piatta applicazione di regole grammaticali. Si tratta, come potete ben immaginare, di un’operazione assai complessa, regolata da fattori disparatissimi, fra cui gioca un ruolo determinante la conoscenza delle sfumature più recondite della lingua, cioè modi di dire, prosodie da immaginare e mille altre attenzioni.
Quanto sto per raccontarvi non è il frutto della mia immaginazione, ma è la verità, perché sono stato testimone diretto dell’evento.
Ero, dunque, ancora studente; il professore di latino stava interrogando il mio compagno di banco; alla cattedra, naturalmente. Ero, per giunta, al primo banco, e così vicino al professore che ne potevo cogliere ogni espressione significativa. Mi adagiai allora sul banco, allargandomi con le braccia su tutta la sua superficie e seguii attentamente, in quella posa quasi canina, tutta l’interrogazione, caratterizzata da un professore singolarmente e stranamente muto.

Silenziosamente, il professore porse il libro al mio compagno di banco – del quale non riesco a ricordare il nome – che, dopo aver letto L. Catilina, nobili genere natus, fuit magna vi et animi et corporis, sed ingenio malo pravoque. Huic ab adulescentia bella intestina, caedes, rapinae, discordia civilis grata fuere, ibique iuventutem suam exercuit …, alzò gli occhi interrogativamente.
Dopo un po’, dato che Lucius Catilina attendeva ancora di essere tradotto, il professore parve accennare con la testa alla scolastica bisogna. Allora, tuttavia, al contrario di quanto avremmo pensato, lo sguardo dello studente si fece più acuto, fugando ogni dubbio: è chiaro – sembrava dire – che ogni traduzione è un tradimento e che, giunti a questo stadio del percorso educativo, non ci possiamo più permettere interpretazioni imbarazzanti o, quel che è peggio, continui traballamenti semantici. Proprio così, traballamenti semantici: mi ricordo bene di questa espressione (che ho poi riutilizzato).
Gli occhi del mio compagno di banco avevano appena significato ciò con una tale chiarezza e intensità che il professore ne rimase profondamente colpito. Come giustificare, infatti, lo scarto dei semi – dei sèmi, naturalmente – che necessariamente si produce nelle due diverse lingue? o le scelte impossibili, inesatte a priori?
Così, mentre il professore, persuaso dall’ingegnoso acume di quello sguardo, cominciava a piangere di gioia, lo studente compì la sua memorabile impresa – la traduzione perfetta – e, con voce sicura e qua e là impreziosita da qualche dittongo restituto, così tradusse:

L. Catilina, nobili genere natus, fuit magna vi et animi et corporis, sed ingenio malo pravoque. Huic ab adulescentia bella intestina, caedes, rapinae, discordia civilis grata fuere, ibique iuventutem suam exercuit …

Il professore pianse di gioia.

***

Sono costretto infine, dato l’argomento, a lasciare ancora altro spazio a Timothy. Mi rendo conto, del resto, che in seguito non ne avrà più molto, e così mi lascio andare, mi lascio ingannare. Ecco dunque l’ennesimo racconto – diabolico e non poco risentito – del mio alter ego, della mia ombra, del mio doppio, del mio dubbio:

A scuola, dal diavolo

Agli esami gli sciocchi fanno delle domande a cui i saggi non sanno rispondere (O. Wilde).

Non bisogna giudicare gli uomini da quel che ignorano, ma da quel che sanno, e dal modo in cui lo sanno (Luc de Clapiers de Vauvenargues).

– Siediti e ascolta, disse il capodiavolo (una sorta di istruttore delle reclute). Ora ti insegnerò come rendere vano ogni insegnamento (bella questa!), cioè come favorire l’ignoranza pur salvando le apparenze.
– Bene, sono tutt’orecchi.
– Sappi che, se vuoi avere successo nel mondo degli uomini, devi fare in modo che nessuno di loro impari nulla, o comunque il meno possibile.
– Ma non si arrabbieranno?
– Oh, no. Anzi! Solo chi non ha imparato nulla crede di sapere tutto. Giusto?
– Giusto. Non ci avevo pensato.
– Dunque, cominciamo. È chiaro che gli incapaci, fra gli uomini, sono molto più numerosi dei bravi (per non dire dei geni); così i cattivi nei confronti dei buoni. O no?
– Sono d’accordo!
– Opereremo, o meglio opererai affinché i bravi, i buoni, eccetera eccetera, non siano più rispettabili degli altri. Insomma: non devono far fortuna e non devono costituire un esempio.
– Non comprendo. Perché questo?
– Perché nel caso in cui questi pochi siano premiati, anche se giustamente, noi avremmo solo il loro consenso e il loro plauso; dunque, consenso e plauso di pochi.
– Certo! Certo. Giusto (almeno nel senso del ragionamento, che non fa una grinza).
– Ma per ottenere ciò è necessario che gli uomini, che d’ora in poi chiameremo un po’ romanticamente «popolo», credano di essere gli artefici e i padroni del loro destino. In altre parole, noi dovremmo essere, o fingerci, democratici.
– Scusami, ma proprio non capisco. Com’è possibile, a scuola, che i migliori non siano i prescelti? e che, nello stesso tempo, ci sia almeno una parvenza di giustizia? E in più, che loro stessi, dico gli uomini, ne siano i garanti? cioè che il popolo ne sia il garante?
– Facciamo una prova, dicevo. Facciamola, dunque! Apri la finestra! Se guardi bene, vedrai grande affluenza di popolo, lassù [siamo all’inferno; NdT]. Ora prova a chiedere, urlando – naturalmente: è l’unico mezzo per farsi sentire e per farsi rispettare – quale sia la scuola che preferiscono… che preferisce (dico del popolo, che è maschile singolare).
– Volete una scuola efficiente o …
– No! No! Non è questa la domanda. Prova con una scuola severa, dura, e simili. Fa più effetto.
– Volete una scuola difficile o facile?
– Difficile!
– Hai visto? Sei sulla buona strada. Continua così.
– Volete una scuola che insegni tutto o poco?
– Tutto!
– Come vedi, siamo a cavallo. Infatti, non è possibile che qualcuno sappia tutto. Così, all’esame, potremo bocciare anche quelli veramente bravi. Quaggiù da noi – ora lo sai – il tutto è il niente. Ah, ah, ah! Non è diabolico? Pensa un po’ … immagina un esame: ti arriva uno bravo, che ha sempre studiato e che ha acquisito una certa cultura, una certa sapienza … come dire che si è dato almeno da fare per cogliere l’essenza delle cose. Ecco, lo hai di fronte. Che cosa gli chiedi?
– Non saprei; una cosa qualsiasi, credo. Che importanza può avere?
– No! Devi stare più attento! Gli chiederai ciò che non sa (non è difficile sapere dove questo si trova … o meglio non si trova! Ah, ah, ah! Ma siamo seri: lo troverai negli interstizi della cultura, cioè nelle nozioni). E per far questo bisogna che la scuola insegni tutto, come dicevamo prima. Poi, quando si è sparsa la voce, la macchina andrà avanti da sola!
– Continuo a non capire. Non mi sembra un comportamento accettabile, questo. Il popolo, per quanto disposto a farsi abbindolare, se ne accorgerebbe; dico, si accorgerebbe dell’ingiusto comportamento dell’esaminatore: due pesi e due misure, insomma. Col pericolo di una insurrezione.
– Ma no! Sei un ingenuo. Nessun comportamento ingiusto (almeno apparentemente). La nostra strategia è più subdola. Lo scopo è quello di mettere il candidato bravo allo stesso pari di quello ignorante. Come? Semplice! Basta chiedere ad entrambi quanto non sanno; e così, in un momento, il candidato ignorante avrà recuperato lo svantaggio – di una vita intera, in alcuni casi – nei confronti dell’altro. Ora potranno lottare alla pari; ma si fa per dire, perché lo faranno sulla base di altri criteri. Altre cose dovranno decidere la loro sorte: il censo, per esempio, o la sfacciataggine.
– Ma com’è possibile che nessuno risponda alle nostre domande?
– È sufficiente fare programmi vastissimi, così vasti che nessuno dei candidati possa padroneggiarli, o così nozionistici. E per di più non sarà difficile trovare chi, fra gli insegnanti, scambi la sostanza con l’apparenza. Comunque, prova a chiedere.
– Volete che i programmi siano brevi o lunghi, scarni o vasti?
– Vastissimi!
– Hai visto? Non è difficile imbrogliare il popolo, anche se molti capiscono (ti basti l’esempio) che per conoscere l’abilità di un cuoco non si deve sottoporlo a una prova di cucito[1]. Ma alcuni nostri agenti in incognito sapranno confondere le idee quanto basta. E poi, non ci dovrà mai essere tempo di studiare in maniera approfondita: questo scoraggerà tutti coloro che, avendo più interessi, non vorranno dedicarsi solo alla scuola, o quanti sono costretti a lavorare, cioè tutti quelli che non hanno di che mantenersi agli studi. Ma senti pure che cosa ne dice il popolo.
– (Rivolto al capodiavolo) Vado. (Rivolto al popolo) Li volete i fuoricorso?
– No! Sono tutti soldi sprecati. Mandiamoli al lavoro!
– Chi vuole studiare lo faccia nei tempi stabiliti. Vero?
– Sì, sì, sì. Noi vogliamo quelli bravi, mica quelli che dormono sui banchi!
– In ogni caso (parla il capodiavolo), i pochi bravi che la scamperanno, cioè i pochi fortunati, non sono meno importanti degli altri, perché testimonieranno dell’efficienza della nostra scuola e della sua imparzialità. Né dovrà esserci «tracciabilità» (scusatemi, ma questa è parola di moda) dei meriti dello studente; è bene, infatti, frammentare il suo cursus, così che nel secondo segmento si dovrà perdere memoria delle capacità espresse nel primo, e nel terzo non si dovrà ricordare alcunché intorno a quanto di buono fatto nel precedente, e così via. Più cesure faremo, più sarà difficile che i bravi vengano riconosciuti e che, quindi, arricchiscano il loro medagliere. Bisognerà sempre ripartire da zero. Sempre. Conterà solo l’ultima tappa! E allora non si sa mai! Inoltre, è fondamentale insistere sul valore legale del titolo di studio (per cui il titolo, anche se conseguito con mezzi più o meno leciti o con i più vari stratagemmi, è comunque valido, quello di chi è bravo come quello di chi proprio non lo è). Nella stessa maniera, le abilitazioni all’insegnamento [altro termine tecnico; NdT] dovranno essere concesse da un’istituzione diversa da quella che prepara gli insegnanti [l’Università; NdT]. Pensa che caos: uno va a scuola da Cesare e si fa esaminare da Cassio! E poi, durante gli anni di Università è più facile che i più bravi – anche se non è detto – vengano scoperti! Ma durante i giorni, le ore o i minuti di un concorso, sfido io!
– E così, di nuovo, ogni differenza sarà azzerata.
– Ma chiedi, chiedi. Su!
– Volete che il diploma non conti niente?
– No!
– O che abbia un valore?
– Molto valore! E, sennò, che si studia a fare? Per far piacere ai padroni?
– Bravo! (È il capodiavolo che parla, rivolto all’allievo meritevole)

Ma torniamo all’esame. Se anche, per imbrogliare il popolo, si fosse costretti a istituire concorsi pubblici, io ti consiglierei domande di questo tipo:

Qual è la lunghezza delle coste dell’Inghilterra (intendendo il perimetro, naturalmente)?
Quali sono le opere di Ludovico Ariosto in ordine alfabetico?
Qual è l’altezza precisa del monte Olimpo?[2]

Ma non mi dici più nulla? Non ti senti bene?
– No, no, continua pure. Solo un attimo di smarrimento.
– Infine bisognerà mettere fuori gioco anche gli insegnanti. Come? Per ora facciamo in modo che anche loro credano che tutto è meglio di poco; ovvero che l’insegnante più bravo è quello che svolge più programma.
– E se qualche rompiscatole scopre l’inghippo?
– Non preoccuparti, ci penserà il Preside a richiamarlo all’ordine: «I programmi, i programmi! Vuole essere cacciato dalla scuola?». Una mano ce la daranno sicuramente anche i genitori: «Mio figlio ha fatto un programma lungo, ma così lungo …». Infine, non permetteremo che gli insegnanti possano frequentare concerti, leggere libri, partecipare alla vita culturale che non sia quella tutta virtuale dei manuali e dei bignami: cultura riassunta, predigerita. Prova a chiedere.
– Volete che gli insegnanti guadagnino più di voi?
– No!
– Che vadano gratis ai concerti?
– No!
– Che abbiano i libri gratis?
– No, certo! Anzi, io li manderei a zappare i campi e a provare la fatica vera [furbo, eh? I(ronia)dT].
– Anch’io li manderei a zappare i campi! (Lungimirante il tipo, eh? IdT)
– Come vedi, è fin troppo facile gabbare questo popolo. Però, ci vorrebbe un altro stratagemma per evitare che gli insegnanti insegnino (bella questa!). Su, datti da fare! Chiedi.
– Volete che a scuola si interroghi o che i vostri figli siano lasciati a se stessi?
– Che si interroghi!
– Bel colpo, questo! Così quando si interroga, non si spiega. Tanto, quelli bravi avrebbero studiato lo stesso, e gli altri non studiano comunque. Ah, ah, ah!
– Volete che si interroghi? Spesso? Sempre?
– Sì… Sì, sì… sempre! Sempre più spesso!

IN CODA (o meglio IN CAUDA)

– Ti vedo un po’ stanco. Animo! La lezione è quasi finita.
– Più che stanco sono frastornato: non avrei mai immaginato che il popolo fosse così …
– Ignoranza ci vuole; e di quella peggiore, cioè di quella presuntuosa, di quella mascherata da sapienza! Ricorda anche che un po’ di erudizione  – di latinorum – non guasterà. Non dimenticarlo. Su, andiamo avanti. Allora, dicevamo che gli insegnanti vanno distratti dall’insegnamento. Perciò dobbiamo fare in modo che intuiscano, da soli naturalmente (a buon intenditor poche parole), che l’attività didattica – cioè il senso della scuola stessa – è comunque secondaria rispetto alla tenuta formale dei registri e agli altri adempimenti burocratici. Ne consegue che l’insegnante sarà perseguibile per legge solo se mancherà a questi obblighi formali e non al suo compito sostanziale e fondamentale per la società, cioè quello di insegnare. A tale scopo lo trasformeremo in un sorvegliatissimo baby-sitter (bella anche questa!), con l’obbligo della sorveglianza sugli alunni (anche dopo la fine della scuola dell’obbligo!). Una delle questioni più dibattute – più diaboliche perché priva di soluzione – dovrà essere la seguente:

Ma al cambio dell’ora, in quel frangente in cui un insegnante abbandona la propria classe, prima che sia giunto il collega dell’ora successiva e prima che lui stesso abbia raggiunta la sua nuova classe, di chi è la responsabilità delle classi lasciate necessariamente senza controllo?

Questione delle questioni, soprattutto se si pensa alla differenza delle distanze da percorrere!

– Ma così si deresponsabilizzano gli alunni (scusate il brutto verbo)!
– Proprio così. Ma chiedi, ora.
– Volete che gli insegnanti non si curino dei vostri figli? Che li lascino scorrazzare a loro piacimento per i corridoi della scuola?
– No! No! No!
– Visto?
– E guai a chi arriva tardi!
– L’insegnante, dunque, dovrà essere sempre puntualissimo, sempre di fronte alla sua classe ogni volta che suonerà la campanella.
– Ma … ma questo non è possibile!
– Appunto!

[1] Timothy, che voleva fare lo schedatore di monete antiche – così mi raccontò lui stesso – fu sottoposto a un esame di schedatore di reperti ceramici!
[2] Non si tratta, purtroppo, della fervida fantasia, ma dell’esperienza di Timothy, come ebbe a dirmi tempo fa [NdT].