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Un libretto – un distillato d’opera – in cerca di un musicista e di un regista

Il lambicco. Storia di un giostraio e di una sarta, testo e illustrazioni di Raffaele Giannetti, editrice donchisciotte, 2010.
Una prima rappresentazione, con musica di Timothy Holthorne, è stata possibile grazie agli «Amici di Musica negli Horti» di San Quirico d’Orcia.
Scenografia di Marinella Caslini. Masayo Okada, soprano; Damiano Babbini, violino; Costanza Pepini, viola; Maurizio Costantini, contrabbasso; Francesco Diodato, clarinetto & sax soprano.
Enoteca Il Pozzo e Ristorante degli Archi – San Quirico d’Orcia – 16 luglio 2011, ore 18,30.

Lambicco1

Il lambicco trae spunto dall’Orlando furioso di Ludovico Ariosto. Questa, infatti, è la storia di Landolfo, un giostraio che si innamora di Angelina. E i nomi sono trasparenti: Landolfo è l’incrocio tra Orlando e Astolfo, mentre Angelina richiama palesemente Angelica. Il lambicco, inoltre, significa sia il rovello interiore, l’assillo, sia l’ampolla, cioè l’alambicco, dentro la quale si ritroverà l’anima di Landolfo, sublimata in una lacrima.
L’idea di salire fin sulla Luna, infine, non è solo un tributo all’Astolfo ariostesco, ma è la rivendicazione di un mondo lunare che è il simbolo della fantasia e dell’arte, sempre più lontane dal nostro orizzonte, e ritenute ormai un insignificante orpello della nostra vita, buono tutt’al più per qualche cerimonia ufficiale.
Tuttavia, al di là di queste relazioni – forse non del tutto velleitarie, dato l’amore per il Furioso – ciò che conta è la storia familiare che ha dato origine a questa incantata e fiabesca memoria. Come al solito, da una parte c’è Timothy che cerca di vantare, lambiccandosi non poco, parentele o blasoni poco credibili, dall’altra Raffaele che scioccamente gli dà retta perché vede in lui uno schermo alla confessione sentimentale.
Con questa storia, che vede Timothy relegato a grattare nel fondo delle sue vecchie imprese musicali, si disperde definitivamente il vento che aveva originato le Frottole. Il punto di partenza è, però, ancora lì, in un piccolo madrigale: Vago mi prese ’l cor.

Lambicco2

INTRODUZIONE
Della scena

Arrendetevi, belle,
a’ vostri innamorati!
Rendete e cuor furati
(A. Poliziano, Ben venga Maggio)

Mentre scrivevo questo ‘lambicco’, mi immaginavo anche la scena: da una parte i musicisti, dall’altra il mimo che illustra la storia con fili, carrucole e altri oggetti. Lo vedo mentre issa una luna di legno. L’anima del protagonista, Landolfo, è un palloncino, di quelli gonfiati con l’elio. Nel mezzo alla stanza, la giostra: una piccola ruota in cima a un grande marchingegno fatto d’ingranaggi, aste, leve e così via. Ora vengo al punto in cui Landolfo, scelta la sua anima come supremo dono d’amore, vorrebbe donarla ad Angelina. Ma – delusione cocente e magia elettrica dell’amore – l’anima è scomparsa, è volata via:

I’ la richiesi al vento,
all’aure, con gran voce…

… Eco rispuose al duol con un lamento.

Cercando di reinterpretare il testo, proprio lì dove si sente l’eco, singolarmente palindromo, della voce, mi lascio andare al divertimento e alle ipotesi più strane:

I’ la richiesi al vento,
all’aure, con gran voce…

…eco v narg noc erua‘lla
otnev la iseihcir al ‘I

Troppo radicale? Forse. Penso ad altro:

I’ la richiesi al vento,
all’aure, con gran voce…

…voce gran con ,aure all’
,vento al richiesi la I’

Tento ancora:

I’ la richiesi al vento,
all’aure, con gran voce…

Con gran voce, all’aure,
al vento, i’ la richiesi …

Mi invento, allora, un’imitazione del madrigale che rappresenta l’origine della vicenda. Vorrei averla letta su un muro, scritta con lo spray celeste. Potrei farlo, cioè potrei scriverla nottetempo, ma poi, saggiamente, abbandono l’idea. Certo, non è bello scrivere sui muri. Però, l’avessi letta davvero su un muro, avrei perdonato l’anonimo poeta dei nostri giorni perché raramente si scrivono – sui muri, dico – versi così belli:

Volevo donarti una cosa
prezïosa,
e, senza pensarci,
ho pensato alla mia
anima.
L’ho cercata
nel vento
e un dubbio m’assale:
se ti capitasse di parlarci,
così, per caso,
dille di tornare.

Infine, per tornare al sogno dell’opera, sento levarsi nell’aria, appena prima che il pubblico applauda, le dolci note di una canzone di Timothy Holthorne: From here, from here …

IL LAMBICCO
Storia di un giostraio e di una sarta

Landolfo fa il giostraio. Ha costruito la sua giostra e ora la porta in giro per il mondo.
«Così la giostra gira sempre anche quando non gira!», dice, e poi ride. La gente crede che voglia fare lo spiritoso, ma lui, invece, ride per non piangere, perché gli viene in mente il tempo che passa.
La giostra è come un grande orologio. Basta che Landolfo tiri la leva e tutto comincia a girare: un ingranaggio dopo l’altro, una carrucola che cigola, un perno, un gancio … A volte, però, sembra che il tempo si fermi, tic tic, tic tic, ma subito dopo, con uno scossone e con un balzo in avanti, tic toc, i cavallini ritornano al loro posto nel giro solito del mondo: tic tac, tic e tac, ticchetac, ticchettàc, ticchettacche.
Nella giostra – dove, a dire il vero, si vedono sempre più spesso furfanti d’ogni specie, ladri, traditori, falsari… – ci sono molti animali: un cigno, un leone, un’aquila, due cani. Dei cavalli, uno ha un corno in fronte, un altro addirittura le ali. La sera, quando Landolfo accende tutte le lampadine, sembra che il cielo stellato scenda giù.
La giostra ha bisogno di alcune riparazioni: manca qualche vite; un po’ di ruggine affiora da sotto la vernice. Anzi, bisognerebbe riverniciare tutta la ringhiera e rammendare il telone. Un cavallino traballa sul piedistallo a rischio di cadere col suo cavaliere. A volte zoppica, intendo la giostra, proprio come il cavallino: sembra una trottola che abbia finito la carica.
Però quando i cavalli cominciano a correre e il vento scompiglia le chiome delle ragazze, pare di essere nel mezzo a una selva, per uno di quei sentieri che portano chissà dove. I più giovani, allora, impauriti dal rumore del vento e dalle fronde degli alberi, si attaccano alle redini e cercano di frenare le bestie. I vecchi, invece, bruciano d’impazienza e si slanciano, fra i barbagli di luce, verso quel futuro che appena s’intravede, sperando in una svolta improvvisa che dia finalmente un senso nuovo alla vita.
Se osservi attentamente, li puoi riconoscere: i primi rovesciati indietro, i capelli che si confondono quasi con la coda del cavallo; gli altri, slanciati in avanti, i capelli che quasi si confondono con la criniera. Questo, naturalmente, non vale per tutti, perché c’è sempre chi si comporta in maniera originale.
Così passa il tempo e Landolfo sempre a tirare il filo, a tirare avanti; e la giostra a girare.
Tira tira, gira gira, Landolfo, un giorno, s’innamorò, come un ragno preso nella sua stessa ragnatela. Si trattava di Angelina, che, quando non stava alla cassa dei biglietti, faceva la sarta. L’avessi guardata con attenzione, avresti visto l’ago appuntato all’altezza del seno, con la sua gugliata, lì sul golfino di lana, quello che portava le serate di settembre, quando era più fresco.
Sempre la stessa vita, giorno dopo giorno, e Landolfo si era innamorato. Ma come sempre succede quando ci si innamora, lui non avrebbe saputo dire né come né quando.
Una sera, al chiardiluna, si fece coraggio e cantò una canzone antica:

Vago mi prese ’l cor uno desìo
d’offrir a voi quel ch’ho più pretïoso.
«E che donar, diss’io,
più caro vi potrei? L’alma ch’è mia
donar i’ vi vorrei!».

E qui si fermò.
Non riusciva a trovare la sua anima! Proprio ora che si era deciso a regalarla ad Angelina: «Ma dove sarà? Dove?». Poi, con la voce un po’ roca:

I’ la richiesi al vento,
all’aure, con gran voce…

… Eco rispuose al duol con un lamento.
I’ dico a voi, mio ben: «Se far con lei
parola in sorte aveste (i’ credo sia),
pregatela, ben mio,
Alma, riedi al cor tuo doglioso!».
Ma non è ’l cor più mio,
che sanza… lei – sanz’àle – i’ non son io!

Landolfo vi potrebbe sembrare incoerente nel reclamare la sua anima, la medesima che poco prima avrebbe regalato senza pensarci troppo; un conto, però, è offrire – offrirsi – spontaneamente, un altro è rimanere vittime di un furto.

«Ecco qua!» disse. Prese il filo, lo passò dall’altra parte e cominciò a tirarlo, facendo girare la giostra all’indietro, in senso antiorario: «Ecco qua!». All’indietro, le castagne di certe ruote non potevano funzionare e le tavole del tetto cominciarono a incamerare aria, tremando: fri fri fri… gri gri gri… den den den… fri fri fri… gri gri gri… den den den…
Landolfo guardava meravigliato tutto quello scompiglio. E intanto venivano fuori tutti i furfanti di prima, in fila indiana; come i gamberi, però, o meglio come le vacche di Caco, che le aveva tirate per la coda. Lui, in piedi, accanto allo sgabuzzino degli attrezzi, gridava con un vocione da far paura: «Fuori a chi tocca!». Ma della sua anima nemmeno l’ombra: «Chissà, deve essere volata via, leggera com’è!».

Angelina se lo immaginava e, con una vocina che avrebbe fatto piangere un orco, si mise a cantare:

Leva li occhi inver’ la Luna:
qui d’amore i tuo’ sospiri
e de l’uom senn’ e desiri,
tutto insieme si raguna.

Quest’è loco assai diverso,
sanza i giorni, i mesi, gli anni;
qui ritrovi il tempo perso,
non mai guerre e sanz’affanni.
Sanza soldi? Sanz’inganni
sempre aggrada la fortuna.

Di mirare assai ci giova
questa pallida lucerna,
che, se appare or vecchia or nuova,
della Terra è vice alterna:
quando è piena ci governa
e pur quando è in fasce e in cuna.

Non bisogni d’alcun cocchio,
né di grifo, scala o nastro;
basta solo affisar l’occhio
per salire infino a l’astro
che riluce d’alabastro,
che più vedi quando imbruna.

Con le lacrime agli occhi, Landolfo, che orco non era, guardò su nel cielo e vide la Luna grande come non l’aveva mai vista. Quando si accorse che la giostra si staccava da terra, prese un cavallino per la coda e saltò in sella. Poi, allungò il braccio, afferrò Angelina per la vita e la tirò su.

Il giorno dopo la piazza era vuota. Dicevano che la giostra si era incielata avvitandosi nell’aria*.

* E ciò non è impossibile; infatti, la giostra era stata costruita in maniera che, ruotando per il verso giusto, stava bene incollata a terra: più andava veloce (e più girava e più soldi si facevano), più veniva schiacciata in basso dall’aria. Ma girando al contrario, la giostra doveva ricevere una spinta verso l’alto capace di sollevarla, come fosse un’elica enorme, una macchina di Leonardo.

«Oh, che vento!» diceva Angelina «È il vento che ci fa salire! È il vento della giostra!».

Ma Landolfo rimaneva legato a un filo che non si voleva disbrogliare: «Non è il vento. Sei tu che tiri la gugliata!».

Arrivati sulla Luna, Landolfo e Angelina, rimasero alquanto sbalorditi e confusi. Poi, Landolfo cominciò a cercare la sua anima e non passò molto tempo che la trovò dentro a un lambicco con su scritto ‘Anima di Landolfo’: «Ora, finalmente, potrò regalarla ad Angelina!».
E così fece. Si raccomandò che la tenesse in gran conto. Lei fu molto contenta, perché nessuno le aveva mai fatto un regalo così. C’è da dire, però, che il pensiero di possedere due anime cominciò a tormentarla. Dove tenerle? Una accanto all’altra? C’era posto? Ma della sua che n’era? Non indagò oltre e, soprattutto, non ne fece parola.
Dopo aver perlustrato la zona, Landolfo e Angelina – pervasi di quella bontà che ci prende tutti quando la fortuna spira nelle nostre vele – decisero di calare giù, sulla Terra, le cose più utili (e più fragili), come i lambicchi pieni di fantasia e di intelligenza, o quelli pieni – a dir la verità solo mezzi pieni – di saggezza, che erano di un vetro ancora più sottile. Calarono, con un corda, anche certe casse pesanti – precisione e giustizia – dopo averle legate ben bene: avevano paura che si schiantassero al suolo, con grande pericolo di tutti. I semi di bontà e di bellezza, leggerissimi, di cui erano colmi i sacchi che erano sparsi dappertutto, li buttarono giù senz’altra precauzione.
Sarà stata l’aria più sottile e leggera, sarà stata la malinconica tranquillità del luogo, ma nessuno dei due, nemmeno per un momento, pensò di voltare le spalle alla fortuna che spirava nelle loro vele. Chi avrebbe potuto prevedere gli effetti – se ce ne fossero stati – dei lambicchi, delle casse e dei sacchi, una volta arrivati sulla Terra? Angelina disse: «Restiamo qui, vero?».
Quando la nostalgia si fece sentire, Landolfo, si affacciò al bordo della Luna e guardò giù. Vide, o immaginò di vedere, facce sbigottite e occhi attenti che lo guardavano. Lei rimase più indietro. Salutarono agitando la mano:

Dall’alto e monti e fiumi i’ veggio,
e mare, e veggio l’huom, che l’male al bene rende,
et odo le querelle e l’aspre pugne

humane. Fioco ’l suon fin qui ne giugne;
pur c’è chi vince o piagne e chi s’arrende.
I’ non vorrei giammai da qui tornare.

Poi s’inchinarono cortesemente.

Magìe

Nota

Non me ne voglia il lettore per una precisazione forse superflua, ma necessaria per comprendere la storia raccontata dalle immagini: i bottoni da uomo hanno quattro fori, quelli da donna due.