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Dopo aver permesso a Timothy di guastare i miei primitivi disegni con la pubblicazione delle Frottole (accompagnate, per di più, da musiche alquanto elementari), ne ho affidate alcune – che erano rimaste senza veste sonora o erano particolarmente bisognose di un riscatto – a un vero musicista, insieme a una fiaba che, nella sua grazia infantile, avrebbe dovuto risarcire, almeno in parte, i miei lettori. In realtà, io avevo ceduto alle pressioni di Timothy sapendo che le astrusità delle Frottole, subordinate al canto, sarebbero passate pressoché inosservate.
Stefano Taglietti, compositore, e Robert Nemack, regista, accettarono l’invito di Detlev Glanert, direttore del Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, e nacque così In ascolto di un Re. Una fiaba in cantieRe (rappresentata fra 19 e 20 luglio 2010).

Si tratta di un’opera da camera per soprano, recitante, mimo e quartetto d’archi:

Martina Tardi, soprano; Ilaria sacchetta, mimo; Mauro Marchetti, cantastorie; «Quartetto Ascanio»: Damiano Babbini, violino I; Laurence Cocchiara, violino II; Costanza Pepini, viola; Catherine Bruni, violoncello.

Al solito, i testi musicati erano seguiti da un piccolo saggio etimologico, La corda del discorso, in cui si sostiene che accordo non deriva da cuore, come sostengono i dizionari, ma da corda – proprio come quella degli strumenti che ne costituiscono l’anima – e si continua discettando dell’equivoca natura del nostro ricordo che pare anch’esso dividersi fra un cuore pulsante e una corda che venga riavvolta.
Qui, nella presente occasione, il piccolo saggio che si era originato dalle vibrazioni delle corde degli archi, non compare al suo posto: sarà pubblicato in seguito insieme ad altre riflessioni sulla storia di alcune parole. La corda del discorso era stata, inoltre, l’occasione per parlare di una corda poetica: Cigola la carrucola del pozzo di Eugenio Montale.

Il testo, arricchito dalle illustrazioni di Timothy Holthorne, fu pubblicato dall’Editrice DonChisciotte di San Quirico d’Orcia.

La musica di Stefano Taglietti e il testo sono stati poi pubblicati da RAI Trade (23 gennaio 2014). La performance, con la fantastica regia di Robert Nemack, è visibile su Youtube:

In ascolto di un RE (1/2/3) Stefano Taglietti (2010):
https://youtu.be/RIUYbFT4LXU
https://youtu.be/g5b_iq3f3Cg
https://youtu.be/OZDhShWPgkE

Il lavoro è reperibile on line anche presso la Biblioteca dell’Università di Toronto:
http://search.library.utoronto.ca/details?9865606&uuid=fc2d7aa3-3ef0-4b4e-92d3-0271ebb3aadb.

Le dodici sezioni dell’operina sono illustrate da altrettanti disegni di Timothy: avrei potuto trascurarlo del tutto?

Cantiere2010

In ascolto di un Re
Una fiaba (musicale) in CantieRe

Testi di Raffaele Giannetti
Musiche di Stefano Taglietti
Regia di Robert Nemack
Illustrazioni di Timothy Holthorne

Presentazione e trama

È questa una fiaba musicale in cui con un maiuscolo Re s’intende la nota musicale, con quello minuscolo, invece, il sovrano, il re. Si tratta di una storia messa in musica, cantata e recitata, ovvero – come ci racconta l’introduzione del libretto – di «una fiaba in Canti e Re o una suite e tre cani» e altri anagrammi.
Tutto ha inizio con la scomparsa del Re: «Il re lo sospettava, se lo sentiva che qualcosa non andava, che l’ingranaggio si era rotto… Cocò cheché chicù chichì cuccurucù!». La tragedia incombe, mentre il tempo – non solo musicale – va in rovina. La vicenda è costituita, naturalmente, dal tentativo di ripristinare l’antica armonia: «Andate a cercare il Re! Sì, ma dove? Di là dal mare!». E così partono alla ricerca della nota che, con la sua mancanza, ha causato, per così dire, la cacofonia del mondo: «Dopo molte e indicibili peripezie, giunsero di là dal mare in una terra sconosciuta. Infine, dopo molto cercare, il Re fu trovato…». Non possiamo, tuttavia, aggiungere altro.
Uno strano orologio a cucù indica le varie tappe – dodici per la precisione, come le ore del giorno o i suoni della scala cromatica – di una storia che evoca, agli antipodi, le fantasie di Gianni Rodari e Un re in ascolto di Calvino-Berio:

La stragrande maggioranza dei «re» musicali non hanno mai avuto corona e non se ne sono mai lamentati con nessuno (G. Rodari, Il libro degli errori).

…ecco la casa della musica. È fatta di mattoni musicali. […] C’è una stupenda porta atonale, seriale, elettronica: basta sfiorarla con le dita per cavarne tutta una roba alla Nono-Berio-Maderna (G. Rodari, Grammatica della fantasia).

Il palazzo è tutto volute, tutto lobi, è un grande orecchio in cui anatomia e architettura si scambiano nomi e funzioni: padiglioni, trombe, timpani, chiocciole, labirinti; tu sei appiattato in fondo, nella zona più interna del palazzo-orecchio, del tuo orecchio; il palazzo è l’orecchio del re … Tu ascolti il tempo che scorre: un ronzio come di vento; il vento soffia nei corridoi del palazzo o nel fondo del tuo orecchio. I re non hanno orologio: si suppone siano loro a governare il flusso del tempo … Il palazzo è un orologio: le sue cifre sonore seguono il corso del sole … (I. Calvino, Un re in ascolto).

Ma la fiabesca Storia d’un Re è solo il filo conduttore che lega i vari testi in rima, le ballate, i madrigali, le filastrocche di questa giornata: la torre, il cucù, il teatro, il cucù stonato, il Re scomparso, la ricerca, l’uccello-lira, il triplice ritorno, la reggia e la tempesta.

Storia d’un Re

A Kengah, una gabbiana dalle piume color argento, piaceva particolarmente osservare le bandiere delle navi, perché sapeva che ognuna rappresentava un modo di parlare, di chiamare le stesse cose con parole diverse.
«Com’è difficile per gli umani. Noi gabbiani, invece stridiamo nello stesso modo in tutto il mondo». (Luis Sepúlveda, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare)

Legenda
Re: nota musicale
re: sovrano

Il re lo sospettava, se lo sentiva che qualcosa non andava, che l’ingranaggio si era rotto.
Cocò cheché chicù chichì cuccurucù!
No, non si era sbagliato, quello non era il solito cucù. Con le penne tutte arruffate, quell’uccellino aveva emesso dei suoni a dir poco sconcertanti. Era un po’ sordo – parliamo del re –, ma era sicuro di aver sentito bene: una cacofonia inaudita. A dir la verità, anche il verso del cucù – a dimostrare le strane simpatie del mondo – era parso, nel timbro, più sordo del solito.
Tutto era successo in un torrido mezzogiorno, quando la vampa del sole sa d’inferno e l’ora s’inceppa, col rischio che i cucù, troppo accaldati, si mettano a scandire il tempo all’indietro – cucù cucùcuc ùcuc – risalendone la corrente o, se volete, recuperandone il filo, cioè riaggomitolandolo[1]. Comunque sia, quello che avvenne a teatro, quella sera, confermò i sospetti del re: mentre un mimo, esalata la sua anima d’attore, rimaneva disteso sulle tavole del proscenio ben oltre la pantomima, i musici perdevano il senno: parapà, tunf tunf sbong. Parupà (sic) tunf tinf (sic) sdlen sdlen pepè. Poco prima, una tempesta aveva fatto sbattere porte e finestre, portando via qualsiasi cosa appena appena volatile…
Il regno rovinava nel caos, mentre il tempo – impazzito come la lingua – procedeva all’indietro per ripiegare subito in avanti, e così via. Intendiamo tutto il tempo, da quello degli orologi a quello dei musici, a quello atmosferico. E non solo questo. Addirittura gli angoli delle finestre e delle porte (e delle squadre degli architetti) ovvero i gradi dei goniometri e degli archi non erano più gli stessi e mostravano, per così dire, delle crepe. Ma, guaio assai più grosso, nessuno riusciva più ad andare d’accordo con gli altri. Il re, allora, che l’aveva letto nei libri, disse che tutto dipendeva dal cuore e che la mancanza di armonia era palese testimonianza della mancanza di coraggio. Quindi, mostrandone del suo, fece sbattere in prigione (se non peggio) tutti i malvagi, i riottosi e gli iracondi. Ma la situazione non migliorò, anzi.
Finalmente, uno dei musici – di quelli che a ogni ora del giorno, ogni giorno del mese e ogni mese dell’anno avevano cercato coscienziosamente di riprodurre (in questa terra così irregolare) l’armonia celeste e di oliare, per dire, le ruote del cosmo, che sembravano improvvisamente arrugginite –, uno di quei musici, appunto, fece notare che da un po’ di tempo era scomparso anche il Re, la nota musicale. Ecco l’arcano!
Al re piacque molto la cosa, per certe sottili assonanze, e subito dette gli ordini.
Andate a cercare il Re!
Sì, ma dove?
Di là dal mare!
E partirono. In prima fila il musico – l’operazione richiede un certo orecchio –, poi il nostromo, il cuoco; e marinai, carpentieri, uomini d’arme.
Dopo molte e indicibili peripezie, giunsero di là dal mare in una terra sconosciuta. Infine, dopo molto cercare, il Re fu trovato in un canoro uccello-lira, a cui fu delicatamente strappato, come una piuma. A essere più precisi, come una piuma portata via dal vento o un’alata saetta scagliata da un arco, perché non c’è gabbia che tenga: il Re svanisce presto nell’aria.
Pensa pensa, non si trovò altra soluzione che intonarlo giorno e notte, alimentarlo senza posa, suonarlo con ogni strumento, in ogni maniera.
Chi lo soffia in una bottiglia, chi nel cavo della mano o dentro a un palloncino, chi l’affida al vento, all’orecchio dell’amico (pure a quello del merlo, del parrocchetto, del grillo cantore…) o a un montano rimbalzo d’eco. Chi lo ritrova nello stormire degli alberi (ivi compresi quelli della nave, visto che ora siamo nel mezzo al mare e stiamo tornando a casa), chi teme di ritrovarlo nel gorgo rapinoso del Maelström. Certo, non è difficile sentirlo nel gracchiare dei corvi, lassù nella coffa[2]; e soprattutto nel sartiame della nave che, con tutte quelle scale di corda e quelle gomene arrotolate, pare una bizzarra composizione di chitarroni, colascioni, tiorbe e viole, opera di un pittore, o uno scultore, pazzo.
Insomma, il Re viene cantato e ascoltato mille volte in una catena sonora che cinge tutto il mondo, con effetti notevoli e incredibili.
Una volta sbarcato, questo esercito canterino si sbandò: alcuni seguirono le lusinghe di una bella voce di soprano, altri si persero nei boschi dietro al verso degli uccelli. Infine, chi s’addormentò al monotono sussurro della fonte e chi si perse nei deserti infuocati. Chi da una parte, chi da un’altra.
Ora, il lettore si sarà certamente accorto di una ripetizione decisamente fuori luogo, come se fosse giusto, o soltanto possibile, dire due volte «infine». Ma, si sa, quando ci si trova nel mezzo a una fatica si pensa sempre che questa sia l’ultima. È così che nascono le belle imprese ed è così che passa il tempo.
Torniamo alla reggia.
Cocò cheché chicù chichì cuccurucù! Al solito.
Fatelo tacere!
Ma tutt’a un tratto si sente un suono, lontano eppure distinto. Come il fischio di una locomotiva. Che sia il Re? Che siano di ritorno?
Il suono si fa ora più chiaro, ora meno. Si allontana e si avvicina, come una lenta risacca, come le onde del mare, ora su ora giù. Entra dalla finestra della torre e s’avvolge – gorgheggiando – per la chiocciola delle scale. Improvvisamente, il silenzio. Un silenzio diverso, vero, più puro. È una pausa d’ansia, d’attenzione. Si spalancano le porte: spatapàm!
Oh! Ecco il musico! Finalmente!
M’inchino, Sire. Ecco il Re!
E intona la nota (mentre la scena acquista in retorica): è come gettare una fiaccola ardente nel secco intrico dell’esche, quando la calura estiva s’avventa rabbiosa. O meglio – dato che stava per scoccare la mezzanotte – è come un dolce sguardo che infiamma il cuore inerme, che sogna.
Vibrano le corde, giustamente tese, e fanno vibrare tutti i cuori.
M’inchino, Sire. Ecco il Re!
Cucù!
Finalmente!
M’inchino! Eccone un altro!
Cucù! Cucù!
Infine!
Ma come una tromba d’aria che risucchi impietosa ogni cosa che incontra e la disperda nel cielo più scuro (mentre la scena si fa patetica), così la tempesta sonora sferza quei sensi impigriti, gonfia quelle anime un poco avvizzite e flosce; e – fatto non meno notevole – le fa rubiconde.
Ma il re sospetta. Se lo sente che qualcosa non va, che l’ingranaggio sta per rompersi di nuovo.
Cocò cheché chicù chichì cuccurucù!÷

Le carte di Timothy ND

[1] L’allusione dell’autore a un tempo cancrizans, che si volge letteralmente indietro, richiama alla nostra mente un anglico e palindromo mezzogiorno: noon.

[2] Una coffa inglese suona crow’s-nest, cioè ‘nido di corvi’. Che ci sia lo zampino di Timothy?

In ascolto di un RE (link al PDF) parte I
In ascolto di un RE (link al PDF) parte II
In ascolto di un RE (link al PDF) parte III

copertina