Tag

, , , , ,

Si tratta ora di un racconto di Timothy pubblicato per la prima volta nel 1990: Preparativi per un’invasione (MCmicrocomputer, n. 101, novembre 1990, pp. 186-187). Il tema del racconto, come svela la destinazione editoriale, era legato al mondo informatico.

Preparativi per un’invasione

Dovevamo ancora mettere a punto le modalità della discesa. Tutte le informazioni in nostro possesso dovevano essere accuratamente controllate, prima dell’invasione.
– Ormai conosciamo bene la loro lingua; e se non possiamo scendere fra loro, aveva detto il Generale cui era stata affidata la preparazione del piano, con i computer risolveremo il nostro problema: soltanto le macchine – queste furono le parole decisive! – potranno adattarsi meglio di noi alle forme irregolari della Terra!
Per la prima volta molti di noi avevano provato una certa curiosità per quel mondo straniero; e questo aveva originato una certa impazienza negli ufficiali. Pareva che si diffondessero segni di contagio. Il nostro immobile eroismo andava incrinandosi. Non potevamo attendere ancora. Preoccupava i Generali il fatto che si andava dicendo, sussurrando, e sicuramente credendo, che sotto le informi gibbosità del globo terrestre, o nel periodico cadere delle foglie, si nascondesse un supremo, e forse l’ultimo, gioco di simmetrie.
Il piano fu subito approvato, all’unanimità. E dopo pochi mesi tutto era già pronto. Pochi ritocchi e l’impresa poteva avere inizio.
Fu così che una statua equestre, distante da noi anni e anni-luce, accolse silenziosamente nei suoi cavi bronzi un computer-spia: «Garibaldi» dominava il suo cavallo e la piazza centrale del paese. Lui, il «Generale», come lo chiamavano quassù, eroe di due mondi così lontani, era ferito qua e là da macchie verdi e muffe biancastre, che erano la prova del suo valore e, dunque, della sua vulnerabilità. Ma al suo interno si nascondeva un segreto (un segreto composto da milioni e milioni di piccolissime sfere: un gioiello di ingegneria micromodulare che era capace di aderire alle pareti del suo fiero recipiente come la farina in un sacco).

*

Ora che il progetto «Garibaldi» non è più che un antico sogno, il cavaliere guarda ancora fra i portici del palazzo municipale e il campanile della chiesa. E contiene ancora il suo segreto.
Posizione senza dubbio privilegiata, quella del «Generale»: fra chiesa, municipio, farmacia e botteghe.
Garibaldi era un interprete sottile, uno scaltro osservatore. Conosceva bene i volti dei passanti, gli echi delle voci sotto i portici, la fretta delle massaie. Si trovava bene dentro a quelle bronzee rughe: ormai, gnomone della piazza, governava il flusso del tempo e scandiva con la sua ombra le stagioni e le feste del paese. Anche il cavallo cominciava, pur nell’immobile suo trotto, a insuperbire. E le criniere di entrambi sventolavano ora alla dolce brezza primaverile, ora al tempestoso maestrale.
Perché, perché dunque, da parte dei Generali era cresciuta la sfiducia nei confronti del nostro «Garibaldi»? Perché avevano abbandonato il progetto d’invasione?
– Forse la piazza, dicevano, non è altro che un ritrovo di vecchi, dei pochi che sono rimasti al paese. Forse «Garibaldi» ci racconta soltanto vecchie storie.
Il fatto era che non si fidavano. Inviarono un’ispezione.
Di lì a poco, allora, un’altra superspia elettronica si accomodò nelle forme, meno superbe, di un soldato della Grande Guerra. Ma come il fante, con una passione insolita per un cuore fatto di scintillanti sfere elettroniche, cominciò a parlare di Patria, di Tenacia e d’Abnegazione, di Sacrificio e di Trincee, il sospetto dei Generali divenne realtà. Così, quando a «Garibaldi» fu ordinato di interrompere le comunicazioni, Lui, abile lettore di un granello di polvere e di un ronzìo di moscone, rispose laconicamente:
– Obbedisco!
Non si fece più sentire, e nessuno di noi ne parlò più.