Di lemmi 24

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Il Passo del lume spento (Montalcino)

Ai piedi del Poggio della Civitella, grande bastione naturale da cui Montalcino domina la Maremma, si apre il Passo del lume spento. È la stessa denominazione di passo a descriverne la liminarità. Si tratta indubbiamente di un luogo ventoso, in cui non è difficile immaginare – dato che le storie seguono i nomi, e non viceversa – vecchie carrozze o teorie di pellegrini, con lumi inesorabilmente spenti dalle raffiche del vento. «Le direzioni di Montalcino – osserva (con una precisione non priva di poesia) Lucia Carle – non sono solo quelle dei punti cardinali ma soprattutto quelle del vento, che soffia da varie direzioni per la maggior parte dell’anno». Il toponimo (lume spento), tuttavia, potrebbe essere altrimenti spiegato, in particolare per un luogo del Purgatorio dantesco (III 130-132), in cui si parla della sepoltura dell’imperatore Manfredi:

Or le bagna [le ossa di Manfredi] la pioggia e muove il vento
di fuor del regno, quasi lungo ’l Verde,
dov’e’ le trasmutò a lume spento.

A lume spentosine luce, sine cruce – si seppelliscono tutti coloro che non possono godere dei conforti religiosi, come gli stranieri, gli eretici. E così l’espressione può divenire presto un’indicazione geografica, cioè quella del luogo che accoglie i forestieri o gli esclusi: siamo fuori dalla cinta muraria, nella zona della quarantena. Potremmo trovarci fra gli appestati … Nelle vicinanze del passo, un convento di cappuccini e un lazzaretto – ancora suggerito dal toponimo S. Lazzaro – confermano al luogo la sua vocazione all’ospitalità e, insieme, la sua liminarità e anche la sua funzione di cintura sanitaria; un luogo che si trova, appunto, in prossimità delle strutture ricettive e delle dogane.
In ogni caso, l’espressione «lume spento», indipendentemente dalle cause che provochino lo spegnimento, allude al lume tombale. E così intende Tommaseo nella poesia La mia lampana, citata da Pirandello nella vicenda di Mattia Pascal. Certo, non pare casuale la vicinanza del “Lume spento” alla malagevole ‘porticciola’ della città: l’Osticcio. Ma ora l’etimo si fa dubbio: ci vengono in mente gli hospiticia, gli hospitia e, dunque, gli osti e i luoghi di ricovero, gli ostelli e le osterie. Così, la chiesetta della Madonna del Latte arricchisce questo luogo dando latte alle puerpere per i poppanti affamati. Non possiamo inoltre dimenticare che il nome della zona limitrofa è assolutamente manifesto sotto questo profilo: Albergheria. Né meravigli che qui si siano accampati gli eserciti degli assedianti, dei nemici, quando è venuto il momento.
Infine, non meravigli che l’oste e l’ospite portino il nome del nemico, in latino hostis, perché questa vicenda linguistica si può leggere ancor oggi negli spogliatoi delle squadre di calcio: da una parte i ‘locali’, dall’altra, venuti per vincere, gli ‘ospiti’, cioè gli avversari.

Di lemmi 23 – Spigolature

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Con l’arrivo della bella stagione si affievolisce l’interesse per le questioni etimologiche e linguistiche, troppo pensose, sollevate dai nostri di lemmi. È bene, ogni tanto, riprendere fiato. I mesi invernali, molto più adatti alla concentrazione interiore, consiglieranno il da farsi.
Gli ultimi tre contributi sono dedicati rispettivamente ad alcune spigolature, a un toponimo locale e a un racconto già pubblicato in questo stesso blog: Il lessico. Basta il titolo a svelare la natura famigliare e sentimentale del nostro breve viaggio fra le parole

I. Siclo, sigla e secolo

L’associazione fra misura del tempo e misura del valore, cioè fra calendario e moneta (che abbiamo intravisto a proposito dell’espressione «testa o croce»), dimostra la sua pertinenza anche in luoghi insospettabili. Sappiamo che la Luna, altrove conosciuta come Moon e Mond, è prossima a Giunone Moneta e anche alla moneta, dunque al verbo latino monere, ‘ammonire, consigliare, ricordare’, al mese, alla mente e alla memoria, al conto del tempo, al greco nomisma, al latino nummus, al nostro numero (di cui è metatesi). La luna serve a contare. Abbiamo già detto che non è affatto un caso che la zecca dei Romani antichi sia stata collocata nel tempio di Giunone Moneta, ‘l’ammonitrice’. Ma un’altra testimonianza del rapporto che unisce tempo e misura del valore è fornita dal termine siclo.
Il siclo è un’antica misura ponderale e monetaria dell’area mesopotamica, ovvero una moneta israeliana.
Il siclo (o siglo; in ebraico sheqel; in inglese shekel) è assai vicino linguisticamente al siglo spagnolo, al sæculum latino, al secolo nostro e a quello dei francesi, siècle.
Checché ne dicano le incerte interpretazioni ufficiali, si può ritenere almeno plausibile la parentela linguistica fra il siclo, il secolo, la sigla e il secchio[1].
Quanto alla sigla – che è il sigillo di una raccolta, di un «centone» che è assai prossimo al secolo inglese, cioè century –, diciamo che essa è il prodotto del neutro plurale latino sæcula (poi sæcla e secla). Tutti conosciamo, infatti, le sigle che sono sicuramente all’origine della nostra parola: in saecula (saeculorum). In sigla.
Il siclo-secolo – che è forse connesso con signum ‘segno’, di cui sigillum è diminutivo – appare come un insieme di monete o di anni. Ed è partendo dalla sigla, che possiamo successivamente arrivare al nostro secchio e alla nostra secchia (neutro plurale latino, appunto), i quali altro non sono che l’immagine fedele di un contenitore di cento monete e di anni. Non è difficile riconoscere nel secolo una coerente immagine del tempo e della sua forma circolare: l’anno, lo sappiamo, ha forma e nome di anello. Ricordiamo infine che il sistema ponderale e monetario di cui fa parte il siclo, come unità di misura, è basato sul sistema di conto sessagesimale, esattamente come il tempo e la moneta antica (si veda quella romana). Qui, il pondus, cioè la libbra, diventano, il pound e la lira, ivi compresa la costellazione. Per ritornare alla Luna, si dica solo che «durante il plenilunio si può ottenere … la moltiplicazione delle monete che si possiedono esponendole alla luce lunare»[2].

II. Angoli acuti, aghi e aguglie

Acuto è aggettivo a forma d’ago – latina acus – che rimanda etimologicamente all’acume e alla puntura d’un aculeo. L’acutezza è intrinsecamente legata alla percezione dei sensi, alla vista, all’ingegno e, per così dire, all’angolo della nostra riflessione: è opposta all’ottusità.
A sua volta, l’acutezza della vista – contigua al sole e alle altezze divine, come ci insegna il paradisiaco Dante – è caratteristica dell’aquila, specialmente di quella medievale, detta aguglia. Ma aguglia è anche il nome di un pesce, chiaramente puntuto e aghiforme.
Torniamo all’olimpico uccello, l’aquila-aguglia, che, frequentando, oltre alle più alte cime dei monti, i tetti delle cattedrali, si è trasformato, pietrificandosi, in pinnacolo, in acroterio templare, cioè in guglia. Una sorte analoga, come sapete, è toccata ai merli, che, però, devono accontentarsi di torri e castelli. Peggio è andata ai merletti. Tanto per rimanere in tema, allora, diciamo che la gugliata delle sarte – questa figlia della guglia – è l’angolo acuto formato dal filo nella cruna dell’ago.

III. Fornicare

Si dice nei dizionari che il fornicare prenda il suo nome dal fornice, cioè dall’architettura di un portico, di un arco (e, aggiungiamo noi, di un forno). E si continua dicendo, per chiarire la dinamica dell’associazione, che, nella Roma antica, gli amanti fornicassero sotto i portici. Sarà. Almeno lecito il dubbio su un’associazione almeno un po’ stravagante: fornicazione e portico.
È spiegando il senso del fornicare – ‘avere rapporti sessuali peccaminosi’, come dice il dizionario – che possiamo intravedere quanto è successo: è stata l’idea del peccato a trascinare con sé quella del portico, attraverso una subdola escalation dal sesso al peccato, alla prostituta, al portico.
Tuttavia, senza mettere in dubbio la relazione etimologica tra fornicare, fornice e forno, vorremmo suggerire un cambio di direzione. Veniamo al punto. Si potrebbe ragionevolmente sostenere – usiamo il condizionale – che il dato primo del fornice sia il calore e non l’arco: il forno ne è la testimonianza. In altre parole, una bruciante fiamma potrebbe unificare le diverse significazioni dell’arco, del forno e della fornicazione. Rovesciando il discorso consueto si otterrebbe questo primo, assai economico, risultato: il calore si produce entro strutture a volta, fatte a forma di ‘fornice’, dette ‘forni’ e ‘fornaci’. Quanto alla fornicazione, essa sarà tale, non per la consuetudine degli amanti di amarsi sotto gli archi, ma per il fatto di essere preda delle fiamme dell’amore.

[1] ‘Secchio’ da saeculum come ‘specchio’ da speculum.
[2] Alfonso M. Di Nola, Lo specchio e l’olio. Le superstizioni degli italiani, Roma-Bari, Laterza, 1993, p. 92.

Cortona – Festa medievale dell’Archidado

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Vi aspettiamo! Un’occasione da non perdere!
Fate pubblicità e invitate i vostri amici!

Raffaele Giannetti

 

Cortona – Festa medievale dell’Archidado
Palazzo Casali
domenica 4 giugno ore 18

Frottole

Testi e musiche di Timothy Holthorne

con

Beatriz Oyarzabal Pinan, soprano

 

“La Musette”
Consort di Viole da Gamba

Roberta Castelli, viola soprano
Johanna Lopez Valencia, viola tenore
Martina Giannetti, basso di viola
Claudia Pozzesi, basso di viola

 Giampiero Allegro, flauti dolci

Cortona. Medieval festival of the Archidado

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See you there! It’s not to be missed!
Put the word out and bring your friends along!

Timothy Holthorne

Cortona. Medieval festival of the Archidado
Palazzo Casali
Sunday June 4th 6.00 p.m.

Frottole

Music and lyrics by Raffaele Giannetti

With

Beatriz Oyarzabal Pinan, soprano

“La Musette”
Consort of viole da gamba

Roberta Castelli, soprano viol
Johanna Lopez Valencia, tenor viol
Martina Giannetti, bass viol
Claudia Pozzesi, bass viol

Giampiero Allegro, recorders

Orfeo ed Euridice a Montepulciano il 21 maggio 2017

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Raffaele Giannetti & Timothy Holthorne, rispettivamente autore del testo e co-regista, vi invitano ad assistere al dramma pastorale Orfeo ed Euridice, una lettura poetica accompagnata da musica originale, che si terrà al Teatro Poliziano il 21 maggio alle ore 21.

L’opera, allestita dal “Teatro Volante” dei Licei Poliziani, si avvale del coordinamento e della direzione del M° Alessio Tiezzi, autore della musica e direttore dell’Istituto «Hans Werner Henze» di Montepulciano, e della partecipazione dei musicisti e cantanti dell’Istituto stesso, nonché della partecipazione de «La Musette», consort di viole da gamba.

Link alla locandina: OrfeoEuridice

Di lemmi – 22

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Carnevale

Improponibili le immaginazioni per le quali il termine carnevale si sarebbe evoluto da carne(m)levare, mentre il carnasciale da carne(m)laxare. Poco credibile, al di là delle contorsioni fonetiche, la vicenda semantica: «Come si fa – ci chiediamo – a nominare il carnevale attraverso una caratteristica della quaresima, in cui si leva appunto la carne dalle mense?». E carnasciale? ‘Lasciare la carne’? Suvvia, siamo seri: levarla o lasciarla?
Al di là delle alchimie verbali e dei virtuosismi fonetici, solo una giusta considerazione della ricorrenza carnevalesca e dei suoi attributi più longevi e vistosi, fra cui i carri trionfali, può indicare la ragione del nome. Il carnevale, infatti, appare come il momento in cui si dà vita all’anno nuovo attraverso un’aratura simbolica; aratura che si configura come l’uscita da un tempo aleatorio, mitico e caotico. Solo dopo questo passaggio si contano i mesi: il nostro dicembre porta su di sé il numero dieci pur essendo il dodicesimo della serie
[1]. Con il carnevale, insomma, si metterebbe a coltura l’anno nuovo; il quale, allora, anche se concepito propriamente nel mese di gennaio [antico Ianuarius (incontestabile e bifronte porta – in latino ianua – dell’anno)] ed espiato, per così dire, in quello di febbraio (purificazione come februa, ‘febbre’), viene contato solo a partire da marzo. Il carnevale è essenzialmente festa del tempo in quanto vi si adombra una vicenda iniziatica che dà luogo al rinnovamente e al conto del tempo. Per concludere, tornando all’etimo, il car|nevale è forma secondaria, oscillazione apofonica di car|novale, che si può spiegare come aratura del campo da semina (novale), ovvero – nella sua forma car|nasciale – come ‘rinascita’ o ‘primavera’.

Diciamo che non ci trovano concordi i dizionari etimologici che così spiegano l’origine e il significato del termine carnevale: «carne-(le)vare… riferito alla vigilia della quaresima, giorno in cui si toglieva l’uso della carne»[2].
La spiegazione ci appare quantomai forzata: il carnevale, infatti, prenderebbe il nome da quella che è, culturalmente, proprio la sua antitesi, la sua nemica storica e letteraria, ovvero la quaresima. Vorremmo prospettare una diversa soluzione. Partiamo innanzitutto dalle caratteristiche della festa carnascialesca ricordando che essa si configura come un esorcismo: «Divertitevi pure oggi, purché domani tutto sia come prima. Anzi meglio – o peggio – di prima». Il Carnevale, con la sua necessaria ed espiatoria morte, appare la sconfitta del temuto caos, ovvero la negazione del sovvertimento, dell’aleatorio, del fortunoso.
Le presenze emblematiche della nostra festa sono i carri trionfali: da qui dobbiamo ripartire. Ebbene, il trionfo carnascialesco ci sembra il ricordo dell’aratura simbolica con cui si dà vita all’anno nuovo. Ecco il senso primo della festa: il novale, che è un campo rimesso a coltura, che diviene car|novale (come diceva Goldoni). Del resto, anche il car|nasciale lascia bene intravedere il suo motivo natale. Altri hanno pensato al car|navale, al navigio di Iside. Pure, tale interpretazione, pertinente e condivisa, non fa che portare acqua al nostro mulino. Infatti, l’immagine originaria può ben essere quella del campo da arare, cui può facilmente sovrapporsi una distesa marina solcata dalla nave. Ricordiamo quindi l’ambivalenza della parola solco.

Scherzo numerologico

Si tratta di immaginare una sfilata aperta da un bifolco che guida, appunto, un carro di buoi, o meglio una biga di buoi, di cui è il tiro (che in latino significa ‘recluta’, ‘adepto’, ‘garzone’), e ciò dà luogo a un trio che tira un carro, ovvero un quattro. Infatti, il carro, il car, il carré, sono rappresentazioni del numero quattro e della sua stabile armonia. Comunque sia, il quattro ha una sua chiara valenza: non è tesi, né diabolica antitesi o tragedia, né partecipazione o discussione. È composizione finale e, talora, mortale. È spiegazione, è il per|ché. Anche il per inglese, cioè il for, fa quattro: four! Così il francese car – evidentemente carré – e l’italiano ‘per’ (x) sono termini cruciformi, chiastici e tetragoni o semplicemente quadrati.
Il carnevale si lega strettamente alla serie dei numeri, dall’uno al quattro, che sfilano davanti ai nostri occhi sotto forma di filosofica quintessenza della vita e dei simboli che la interpretano: 1, 2, 3, 4, ovvero l’Assoluto [1], il dilemmatico Dramma [2], la partecipata e umana Commedia, ovvero il nostro ingresso nella tragedia stessa [3], la Composizione [4]. Il totale fa 10, come dire dicembre o pitagorica tetrachtys.
Si potrebbe pensare che lo spirito carnevalesco comporti il ribaltamento della realtà normale in quanto ricordo di un tempo promiscuo e mitico che non sa ancora di stagioni, giorni, ore, numeri. Solo da questo deriverebbero l’abolizione di ogni gerarchia e la conseguente confusione tra re e schiavo, diritto e rovescio, personaggio e autore: mescolanza farsesca e satirica di stili, di lingue, di cose, in cui tutto diviene contiguo e contagioso. Qui e ora, gli estremi si toccano in una spaventevole fluidità di forme, per cui l’osceno della satira e la profanazione del sacro costituiscono la nuova deformata realtà. Però, intendiamoci bene: tutti vogliono il carnevale. Lo vuole lo schiavo per provare l’ebbrezza di altezze altrimenti inarrivabili, e lo vuole il re per regolare la vita altrui: c’è chi ama il tempo mitico, che è instabile e mutevole, e lo vuole restaurare (magari ballando, suonando e bevendo), ma c’è anche chi lo condanna e lo esorcizza (magari ballando, suonando e bevendo).

[1] E non certo perché l’anno iniziasse con il mese di marzo, come alcuni ritengono. Ma di questa spinosa questione parleremo in seguito.
[2] DELI, alla voce.

Di lemmi – 21

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Zuppa

Divertissement linguistico in forma di minestrone

Dove si cerca di dimostrare che i dizionari non si fanno scrupoli a recidere i legami che uniscono le parole fra di loro. Magari lo fanno operando secondo un metodo scientifico, ma a noi profani – e non poco avventati – tutto questo tagliuzzare sembra piuttosto una irragionevole e superstiziosa dispersione di motivi culturali.
L’incontro con una serie di termini, quali
stoppa, stoppia, steppa, stoffa, stipula, stivale…, e con altri caratterizzati dalla metatesi di st- (ts- che si trasforma in z-), quali zeppa, zoppa e via di seguito, ci ha messo sotto gli occhi l’alternanza di una vocale nella radice: stip- step- stop- stup-. E forse sta(m)p-. Ed anche zip- zep- zop- zup-. E forse za(m)p-. Un minestrone inaudito, una vera zuppa.

Dove, dunque, si dice che il termine latino stipula, ‘cannuccia’, ‘calamo’ e simili, indica appunto una penna, con la quale, per esempio, potremmo stipulare un contratto. Si tratta di una cannuccia, che noi riempiamo di inchiostro, che deve chiaramente a questa sua primaria caratteristica – che poi dipende dalla sua cavità –, la sua capacità di stipulare. I dizionari invece fanno dipendere il significato di stipulare dall’usanza di spezzare, nell’occasione, una cannuccia, appunto la nostra stipula. È evidente che la cannuccia spezzata rappresenta simbolicamente la penna stessa, così che non possa scrivere altro!
Comunque sia, questa stipula-cannuccia è una stoppia, come quelle dei campi appena mietuti, ed è prossima alla stoppa e, forse, alla stoffa[1].
Stipula, naturalmente, rimanda al latino stips e stirps, alla grande famiglia degli stipi e degli sterpi, nonché agli stipiti, ai capostipiti, alla stirpe e a una stipsi alquanto occlusiva. Eppure la stirpe deve essere cava per consentire il passaggio della linfa vitale, cioè il suo propagarsi o propagginarsi. E cavo dovrà essere uno stipo se vogliamo riporvi qualcosa.
Se, inoltre, ci avviciniamo alla stiva, allo stivare e stipare, o allo stivale scorgiamo ancora una volta gli elementi consueti del nostro discorso… Nella stiva si stipano le merci. Sarà, dunque, assai difficile che lo stivale derivi, come riportano i dizionari, da aestivale, che in latino significa ‘estivo’, oppure da tibiale, che indicherebbe la parte del corpo interessata alla protezione. Sconosciuta ai dizionari, pertanto, la vera natura del nostro calzare, ma non a chi lo abbia usato: stivare e calcare il piede fino in fondo, pigiando con forza.
Se ci aggiriamo ancora per il nostro labirinto chiedendoci quale sia il senso di tutto ciò, ne scaturisce l’idea di una cavità non sempre distinguibile dalla sua occlusione. In fondo, anche la stipula, cava, serve per chiudere un patto. Si dica, quindi, che stipula si dice in latino anche stupula, la quale è chiaramente contigua alla stoppa (lat. stuppa), alla stoppia e forse anche allo stupore, questo mitologico e caotico atteggiamento dell’ignoranza, questo restare a bocca aperta.
La stoppa – suggerisce Timothy – comporta lo stop. Anche uno stoppaccio – ‘batuffolo di stoppa con cui si fermavano gli elementi di carica dei fucili’ – serve, un po’ come uno stop, a occludere.
Se notiamo, dunque, che la sfera entro cui si muovono i nostri lemmi è sempre quella del turare-farcire-bloccare, non ci sfuggirà nemmeno che siamo sempre vicini a un fuoco, naturalmente più o meno metaforico. Lo stoppino, del resto, è un ‘lucignolo di candela’.
Infine, dopo aver avvicinato la stoppia alla steppa, non resistiamo più alle insistenze di Timothy: che stop e step ne riproducano la relazione? E che dire del loro rovescio metatetico, che fa tsop e tsep, cioè zop– e zep-? Che lo stop sia la negazione di uno step, cioè di un passo inglese? Che il passo inglese, step, sia analogo a una zeppa che ci permette di camminare meglio? Che una stipula sia all’origine di uno zip, ‘chiusura lampo, propria dell’America del Nord’ [che il dizionario, tuttavia, descrive come «voce inglese (1928) di origine onomatopeica»]? Eppure, noi conosciamo uno zipolo che è il ‘legno col quale si tura il buco o spillo fatto nella botte’. Che una stupula, ‘cannuccia’, sia all’origine dello zufolo? Non è affatto improbabile. Zufolare, che secondo il dizionario deriverebbe da una variante rustica di sibilare, sembra invece il frutto evidente di uno stupulare (tsupulare) che indica esattamente la dinamica propria di chi suona lo zufolo, cioè di chi, con una sorta di zipolostantuffo, chiude e apre, a seconda della nota che vuole emettere, la cavita della sua stupula o cannuccia sonora. Per lo stesso motivo, da stuppa (che, come si è detto, è una latina ‘stoppa’), si potrebbe tranquillamente arrivare alla zuppa. E che dire allora, risalendo il nostro alfabeto, di zampa? Che sia vicina a stampa, come l’inglese stamp? In fondo, una zampa stampa l’orma sul suolo. O che assomigli a una zappa?
Ma ora siamo stufi.

[1] Non ci sembra troppo difficile che la stoppa – latina stuppa e stupa, greca styppe – abbia a che fare con la stoffa: entrambe servono a imbottire, farcire, chiudere, calafatare (cfr. DELI alle voci). E stuffed – come ci ricorda Timothy – significa ‘stufato’ e ‘imbalsamato’. Ci viene in mente anche una stufa.

Di lemmi – 20

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Anche

Dove si sostiene che anche, anca, ancella, àncora, angoscia, angolo, ambascia, ambasciatore, angina, angelo, anfora e via di seguito, sono tutti termini collegati alla congiunzione latina an, che serve a realizzare una interrogativa disgiuntiva e che equivale al nostro ‘o’: essere o non essere? Questo è il di lemma! Si avverte che le elucubrazioni che seguono sono state in massima parte sollecitate dal mio amico Timothy.

Dobbiamo dire che, per quanto la cosa possa sembrarci paradossale, la congiunzione italiana anche, prossima ad ancòra (anche ora), non è poi così lontana nemmeno dall’àncora: in entrambi i casi si considerano, per così dire, ambedue i bracci della questione. Ma c’è di più: anche l’anca – scusate il bisticcio – è un doppio, proprio come l’ancella, che è l’ombra della padrona.
Se co è capo, per esempio in Dante, allora anche, che anticamente si diceva anco, significa approssimativamente ‘due capi’ e rimanda ad ancipite, che significa ‘dalla doppia testa’, ‘ambiguo’. Ambo e anco, dunque, si equivalgono: l’angoscia è l’ambascia, l’ambage. L’ambasciatore sarà colui che mette in comunicazione i due capi del filo. Siamo proprio sicuri che non porti pena? Chissà se l’angelo, se questa buona novella, se questo nunzio non abbia procurato a Maria almeno un po’ d’ambascia. Pensiamo poi all’angheria o alla dolorosa angina e all’angolo costretto fra i due lati. Dobbiamo, comunque, al lettore delle precisazioni intorno al prefisso an-.
In latino, an (‘o’) serve a disgiungere i due corni del dilemma: utrum x an y? Questo o quello? Notiamo che il primo corno della questione viene introdotto dal latino utrum, la cui presenza ci incoraggia ad andare aventi per la strada intrapresa. Il maschile di utrum – che fa uter e significa ‘quale dei due?’ – non può non richiamare l’utero latino (uterus e uterum). Ecco, quindi, che ci si manifesta intero e chiaro il senso di una doppiezza bene palesata da questo utero: maschio o femmina?[1]
Dopo aver detto dell’anca e dell’angoscia – antica ancoscia (an-coscia?) –, la doppiezza e il dubbio paiono davvero confinate in una precisa zona del nostro corpo, laddove il dubbio astratto del genere del nascituro (maschio o femmina) appare reificarsi proprio nella biforcazione delle due gambe, delle due cosce. E così una popolare anguinaia – l’inguine – diviene il luogo del dubbio, del doppio e dell’angustia e dell’angoscia. Forse che la coscia, che in inglese è una thigh (da two), non è un doppio? Oh, sì! Il dubbio provoca l’ansia. Ebbene, hip, in inglese, significa anca e angoscia! Inventiamoci un proverbio: «And hips walk together: hip, hip, hurrah!». Perché si dicano due «hip!» deve essere a tutti chiaro. Non possiamo, quindi, dar troppa fede ai dizionari inglesi quando sostengono che hip, ‘angoscia’ o ‘malinconia’, sia un’abbreviazione di hypochondria. Non dovrebbe allora essere hyp?

Fantasia conclusiva

Vorremmo ora ragionare di latine anseres, ovvero di quelle anatre che risposero ai Galli e che sembrano inglesi answers, ‘risposte’. Qui, però, possiamo solo ricordare che l’ansa è – permettete l’azzardo – una ‘risposta iconica’, un ‘tornante’; che amputare è dividere in due, come ancidere; che l’ancia è una ‘canna piegata in due’; che l’ansa ha una doppia natura, tanto che per fare un’anfora – che in greco equivale a un ángos – ce ne vogliono due. Ansare, ansimare. L’inglese anvil sarà un’antica ancudine – come dice Don Abbondio –, che è un attrezzo dalla doppia testa. Evitando di discutere dell’anta, dell’anteriore e dell’antico, diciamo che non lontano da qui si trovano l’anguilla e l’angue, non poco viscidi, non poco doppi. E anche la città di Anversa (antica Antuerpia, boccacciana Anguersa) checché ne dicano i dizionari di toponomastica.
Il nostro percorso, tuttavia, ci ha condotto in territori troppo lontani, e si è fatta l’ora di tornare a casa.

[1] Il fatto che in latino ci sia anche un terzo genere, il cosiddetto neutro, non cambia la questione, anzi. Il significato dello stesso termine è assai chiaro: neutro – in latino il maschile suona neuter – equivalendo a ‘nessuno dei due’, sembra non avere una sua propria personalità.

Di lemmi – 19

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Baccalà con baccelli

Dove si sostiene, in disaccordo con i dizionari, che baccalà, baccalare, baccelliere e baccello sono riconducibili a una sola immaginazione, che trova nella rigidità di un pesce salato ed essiccato la sua caratteristica fondamentale. Siamo dunque di fronte a un bastone (bacculus) che, di volta in volta, si attaglia bene a un membro virile, a un baccello, cioè a una fava, al diploma di un bachelor, alla verga di uno stalliere, a uno scettro, ecc. ecc.

Nella mia terra, la Toscana, dove mangiare diventa mangià, è facile pensare che un baccalare sia un baccalà.

La lettura delle definizioni dizionariesche relative ai lemmi qui sotto enfatizzati fa sorgere in noi alcune domande. Perché baccalare può significare ‘accademico’, ‘dottore’ e ‘baccelliere’, ma anche ‘stalliere’, ‘lucerniere’ e perfino ‘baccalà’? E come è possibile, inoltre, che tal baccelliere non abbia a che fare con il baccello? Da qui nascono le nostre perplessità.
Baccalà, come dicono alcuni, è connesso con testa e, come dicono altri, con bastone. Il baccalà deriverebbe dallo spagnolo bacalao, derivato a sua volta dal fiammingo bakkeliauw, e quest’ultimo dall’olandese kabeliauw. Il nome di questo ‘merluzzo salato ed essiccato all’aria’ è stato avvicinato al latino ba(c)culus, cioè il baculo, cioè il ‘bastone’ sul quale è stato a essiccare. A questo proposito sembrerebbe probante il riscontro con l’olandese stok-vis, il nostro stoccafisso, che significa proprio ‘pesce-bastone’, e viene inteso come ‘pesce essiccato sul bastone’. Altri ancora preferiscono risalire al guascone cap, che significa ‘capo’, o al suo diminutivo cabilh e poi cabilhau. Con questo si definirebbe il baccalà come un ‘pesce dalla grossa testa’[1].
Ma è proprio sfogliando il vocabolario che ci appare chiara la volontà degli studiosi di distinguere il pesce baccalà dal baccalario o baccalare – derivato dal latino medievale baccalarius – che significa ‘gran dottore’, ‘sapientone’. Il che pare comprensibile: non è troppo lusinghiero studiare tutta la vita, magari scrivere libri e arrivare a dire: “Sono un baccalà!”. Il lettore deve perciò essere indulgente se lo studioso non vuole scorgere questa somiglianza.
Il termine latino baccalarius, ‘gran dottore’, è evidentemente connesso con l’antico baccalaureatum dell’Università di Parigi o con il più moderno baccalauréat o con altri gradi della carriera accademica, come il francese bachelier o l’inglese bachelor:

La caduta dei valori

Leggo una tesi di baccalaureato
sulla caduta dei valori.

Straccia i tuoi fogli, buttali in una fogna,
bacalare di nulla e potrai dire
di essere vivo (forse) per un attimo[2].

Ma come può, dunque, il pesce salato ed essiccato stare vicino al sapiente dottore? Pure, dalla lettura dei nostri vocabolari si rileva che alcune accezioni dell’uno, cioè del dottore, finiscono curiosamente per coincidere con quelle dell’altro, cioè del pesce: ‘stupido’ o ‘scimunito’, per esempio. I toscani, poi, indicano il merluzzo anche con il termine baccalare, che indica anche, come si è ripetuto, anche il ‘dottorone’[3].
Per dirimere la questione, o per ingarbugliarla ancor più, ci soffermiamo su un passo di una novella del Decameron, quella di Andreuccio da Perugia, quinta della seconda giornata. Rammentiamo quanto dice Boccaccio a proposito di un bacalare:

Andreuccio a quella voce levata la testa, vide uno il quale, per quel poco che comprender poté, mostrava di dover essere un gran bacalare, con una barba nera e folta al volto… Ma colui non aspettò che Andreuccio finisse la risposta, anzi, più rigido assai che prima, disse: «Io non so a che io mi tengo che io non vengo là giù, e deati tante bastonate quante io ti veggia muovere, asino fastidioso ed ebriaco che tu dei essere».

Al di là delle varie interpretazioni del termine bacalare, che comunque suonerà in questo luogo come ‘pezzo grosso’, bisogna segnalare la rigidità di cui qui è fatto segno. Allora, il dottor baccalare e il pesce baccalà ci appaiono pervasi del medesimo senso («più rigido assai che prima»).
Il baccalare è un sapientone tutto intirizzito, alto, a volte secco, spesso superbo e ridicolo. Palese è la valenza dell’espressione «restare come un baccalà»: rimanere di stucco, impietriti. Insomma, dal dottore alla sua rigidità fisica e intellettuale, e al suo sprezzante contegno, il passo è breve: soprattutto nei mercati del pesce!
Chiaro è il significato erotico dell’«avere un gran baccalà». Ricordiamoci del pesce-bastone di cui dicevamo prima: “Mirate, mirate che bravo tincone è quello che fra le coscie gli pende. Al corpo, non vo’ dire, egli è meglio fornito che uomo del paese… Io so che ha un gran baccalaro[4].
Se il significato originario rimane quello di ‘sapientone’, ‘dottorone’, al lettore non può sfuggire la singolare coincidenza delle due metafore, tincone e baccalare, ovvero la loro segreta, e vorremmo dire ittica, rispondenza.
Siamo arrivati alla nostra prima conclusione: non ci deve essere nessuna ridicola storicizzazione del nome, non ci sono legni a cui appendere pesci, ma soltanto pesci duri e lunghi come bastoni. Anche lo stoccafisso – che anch’esso resti di «stucco»? chissa! –, è usato come sinonimo di baccalà; e da ciò scaturirà la paretimologica fissità del suo nome.
Primo Levi, in un’arguta difesa dell’etimologia popolare, coglie il senso primo della presenza del ‘bastone’ e ci consegna una preziosissima e dura bacalite: «in bacalite è evidente l’accostamento fra la veterana delle materie plastiche, rigida giallastra e puzzolente, e il pesce di poco prezzo, talmente irrigidito dal sale di cui è imbevuto da meritarsi il nome di “pesce bastone” (Stockfisch in tedesco, da cui, ancora per etimologia popolare, ed insistendo sulla rigidità, è venuto l’italiano stoccafisso). Si noti del resto l’espressione stereotipa “duro come un baccalà”»[5].
Il contatto che abbiamo appena rilevato ci consente di spiegare anche altre accezioni del baccalà-baccalare che parrebbero troppo lontane dalle altre.
L’espressione fare un baccalà significa ‘rimproverare’, ‘fare una predica’ (azioni che bene accompagnano un atteggiamento burbero, da gran dottore): baccalà, dunque, come aspra e saputa rampogna[6]. Le parole dello «scarabone Buttafuoco» costituiscono, propriamente, anche un bel baccalà. E da qui potremmo, forse, arrivare anche a baccagliare.
Si impone una conclusione provvisoria e oscena: dal baccalare al lucerniere. È divertente scoprire una qualche coincidenza tra il nome del nostro ruffiano – che tale era lo Scarabone del Boccaccio – con l’altro senso di baccalare attestato dai vocabolari, che è quello di ‘lucerniere’, o ‘sostegno per lucerne’. Coincidenza del tutto casuale?
Nell’espressione ‘reggere il lume’, infatti, si compendiano bene la figura del baccalare-lucerniere e la sua galeotta funzione di mezzano. Insomma, il bacalare del Boccaccio riassume splendidamente le diverse significazioni del nome bacalare: un pezzo grosso – un boss, diremmo – e un becero e focoso ruffiano che si chiama «Buttafuoco».
È questo il momento per porsi una domanda: qual è il lume che si regge? il lume per gli amanti? che si possano vedere? che abbiano davvero bisogno di luce? O non piuttosto un lume metaforico, ovvero la rigidità di un baccalà che si drizzerebbe nell’occasione, proprio a chi «regge il lume»?
Viene in nostro aiuto anche la comica equivocità plautina: «reggerai il lume alla sposa novella», si dice nella Casina. E il contesto è davvero appropriato.
Molto importante, a questo proposito, è la menzione di una «carnascialata» di vecchi venditori di candele, tratta dal Nono libro delle frottole di Ottaviano Petrucci (ff. 29v-30r), dei primi anni del secolo XVI, laddove si descrive il membro virile proprio come un lume, una candela:

Gionti siam ala vechieza
e vendiam dele candele.
Donne ligiadrete e bele,
gita si è nostra vegheza!
Gionti siam ala vechieza
e vendiam dele candele.
Nui ne habiamo d’ogni sorte
e de ciera rossa e biancha;
ne vendiam de longe e corte,
né mai a quelle il focho mancha.
Non sia alchuna che non brancha
cum sue man nostre candele,
longe e grosse, bianche e bele,
pien[e] de molta dolceza.
’Ste candele han tal natura
che, quanto più accese sono,
più s’ingrossa e più s’indura;
purché ’l candelier sia bono,
nui siam qui per darne in dono:
ale giovene donzelle
li empirem sì le cistelle,
che ma’ fu tanta dolceza.
E se pur de voi qualchuna
non avesse candeliero,
cum le man ne accenda una;
né man ch’arsi habiam pensiero,
ch’è ’l lavor di tal natura,
che candele che faziamo
mai non cola su le mano
a chi le usa cum destreza.

Vediamo ora altre significazioni del nostro baccalare, il quale, oltre a svolgere la funzione di ‘lucerniere’ o di ‘sostegno per lucerne’, può essere anche uno ‘stalliere’ o un baccelliere. C’è qualcosa, ci chiediamo, che unisce stallieri e baccellieri, ovvero stallieri e cavalieri, dottori e sapienti? Molto spesso gli stallieri e i cavalieri portano verghe e spade. Chiaro, dunque, è il riferimento alla virilità e al potere.
Leggiamo alcuni versi dell’anonimo trovatore (A l’entrada del temps clar), in cui compare, accanto alla pulzella, il nostro baccalar, insignito di nessun’altra dignità, se non quella che gli deriva dalla sua virile gioventù:

El’ a fait pertot mandar, eya,
Non sia jusque’a la mar, eya,
Piucela ni bachalar, eya,
Que tuit non vengan dançar
En la dansa joiosa.

Mais per nïent lo vòl far, eya,
Qu’ela n’a sonh de vielhart, eya,
Mais d’un leugièr bachalar, eya,
Qui ben sapcha solaçar
La dòmna saborosa.

Ciò che più sorprende in tutta la questione è che baccelliere e baccello debbano avere diverse etimologie: baccelliere, infatti, è generalmente chiamato ad indicare un sapientone, una persona importante dal contegno un po’ altezzoso, ed è avvicinato a baccalarius; dal canto suo, baccello, che sul piano formale è innegabilmente prossimo al baccelliere, indica la pianta della fava e deriva dal latino bac(c)illum, che significa ‘bastoncino’.
Al di là delle facili metafore oscene, che non pochi vegetali suggeriscono, non è difficile intuire il legame semantico che unisce baccelliere e baccello: il baccelliere è il portatore di un ‘baccello’, cioè di un ‘bastone’, segno della sua importanza e del suo grado.

 Riferimenti bibliografici frequenti

Angelini 2000: A. Angelini, Saggio di lessico montalcinese, Montalcino, Quartiere Travaglio; Il Leccio, 2000.
DELI: M. Cortelazzo & P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, 5 voll., Bologna, Zanichelli, 1979-1988.
Devoto 1980: G. Devoto, Avviamento alla etimologia italiana. Dizionario etimologico, Firenze, Le Monnier, 1980.
DiSLEI: V. Boggione & G. Casalegno, Dizionario storico del lessico erotico italiano. Metafore, eufemismi, oscenità, doppi sensi, parole dotte e parole basse in otto secoli di letteratura italiana, Milano, Longanesi, 1996.
Fanfani 1976: P. Fanfani, Vocabolario dell’uso toscano, 2 voll., Firenze, Le lettere, 1976.
Fatini 1953: G. Fatini, Vocabolario amiatino, Firenze, Barbera, 1953.
GDLI: S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, vol. X, Torino, UTET, 1994-2003».
Zingarelli 1995: N. Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana 1995, Bologna, Zanichelli, alla voce.

[1] Fra i tanti dizionari, si vedano il DELI e il GDLI, alle voci.
[2] Eugenio Montale, La caduta dei valori (da Diario del ’72), vv. 1-2; 9-11.
[3] GDLI, alla voce.
[4] DiSLEI, alla voce «Baccalare», p. 319 (Bandello, Novelle, III 46).
[5] P. Levi, L’altrui mestiere, Torino, Einaudi, 1985, p. 38.
[6] Cfr. Fanfani 1976, alla voce «baccalà».

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Troccolone

Dove si cerca di correggere una etimologia dizionariesca a nostro avviso fantasiosa e impertinente, quella di un termine popolare, forse già scomparso insieme al mestiere che indica: troccolone. Così è conosciuto il termine nelle campagne senesi, e non come treccolone o treccone che sono forme più gradite ai dizionari (e non senza motivo, come si cerca di dimostrare). Il troccolone, laddove il grado apofonico (più semplicemente troc– in luogo di trec-) risulta fondamentale per intuirne l’etimo, deriva secondo noi appunto dal troc francese, ‘commercio’, e non dalla litigiosità – presunta e ingiustamente tirata in ballo – dei ‘rivenduglioli ambulanti’ sempre pronti ad attriccarsi o accapigliarsi o cavillare nonché a truccare e a imbrogliare.

Il termine troccolone, che incontriamo vicino a treccolone nel Saggio di lessico montalcinese di Alceste Angelini, significa ‘treccone’, ‘rivendugliolo’[1].

Dobbiamo, però, avvertire di un nostro sospetto: il fatto è che, nella lunga frequentazione di queste terre senesi, non abbiamo mai incontrato un treccolone, ma soltanto un troccolone. I dizionari, invece, conoscono, a differenza del lessico montalcinese sopra citato, soltanto treccoloni e trecconi. Il treccolone deriverebbe il suo nome dal verbo treccare, ‘rivendere’ o ‘imbrogliare’, ovvero dal latino volgare *triccare[2]. Il treccolone, dunque, sarebbe per il dizionario un venditore ambulante sempre pronto ad attriccarsi con gli altri, mentre il troccolone (con una «o» di troppo) costituirebbe una presenza ingombrante e scomoda: la natura etimologica del troccolone, sembra dire il dizionario, si manifesta proprio in una lite, in un imbroglio. Altri testimoniano un truccolone quantomai indicativo[3].
Da notare che anche attriccarsi deriva dal predetto *triccare, che, derivando a sua volta dal latino tricor-ari,  significa ‘far difficoltà’, ‘cercare pretesti’, appunto ‘cavillare’ o ‘accapigliarsi’. È manifesta la sua relazione con la radice greca trich-, ‘capello’. Se ora ne consideriamo alcuni chiari derivati, come intrico, intrigante, intreccio e il già citato attriccarsi, vediamo che in tutti è presente solo il significato, in senso proprio e traslato, di ‘intrico’, ‘intrigo’, e mai un accenno a qualche transazione commerciale, a qualche tipo di commercio o di baratto, in cui consisteva propriamente l’attività – non immorale – del nostro.
Concludiamo: troccolone, che non possiede in sé alcun riferimento all’imbroglio, né alla perfidia o al trucco, se non quella impostagli dall’umiltà della condizione o del mestiere stesso, potrebbe assai semplicemente derivare dal francese troc, ‘scambio’, ‘baratto’. Troc, a sua volta, deriva dal latino medievale trocare (‘barattare’; di origine incerta, anche se in francese esiste una troque, ‘conchiglia’, feconda di antropologiche suggestioni). Infine, si dica che il passaggio apofonico da trocco(lo)ne a trecco(lo)ne, non improbabile linguisticamente, conforta il nostro etimo.

Dizionari frequentemente citati

Angelini 2000: A. Angelini, Saggio di lessico montalcinese, Montalcino, Quartiere Travaglio; Il Leccio, 2000.
DELI: M. Cortelazzo & P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, 5 voll., Bologna, Zanichelli, 1979-1988.
Devoto 1980: G. Devoto, Avviamento alla etimologia italiana. Dizionario etimologico, Firenze, Le Monnier, 1980.
DSLEI: V. Boggione & G. Casalegno, Dizionario storico del lessico erotico italiano. Metafore, eufemismi, oscenità, doppi sensi, parole dotte e parole basse in otto secoli di letteratura italiana, Milano, Longanesi, 1996.
Fanfani 1976: P. Fanfani, Vocabolario dell’uso toscano, 2 voll., Firenze, Le lettere, 1976.
Fatini 1953: G. Fatini, Vocabolario amiatino, Firenze, Barbera, 1953.
GDLI: S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, vol. X, Torino, UTET, 1994-2003».
Zingarelli 1995: N. Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana 1995, Bologna, Zanichelli, alla voce.

[1] Angelini 2000, alle voci «treccolóne» e «troccolóne». Lo scambio della vocale tematica – apofonia – è il medesimo che incontriamo in tegola e toga, due cose entrambe atte a coprire, ovvero in becero e voce (boce).
[2] In latino classico tricari; si veda, tra gli altri, Devoto 1980, alla voce «treccone».
[3] Di qua dal fosso. Piccolo dizionario di chianino, Torrita di Siena, Associazione culturale Ottagono, 2010, alla voce «troccolóne», ‘falso, mentitore’. Si veda anche la voce «Truccóne», in GDLI, laddove, accanto a ‘sensale di matrimoni’ compare anche l’‘incettatore, soprattutto di merci alimentari’. Il GDLI conosce il «Troccolóne» solo come ‘corpo grosso e sgraziato’.