Decodificazione del «linguaggio segreto dei fiori»

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Come i lettori avranno notato, la steganografia floreale precedentemente pubblicata (Il linguaggio segreto dei fiori) consisteva nel fatto che l’esergo di Timothy – Antologia significa raccolta di fiori. E tu, o lettore, ne stai suggendo, come un’ape, il segreto – è, in realtà, il vero messaggio, composto dalle iniziali maiuscole – dopo un punto o un altro segno di punteggiatura che ne contenesse uno, come i tre puntini di sospensione o i due punti – del testo che seguiva:

Apparentemente frivolo, «il linguaggio dei fiori» …

Non ci soffermeremo, tuttavia, sulle caratteristiche simboliche…

Temendo le difficoltà e la fatica della ricerca…

Olschki, con i suoi prestigiosi tipi, …

Le language des Fleurs di Charlotte de Latour, …

Ogni fiore vi è descritto, quasi narrato, fino alla più astratta delle sue metamorfosi.

Già, perché il fiore diviene concetto, simbolo, sentimento, suono.

Il fiore si trasforma in lettera d’alfabeto, significativo petalo di corolla.

Alfabeto, appunto, da utilizzare per comunicare le nostre passioni …

 

E così via.

Il linguaggio segreto dei fiori

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Dopo una lunga, caldissima estate, che ho trascorso in parte convalescente, io e Timothy salutiamo nuovamente i nostri lettori con un testo pubblicato alcuni anni fa: Il linguaggio segreto dei fiori.
Si tratta di una delle solite frivolezze del mio amico, alle cui pressioni, come sempre, non ho saputo resistere: una cosiddetta steganografia (corredata anche della chiave di interpretazione).
Il silenzio estivo è dovuto anche alla profonda revisione del blog, anche se non ancora compiuta e visibile.

Il linguaggio segreto dei fiori

Antologia significa raccolta di fiori. E tu, o lettore, ne stai suggendo, come un’ape, il segreto
(Timothy Holthorne).

Apparentemente frivolo, «il linguaggio dei fiori» discende sicuramente da antiche immaginazioni, quelle per cui uomini e piante finiscono per sovrapporsi e descriversi a vicenda. Non ci soffermeremo, tuttavia, sulle caratteristiche simboliche di alcuna specifica pianta, almeno in questa occasione. Temendo le difficoltà e la fatica della ricerca, decidiamo di accordarci – e di accordarvi – una pausa, e di parlare, assai più leggermente, di un singolare erbario.
Olschki, con i suoi prestigiosi tipi, ci consente di leggere un delizioso libretto. Le language des Fleurs di Charlotte de Latour, che vide la luce a Parigi intorno al 1820, può spandere nuovamente i suoi profumi. Ogni fiore vi è descritto, quasi narrato, fino alla più astratta delle sue metamorfosi. Già, perché il fiore diviene concetto, simbolo, sentimento, suono. Il fiore si trasforma in lettera d’alfabeto, significativo petalo di corolla. Alfabeto, appunto, da utilizzare per comunicare le nostre passioni e, con una certa discrezione, i nostri desideri.
Salice piangente, o della malinconia. Iris, messaggio o fiamma. Garofano, amore vivo e puro. Nocciolo, riconciliazione. Ibisco, amore remissivo e mesto. Fragole, bontà esemplare. Ipomea scarlatta – potremmo non citare un nome simile? – con cui dire «io mi lego a te»! Che significa, invece, l’anemone? Abbandono.
Ricordiamo, dunque, l’acacia col suo amore. Amore platonico, però. Che dire dell’assenzio? Che si compiace del gioco indicando proprio l’assenza. Oppure…
Le language des fleurs, tuttavia, non è solo questo. Tardivo frutto – dicevamo – di antiche mitologie, il libro testimonia una voga, una moda, forse una febbre. Al linguaggio floreale si avvicinano in molti, infatti, in quel primo Ottocento. Delachénaye, tanto per dire, pubblica un abbecedario sull’argomento, un metodo per rappresentare – con i fiori – lettere, sillabe e parole. Il nostro volumetto era, dunque, in buona compagnia.
Fiori che si trasformano tout court in segni. In comunicazione. Oltre a significare un concetto o un’astrazione, i fiori segnano anche il tempo, che sia stagione, giorno, ora. Rappresenteremo, volendo, la dodicesima ora con le viole del pensiero. «Il secolo dei fiori»! Ecco come dobbiamo chiamare il secolo XIX.
Tuttavia, immaginiamo un lettore curioso, che voglia sapere ancora di questi simboli.
Ulivo significa pace. Ovunque. La frassinella, dal canto suo, rappresenta il fuoco. E la ginestra l’ardore… Tra i simboli, però, rischiamo di perderci. Troppi sono i percorsi possibili del senso. Ogni fiore – ripetiamo – allude a ben radicate tradizioni, che traspaiono comunque nelle pagine dell’elegante florilegio. Rimane, allora, da dire che il sorbo è la prudenza. Elevazione troveremmo nell’abete. Nella quercia l’ospitalità. E nella bella di notte la timidezza. Sospettoso è il fungo e prudente il sorbo domestico. Troppi – dicevamo – sono i percorsi possibili, gli intrecci. Al mazzo di fiori facciamo dire «moriremo insieme». «Io supero ogni ostacolo» proclama – di rimando – il vischio.
Sorprende, comunque, la ricchezza di questo interiore erbario. Un libro che ci parla, serenamente, di un «misterioso linguaggio», e che riesce a moltiplicare i segni a sua disposizione. Grazie a una rotazione del fiore reciso, possiamo indicare altre sfumature. Grazie a un’inclinazione a destra, per esempio, diciamo «io», a sinistra «tu». E così via. Nella calendula si nascondono il tormento dello spirito, se posta sul capo; il mal d’amore, se posta sul cuore; la noia, se posta sul seno.
Dobbiamo dire che tale idillica serenità rimanda a un mondo decisamente bucolico. Ogni passo esprime il vagheggiamento della natura incontaminata. Come nella poesia coeva. Ovidio, del resto, è fonte prediletta dell’autrice: «Ma non è affatto nel cuore delle città, è nelle campagne, tra i fiori, che l’amore raccoglie tutta la sua forza». Evidentemente il libro appare al lettore moderno un «frutto ingegnoso e lieve di una letteratura di genere ottocentesca finalizzata a colte signore appassionate di fiori e giardini, ma anche di storia, arte e poesia». Un appello preciso è rivolto alle giovani donne, affinché si dedichino ai piaceri derivanti dallo studio delle piante. Non si dimentichi che il regno dei fiori «è un sistema espressivo di grande suggestione», da cui la donna, senza essere né cuoca né strega, può trarre grande ispirazione.
All’autore delle tavole che corredavano il testo, infine, dobbiamo dedicare parte della nostra attenzione: Pancrace Bessa, pittore ufficiale di botanica presso il Museo di storia naturale di Parigi. Essenziali, naturalmente, e non accessorie le dodici tavole che impreziosivano il testo. Il lettore poteva optare, però, per un meno costoso apparato iconografico in bianco e nero. Lasciamoci, ora, con questioni non proprio decisive.
Sapremmo testimoniare, florealmente, l’ebbrezza? Eccome, la vite! Gradiremmo indicare il silenzio? Rosa bianca!
E che altro?
Tutela?
Olivella!

* Charlotte de Latour, Il linguaggio dei fiori, trad. di G. Garufi, introduzione di L. Tongiorgi Tomasi e L. Zangheri, Firenze, Olschki, 2008. Charlotte de Latour è, molto probabilmente, lo pseudonimo di Louise Cortambert. Le citazioni contenute nel presente articolo sono tratte dall’introduzione del libro e dal Preambolo dell’autrice.

Il lessico

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Pubblichiamo nuovamente il racconto Il lessico, già apparso in questo blog il 14 settembre 2015, per concludere una vicenda lessicale che era iniziata con un aneddoto, riguardante la «sinopia» di un vecchio contadino, e per dimostrare come il mio interesse per le parole – il nostro, immagino – nasca essenzialmente dalla vita reale, quella passata in famiglia o in paese. In Italia, in fondo, il dialetto o l’idioma non è sopraffatto del tutto dall’italiano ufficiale, che è, come sosteneva Primo Levi, «marmoreo, buono per le lapidi» (Il sistema periodico). In questa sorta di bilinguismo, dunque, si insinuano bene le affascinanti questioni dell’etimologia. Inoltre, il lessico è di per sé memoria del tempo passato.

Il Lessico

Le lettere sono la forma delle vie che percorriamo, delle cose che vediamo; sono la forma della nostra esperienza: una curva a U, uno scollo a V e mille altre cose a L, a T, a C, a S. Ma non a I. Il mondo non è mai così semplice, ma nemmeno così complicato come una G, una M o una R (T. Holthorne).

Apro il Lessico a una delle pagine più lontane, verso la fine, come se volessi scavare di più, ma poi penso che nei libri questo non vale. Anche negli album di fotografie, per tornare indietro, bisogna scavare il meno possibile e non affondare troppo (forse è per questo che mi piace sfogliarli dall’ultima pagina alla prima, per avere l’impressione di procedere a ritroso nel tempo, sempre più lontano).
È un peccato che, negli album, le fotografie siano disposte nel senso della vita che passa; ma è inevitabile e anche giusto che sia così.
Nei dizionari, le parole non possono seguire l’ordine cronologico, e non si corre questo rischio. Ma ritorniamo all’inizio, alle prime pagine. Ecco: Armadio.
In camera da letto, quella dei miei nonni, c’era l’armario, come dicevano loro, e sopra il letto un bassorilievo di coccio, con la Madonna, che mi ha guardato fino a quando non sono diventato grande, perché io stavo spesso da loro. Nell’armario, però, non c’erano le armi: ci tenevano i vestiti, come tutti. Solo i dizionari etimologici ci vorrebbero tutti cattivi e impauriti: l’armadio, così si dice, deriverebbe, per dissimilazione di r in d, da armario, a sua volta derivante dal tardo latino armarium e significherebbe ‘deposito di armi’. Nel Lessico, invece, c’è scritto chiaro chiaro che negli armadi di tutti i nonni e di tutti gli avi, non solo i miei, ci sono sempre state le armi, ma quelle degli stemmi, cioè le divise, come le braccia degli inglesi, arms, e poi maniche o simili, con arabeschi e ricami.
Forse se Emilio ci avesse tenuto le armi, nell’armario, la storia sarebbe andata diversamente, almeno quando lo piantonavano con la febbre alta, prima di portarlo via. Forse, però, sarebbe andata peggio. Speriamo soltanto in un’umanità più pacifica.
C’è madeleine e madeleine. Io ho il Lessico, e vi trovo, lemma dopo lemma, tutta la mia infanzia, attaccata a queste parole che nessuno usa più, e che oggi tutti disprezzano.
Il fatto è che non si possono raccontare le cose con le parole sbagliate, che in questo caso sarebbero proprio le parole corrette. Ora, leggendo, mi vengono in mente scene della mia vita che credevo dimenticate. Dovete anche capire che faccio fatica a staccarmi dal modo consueto e professorale di esprimermi, quello in cui ormai mi riconosco e in cui, soprattutto, mi riconoscono gli altri. E dovrete aver pazienza e chiedere alle parole ora più e ora meno.
Capisco, tuttavia, che l’uso di una lingua più formale renderebbe forse più austero il ricordo e, almeno per voi, più veritiero, ma dovete credermi se dico che è più viva l’immaginazione che nasce da queste vecchie parole.
«Babbo». Siamo a pagina 24.
Il mi’ babbo era una persona straordinariamente buona. Faceva ’l falegname. E la mi’ mamma faceva la sarta ed era la musa della casa. Lei ce l’aveva tutto ’l giorno coll’orìci, i cugni e i puntimolli (lo scrivo così, tutto intero, perché è un po’ più arcano, com’era per me). Quanto all’orìce, che è un orlo, cioè un lembo di stoffa ripiegato, io credo che sia connessa con l’orecchio, con la forma del timpano, appunto ripiegato su se stesso, per così dire orlato. Allora, naturalmente, non potevo saperlo. Doveva essere fatta per bene, l’orìce, sennò sgricciava. Si conosceva in pochi, e io solo per via che la mi’ mamma faceva la sarta. Ma anche cugno era una parola magica, e serviva a far l’avvitatura dei vestiti. Ecco, cugno… cioè cuneo: nel linguaggio sartoriale, ‘taglio nella stoffa a forma di triangolo o losanga, per ottenere un tronco di cono’. Ma anche questo non lo sapevo.
Mi ricordo bene di una sera: eravamo tutti e tre in terrazza (che, come dice il Lessico, in questa parte di Toscana significa ‘balcone’), seduti l’uno accanto all’altro; io vedevo, o immaginavo, il mare della campagna lontana, con le sue file di cipressi, e tentavo l’ebbrezza di un naufragio leopardiano; la mi’ mamma, invece, ripensava ai ritmici filari di San Guido, imparati a scuola, mentre il mi’ babbo sentiva – ne sono sicuro – il profumo del legno appena tagliato.
Tutti e tre guardavamo le colline senza sospettare che ciascuno di noi vedeva un panorama diverso. Eppure, solo ora, a distanza di tanti anni, comprendo che per tutti e tre, laggiù in fondo, dietro alle colline, doveva esserci la mia felicità, l’unica cosa ad avere, in quegli anni difficili, una strana parvenza di oggettività.
Ora sono a pagina 37 del Lessico.
Comunque sia, intorno al tavolo e alla macchina da cucire, si ragionava in continuazione. Le sarte e le donne sono tutte un po’ muse. La mi’ nonna, poi, fin quando c’è stata, mi raccontava sempre di Caino, nelle notti in cui la luna era offuscata da un alone, e mi diceva: – Caino ci ha messo le fascine! È turbo – E quando ho letto, più tardi, il secondo canto del Paradiso, mi sono venute le lacrime agli occhi, e ho ripensato alla mi’ nonna Margherita e alle sue storie.
Come potete immaginare, non è facile procedere nella lettura del Lessico.
Ecco l’afrore, quello del vino (sono a pagina 9).
Rivedo le scale e i mattoni che vanno in cantina e ne sento l’afrore. Quando incontro questa parola – sempre più di rado – mi viene in mente quel rosso violaceo, misto di vinaccia e d’aceto. D’inverno, anche le mani diventavano paonazze, quando veniva la neve e si faceva a pallate. E l’afrore mi ricorda anche il naso del mi’ nonno, che il vino gli piaceva, e mi portava da Pisquillo, dove ho bevuto il mio primo gotto. Qualcuno diceva che a volte il mi’ nonno ritornava a casa un po’ troppo arzillo. Ma era una mala lingua. E se anche tanto mala non fosse, vi dico che lui, il mi’ nonno, aveva fatto una vita tale e n’aveva passate tante che qualche gotto di vino in più non gli faceva male. Era un gotto, dico io, bevuto in barba alla cattiveria del mondo.
In un attimo sono allo zenzero. Mi spiego: ormai lo trovo prima nella mia mente e poi sulle pagine del Lessico. La vicenda si è rovesciata. Eccolo, quasi alla fine, a pagina 175, in compagnia d’altri termini familiari ed evocativi: zinale, zízzola e zozza. Mi raccomando, quest’ultima – questa bevanda torbida e imbevibile, turba come il cielo di Dante e della mi’ nonna – va letta con la «o» aperta, proprio come quella di nonna, e la zeta sonora (nel Lessico ci ha una zampettina in giù) come quella di zenzero; che per noi è il peperoncino, e che, nella minestra serale, era sempre poco.
Vedo, però, che il libro ha ancora la sua funzione. C’è dentro un alfabeto che non è quello della vita, che non è mai ordinata dalla A alla Z, anche se noi facciamo tutti gli sforzi per farla sembrare così. Non c’è lo stesso ordine, ma le parole ci sono, quasi tutte. E così, a leggere tutto il Lessico in fila, si farebbe uno zig zag nei nostri ricordi, mentre a rimettere in ordine la nostra vita, passo passo, si scriverebbe un alfabeto davvero strano. Ognuno di noi ci deve avere il suo. Il mio non comincia dalla A.
Lo zinale del mi’ nonno, di Emilio, era sempre pulito, nonostante qualche macchia di pece, indelebile. Lui faceva il calzolaio in una botteghina vicino al negozio di alimentari. Sempre a capo chino. Sullo zinale teso teneva la lesina e le setole. Quanto alla zízzola, si trova in tutte le mie mattine invernali, quando andavo a scuola. Ma l’aria rigida e pungente dell’inverno fa bene.
Io credo di essere stato molto triste, perché era molto triste la mi’ mamma: in tempo di guerra gli portarono via il su’ babbo, lo portarono in Austria, a Mauthausen.
Dico queste cose perché gli avvenimenti della vita durano e non si scordano facilmente: sono come dei segni tracciati su una pagina del Lessico, tanto per dire. E dico gli portarono via, a la mi’ mamma, perché fa più male, è più sgarbato: se avessi detto le portarono via, avrei dato una qualche idea di gentilezza, magari da parte di quegli aguzzini. No, il tutto fu solo brutale. E se il mi’ nonno è diventato il su’ babbo è perché è più sopportabile, almeno per me.
Ancora una volta dovete constatare la mia difficoltà a lasciarmi andare, a staccarmi da queste mie abitudini e a tornare indietro nel tempo, semplicemente. Mi giustifico, però, dicendo che una sorta di vergogna mi richiama all’oggi.
Mi metto a sfogliare all’indietro, e arrivo a un bàule (e baùle e baulle).
In casa nostra c’era un bàule, e per tutti era così, con l’accento sulla «a». Ora, quella non è più la mia casa. Io sto di sotto, ma il bàule è rimasto ne la casa dei miei genitori, sempre lì nell’angolo de la camera. Come vedete, la mia gioventù, è fatta in gran parte di preposizioni non articolate, come quelle di Dante, del resto. Ciò mi aiuta a recuperare il passato, a evocarlo.
Qualche volta, credo, ho rinnegato il piacere de la memoria e, forse anche in presenza dei miei, ho commesso un peccato di superbia, come se la vita trascorsa avesse meno valore per me: l’ho chiamato baùle. Magari loro erano contenti e dicevano «Raffaele ha studiato».
Quando aprivo il bàule mi sembrava di entrare nell’albero cavo delle favole e di scendere giù fino al tesoro, come nell’Acciarino magico. Insomma, i bàuli assomigliano agli alberi, perché sono di legno e portano sempre a un aldilà. Ma allora non lo sapevo, anche se forse lo avvertivo: quando lo aprivo, mi pareva di sentirlo, il bau del cane, anche se non distintamente. I cani stanno nei bàuli – dico io – perché fanno bau. Ora so che i bàuli assomigliano agli alberi cavi. Io sono contento che il mio fosse un bàule, altrimenti tutto questo non sarebbe successo.
Non vorrei tornare a quand’ero piccino, io no. Il mondo, tutto sommato, mi sembrava più brutto. Non solo in senso morale, dico. Non vorrei tornare indietro, soprattutto per paura di perdere quella coscienza che ora è il mio sostegno. Non vorrei essere diverso da come sono, perché mi sembra di essere uscito da una trappola, che è quella dell’infanzia, con le sue incertezze e la sua ignoranza. Può sembrare strano, ma sentirsi altrove, come oggi, è la scoperta dell’io e, direi, dell’uno.
Quando mi rivedo nell’orto de la mi’ nonna, mi chiedo sempre dove fossi prima d’allora. E se per la prima volta mi vedo lì vicino alla pianta di cedrina e al ramelino, significa che anche allora me lo chiedevo. Forse è per questo che sono stato sempre triste. Poi mi sono abituato.
Però basta poco, davvero poco, perché le immagini della mia infanzia prendano un sapore di vecchio. Penso che sia questa la nostra salvezza, questo voltafaccia della memoria, questo stingersi delle vecchie foto. Nel bàule dei miei ricordi non c’è più il candore d’una volta. Il tempo non passa invano, per fortuna.
Ritorno per un momento – per disfarmene, questa volta, e rinchiuderli per sempre, come faccio col Lessico – a quei giorni e a quei giochi intristiti. Quelle mattine erano fatte di letti scompannati, di carbolina insopportabilmente acre, di corteccioli rinseccoliti; erano fatte di tempo passato, vicino al fontino, nell’orto, senza compicciare nulla; tempo fatto di frignastei, di denti dringolanti, di febbre panaia; tempo imprevidente passato a nazzicare senza scopo o a pittolare, tempo nefoso, infingardo come i citti dai ginocchi gnudi, e sempre dietro a’ gazzillori o alle racanelle sul muro estivo; tempo fatto di pullére nelle mani e di ranzagnoli domenicali, di quelli per tirare la pasta. Quel tempo si è fatto vecchio, come il ragazzo dai bracci secchi.
Ormai ci divide una distanza incolmabile.
Siamo alla fine del nostro tempo e del nostro alfabeto: ed era tempo sciattato, sempre gironzoloni a ruzzare a ringuattarello con la vita, a ruzzarci con la zeta di zenzero, con la zampettina in giù.

 

 

Di lemmi – 25

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Congedo e proponimento

Il sale e il soldo

Cominciamo dicendo che i di lemmi finiscono qui, almeno per quest’anno. E finiscono con un proponimento, o meglio un desiderio: quello di svelare le segrete corrispondenze fra il sale e i soldi. Perché? Perché non crediamo – io e Timothy, naturalmente – che il salario derivi dalla consuetudine di pagare i lavoratori con una quantità di sale. E dove sarebbe successo? Quando? Ma nessuno sa dirlo con precisione. In realtà quella del sale-salario è un’idea che nasce dalla sua stessa plausibilità. Che il sale sia prezioso e che possa costituire anche un pagamento, come presso i Baruya della Nuova Guinea, per esempio, nessuno lo mette in dubbio, ma da qui a costruirci una favola …

SALE ovvero SELL SOLD SOLD

Così, e del tutto involontariamente, la lingua inglese ci mette sull’avviso: sale e sold, nome e verbo, hanno a che fare con la ‘vendita’ e il ‘vendere’. Si tratta di una impressionante e suggestiva spia linguistica, indoeuropea, che svela come la sovrapposizione di sale e soldo debba avere origini profonde e lontane, e non nasca per la solita vicenda storica – in realtà pseudostorica e razionalistica – inventata per appagare ad ogni costo la nostra curiosità.
Sia il sale che il soldo rappresentano bene l’immagine e il significato del solido (latino solidus): il sale è quanto resta dopo l’evaporazione del liquido in cui è disciolto; il soldo è il prodotto linguistico del solido latino. Sappiamo bene, poi, che solido e liquido sono due termini che hanno una loro precisa accezione quando si parla di denaro.
Il sale e il soldo, inoltre, hanno a che fare entrambi, oltre che con il solido, anche con il sole: il sale è prodotto dall’azione del sole; il solidus è una aurea, e perciò solare, moneta costantiniana.
Quanto alla solarità del solido, si deve dire che essa passa attraverso la condizione di solito, cioè di stabile, di perenne, appunto come il sole, che, levandosi tutti i giorni, rappresenta una presenza solita e, per così dire, metaforicamente solida. Anche questo, rimanderebbe alle numerose relazioni, che qui non possono essere discusse, fra cosmo e moneta.
In altre parole, il sole, il sale, il solido e il soldo si trovano in stretta relazione fra loro, almeno nella reale esperienza degli uomini. In fondo anche i debiti si saldano, cioè si ‘consolidano’, ‘si trasformano in solido’. In sale? Né potremmo dimenticare i saldi di fine stagione. Il conto, dunque, è salato di per sé, fin dall’origine, perché non c’è nessuno stipendio pagato in sale. A meno che un buontempone non abbia deciso, chissà dove e quando, di pagare a sua volta il ristorante con il sale ricevuto in pagamento.

Trenta grani di sale sulla tavola

Se Giuda, infine, nell’Ultima cena dipinta da Leonardo, ha rovesciato la saliera sulla tavola, ciò è connesso chiaramente con il suo venale tradimento: tanti grani di sale, tanti soldi, potremmo dire, cioè trenta denari.
Ecco, dunque, che il sale sulla tavola assume un nuovo senso: quello della venalità e, dunque, del rifiuto dell’ospitalità, indicando l’estraneità ai principi morali di una comunità e, in questo caso, di una comunione[1].

[1] Alfonso M. Di Nola, che pure ricorda l’Ultima cena di Leonardo e la copia che ne fece il discepolo Marco d’Oggiono (Brera, Milano), nella quale il particolare della saliera rovesciata è meglio visibile, si limita ad accennare alla «rarità e costosità del sale», qualità che, tuttavia, non sono per noi sufficienti a distinguere le superstizioni legate al sale da quelle legate a qualsiasi altro prodotto prezioso, come l’olio, per esempio (Di Nola, Lo specchio e l’olio. Le superstizioni degli italiani, Roma-Bari, Laterza, 1993, pp 99-100).

Di lemmi 24

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Il Passo del lume spento (Montalcino)

Ai piedi del Poggio della Civitella, grande bastione naturale da cui Montalcino domina la Maremma, si apre il Passo del lume spento. È la stessa denominazione di passo a descriverne la liminarità. Si tratta indubbiamente di un luogo ventoso, in cui non è difficile immaginare – dato che le storie seguono i nomi, e non viceversa – vecchie carrozze o teorie di pellegrini, con lumi inesorabilmente spenti dalle raffiche del vento. «Le direzioni di Montalcino – osserva (con una precisione non priva di poesia) Lucia Carle – non sono solo quelle dei punti cardinali ma soprattutto quelle del vento, che soffia da varie direzioni per la maggior parte dell’anno». Il toponimo (lume spento), tuttavia, potrebbe essere altrimenti spiegato, in particolare per un luogo del Purgatorio dantesco (III 130-132), in cui si parla della sepoltura dell’imperatore Manfredi:

Or le bagna [le ossa di Manfredi] la pioggia e muove il vento
di fuor del regno, quasi lungo ’l Verde,
dov’e’ le trasmutò a lume spento.

A lume spentosine luce, sine cruce – si seppelliscono tutti coloro che non possono godere dei conforti religiosi, come gli stranieri, gli eretici. E così l’espressione può divenire presto un’indicazione geografica, cioè quella del luogo che accoglie i forestieri o gli esclusi: siamo fuori dalla cinta muraria, nella zona della quarantena. Potremmo trovarci fra gli appestati … Nelle vicinanze del passo, un convento di cappuccini e un lazzaretto – ancora suggerito dal toponimo S. Lazzaro – confermano al luogo la sua vocazione all’ospitalità e, insieme, la sua liminarità e anche la sua funzione di cintura sanitaria; un luogo che si trova, appunto, in prossimità delle strutture ricettive e delle dogane.
In ogni caso, l’espressione «lume spento», indipendentemente dalle cause che provochino lo spegnimento, allude al lume tombale. E così intende Tommaseo nella poesia La mia lampana, citata da Pirandello nella vicenda di Mattia Pascal. Certo, non pare casuale la vicinanza del “Lume spento” alla malagevole ‘porticciola’ della città: l’Osticcio. Ma ora l’etimo si fa dubbio: ci vengono in mente gli hospiticia, gli hospitia e, dunque, gli osti e i luoghi di ricovero, gli ostelli e le osterie. Così, la chiesetta della Madonna del Latte arricchisce questo luogo dando latte alle puerpere per i poppanti affamati. Non possiamo inoltre dimenticare che il nome della zona limitrofa è assolutamente manifesto sotto questo profilo: Albergheria. Né meravigli che qui si siano accampati gli eserciti degli assedianti, dei nemici, quando è venuto il momento.
Infine, non meravigli che l’oste e l’ospite portino il nome del nemico, in latino hostis, perché questa vicenda linguistica si può leggere ancor oggi negli spogliatoi delle squadre di calcio: da una parte i ‘locali’, dall’altra, venuti per vincere, gli ‘ospiti’, cioè gli avversari.

Di lemmi 23 – Spigolature

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Con l’arrivo della bella stagione si affievolisce l’interesse per le questioni etimologiche e linguistiche, troppo pensose, sollevate dai nostri di lemmi. È bene, ogni tanto, riprendere fiato. I mesi invernali, molto più adatti alla concentrazione interiore, consiglieranno il da farsi.
Gli ultimi tre contributi sono dedicati rispettivamente ad alcune spigolature, a un toponimo locale e a un racconto già pubblicato in questo stesso blog: Il lessico. Basta il titolo a svelare la natura famigliare e sentimentale del nostro breve viaggio fra le parole

I. Siclo, sigla e secolo

L’associazione fra misura del tempo e misura del valore, cioè fra calendario e moneta (che abbiamo intravisto a proposito dell’espressione «testa o croce»), dimostra la sua pertinenza anche in luoghi insospettabili. Sappiamo che la Luna, altrove conosciuta come Moon e Mond, è prossima a Giunone Moneta e anche alla moneta, dunque al verbo latino monere, ‘ammonire, consigliare, ricordare’, al mese, alla mente e alla memoria, al conto del tempo, al greco nomisma, al latino nummus, al nostro numero (di cui è metatesi). La luna serve a contare. Abbiamo già detto che non è affatto un caso che la zecca dei Romani antichi sia stata collocata nel tempio di Giunone Moneta, ‘l’ammonitrice’. Ma un’altra testimonianza del rapporto che unisce tempo e misura del valore è fornita dal termine siclo.
Il siclo è un’antica misura ponderale e monetaria dell’area mesopotamica, ovvero una moneta israeliana.
Il siclo (o siglo; in ebraico sheqel; in inglese shekel) è assai vicino linguisticamente al siglo spagnolo, al sæculum latino, al secolo nostro e a quello dei francesi, siècle.
Checché ne dicano le incerte interpretazioni ufficiali, si può ritenere almeno plausibile la parentela linguistica fra il siclo, il secolo, la sigla e il secchio[1].
Quanto alla sigla – che è il sigillo di una raccolta, di un «centone» che è assai prossimo al secolo inglese, cioè century –, diciamo che essa è il prodotto del neutro plurale latino sæcula (poi sæcla e secla). Tutti conosciamo, infatti, le sigle che sono sicuramente all’origine della nostra parola: in saecula (saeculorum). In sigla.
Il siclo-secolo – che è forse connesso con signum ‘segno’, di cui sigillum è diminutivo – appare come un insieme di monete o di anni. Ed è partendo dalla sigla, che possiamo successivamente arrivare al nostro secchio e alla nostra secchia (neutro plurale latino, appunto), i quali altro non sono che l’immagine fedele di un contenitore di cento monete e di anni. Non è difficile riconoscere nel secolo una coerente immagine del tempo e della sua forma circolare: l’anno, lo sappiamo, ha forma e nome di anello. Ricordiamo infine che il sistema ponderale e monetario di cui fa parte il siclo, come unità di misura, è basato sul sistema di conto sessagesimale, esattamente come il tempo e la moneta antica (si veda quella romana). Qui, il pondus, cioè la libbra, diventano, il pound e la lira, ivi compresa la costellazione. Per ritornare alla Luna, si dica solo che «durante il plenilunio si può ottenere … la moltiplicazione delle monete che si possiedono esponendole alla luce lunare»[2].

II. Angoli acuti, aghi e aguglie

Acuto è aggettivo a forma d’ago – latina acus – che rimanda etimologicamente all’acume e alla puntura d’un aculeo. L’acutezza è intrinsecamente legata alla percezione dei sensi, alla vista, all’ingegno e, per così dire, all’angolo della nostra riflessione: è opposta all’ottusità.
A sua volta, l’acutezza della vista – contigua al sole e alle altezze divine, come ci insegna il paradisiaco Dante – è caratteristica dell’aquila, specialmente di quella medievale, detta aguglia. Ma aguglia è anche il nome di un pesce, chiaramente puntuto e aghiforme.
Torniamo all’olimpico uccello, l’aquila-aguglia, che, frequentando, oltre alle più alte cime dei monti, i tetti delle cattedrali, si è trasformato, pietrificandosi, in pinnacolo, in acroterio templare, cioè in guglia. Una sorte analoga, come sapete, è toccata ai merli, che, però, devono accontentarsi di torri e castelli. Peggio è andata ai merletti. Tanto per rimanere in tema, allora, diciamo che la gugliata delle sarte – questa figlia della guglia – è l’angolo acuto formato dal filo nella cruna dell’ago.

III. Fornicare

Si dice nei dizionari che il fornicare prenda il suo nome dal fornice, cioè dall’architettura di un portico, di un arco (e, aggiungiamo noi, di un forno). E si continua dicendo, per chiarire la dinamica dell’associazione, che, nella Roma antica, gli amanti fornicassero sotto i portici. Sarà. Almeno lecito il dubbio su un’associazione almeno un po’ stravagante: fornicazione e portico.
È spiegando il senso del fornicare – ‘avere rapporti sessuali peccaminosi’, come dice il dizionario – che possiamo intravedere quanto è successo: è stata l’idea del peccato a trascinare con sé quella del portico, attraverso una subdola escalation dal sesso al peccato, alla prostituta, al portico.
Tuttavia, senza mettere in dubbio la relazione etimologica tra fornicare, fornice e forno, vorremmo suggerire un cambio di direzione. Veniamo al punto. Si potrebbe ragionevolmente sostenere – usiamo il condizionale – che il dato primo del fornice sia il calore e non l’arco: il forno ne è la testimonianza. In altre parole, una bruciante fiamma potrebbe unificare le diverse significazioni dell’arco, del forno e della fornicazione. Rovesciando il discorso consueto si otterrebbe questo primo, assai economico, risultato: il calore si produce entro strutture a volta, fatte a forma di ‘fornice’, dette ‘forni’ e ‘fornaci’. Quanto alla fornicazione, essa sarà tale, non per la consuetudine degli amanti di amarsi sotto gli archi, ma per il fatto di essere preda delle fiamme dell’amore.

[1] ‘Secchio’ da saeculum come ‘specchio’ da speculum.
[2] Alfonso M. Di Nola, Lo specchio e l’olio. Le superstizioni degli italiani, Roma-Bari, Laterza, 1993, p. 92.

Cortona – Festa medievale dell’Archidado

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Vi aspettiamo! Un’occasione da non perdere!
Fate pubblicità e invitate i vostri amici!

Raffaele Giannetti

 

Cortona – Festa medievale dell’Archidado
Palazzo Casali
domenica 4 giugno ore 18

Frottole

Testi e musiche di Timothy Holthorne

con

Beatriz Oyarzabal Pinan, soprano

 

“La Musette”
Consort di Viole da Gamba

Roberta Castelli, viola soprano
Johanna Lopez Valencia, viola tenore
Martina Giannetti, basso di viola
Claudia Pozzesi, basso di viola

 Giampiero Allegro, flauti dolci

Cortona. Medieval festival of the Archidado

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See you there! It’s not to be missed!
Put the word out and bring your friends along!

Timothy Holthorne

Cortona. Medieval festival of the Archidado
Palazzo Casali
Sunday June 4th 6.00 p.m.

Frottole

Music and lyrics by Raffaele Giannetti

With

Beatriz Oyarzabal Pinan, soprano

“La Musette”
Consort of viole da gamba

Roberta Castelli, soprano viol
Johanna Lopez Valencia, tenor viol
Martina Giannetti, bass viol
Claudia Pozzesi, bass viol

Giampiero Allegro, recorders

Orfeo ed Euridice a Montepulciano il 21 maggio 2017

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Raffaele Giannetti & Timothy Holthorne, rispettivamente autore del testo e co-regista, vi invitano ad assistere al dramma pastorale Orfeo ed Euridice, una lettura poetica accompagnata da musica originale, che si terrà al Teatro Poliziano il 21 maggio alle ore 21.

L’opera, allestita dal “Teatro Volante” dei Licei Poliziani, si avvale del coordinamento e della direzione del M° Alessio Tiezzi, autore della musica e direttore dell’Istituto «Hans Werner Henze» di Montepulciano, e della partecipazione dei musicisti e cantanti dell’Istituto stesso, nonché della partecipazione de «La Musette», consort di viole da gamba.

Link alla locandina: OrfeoEuridice

Di lemmi – 22

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Carnevale

Improponibili le immaginazioni per le quali il termine carnevale si sarebbe evoluto da carne(m)levare, mentre il carnasciale da carne(m)laxare. Poco credibile, al di là delle contorsioni fonetiche, la vicenda semantica: «Come si fa – ci chiediamo – a nominare il carnevale attraverso una caratteristica della quaresima, in cui si leva appunto la carne dalle mense?». E carnasciale? ‘Lasciare la carne’? Suvvia, siamo seri: levarla o lasciarla?

Al di là delle alchimie verbali e dei virtuosismi fonetici, solo una giusta considerazione della ricorrenza carnevalesca e dei suoi attributi più longevi e vistosi, fra cui i carri trionfali, può indicare la ragione del nome. Il carnevale, infatti, appare come il momento in cui si dà vita all’anno nuovo attraverso un’aratura simbolica; aratura che si configura come l’uscita da un tempo aleatorio, mitico e caotico. Solo dopo questo passaggio si contano i mesi: il nostro dicembre porta su di sé il numero dieci pur essendo il dodicesimo della serie[1]. Con il carnevale, insomma, si metterebbe a coltura l’anno nuovo; il quale, allora, anche se concepito propriamente nel mese di gennaio [antico Ianuarius (incontestabile e bifronte porta – in latino ianua – dell’anno)] ed espiato, per così dire, in quello di febbraio (purificazione come februa, ‘febbre’), viene contato solo a partire da marzo. Il carnevale è essenzialmente festa del tempo in quanto vi si adombra una vicenda iniziatica che dà luogo al rinnovamente e al conto del tempo. Per concludere, tornando all’etimo, il car|nevale è forma secondaria, oscillazione apofonica di car|novale, che si può spiegare come aratura del campo da semina (novale), ovvero – nella sua forma car|nasciale – come ‘rinascita’ o ‘primavera’.

Diciamo che non ci trovano concordi i dizionari etimologici che così spiegano l’origine e il significato del termine carnevale: «carne-(le)vare… riferito alla vigilia della quaresima, giorno in cui si toglieva l’uso della carne»[2].
La spiegazione ci appare quantomai forzata: il carnevale, infatti, prenderebbe il nome da quella che è, culturalmente, proprio la sua antitesi, la sua nemica storica e letteraria, ovvero la quaresima. Vorremmo prospettare una diversa soluzione. Partiamo innanzitutto dalle caratteristiche della festa carnascialesca ricordando che essa si configura come un esorcismo: «Divertitevi pure oggi, purché domani tutto sia come prima. Anzi meglio – o peggio – di prima». Il Carnevale, con la sua necessaria ed espiatoria morte, appare la sconfitta del temuto caos, ovvero la negazione del sovvertimento, dell’aleatorio, del fortunoso.
Le presenze emblematiche della nostra festa sono i carri trionfali: da qui dobbiamo ripartire. Ebbene, il trionfo carnascialesco ci sembra il ricordo dell’aratura simbolica con cui si dà vita all’anno nuovo. Ecco il senso primo della festa: il novale, che è un campo rimesso a coltura, che diviene car|novale (come diceva Goldoni). Del resto, anche il car|nasciale lascia bene intravedere il suo motivo natale. Altri hanno pensato al car|navale, al navigio di Iside[3]. Pure, tale interpretazione, pertinente e condivisa, non fa che portare acqua al nostro mulino. Infatti, l’immagine originaria può ben essere quella del campo da arare, cui può facilmente sovrapporsi una distesa marina solcata dalla nave. Ricordiamo quindi l’ambivalenza della parola solco.

Scherzo numerologico

Si tratta di immaginare una sfilata aperta da un bifolco che guida, appunto, un carro di buoi, o meglio una biga di buoi, di cui è il tiro (che in latino significa ‘recluta’, ‘adepto’, ‘garzone’), e ciò dà luogo a un trio che tira un carro, ovvero un quattro. Infatti, il carro, il car, il carré, sono rappresentazioni del numero quattro e della sua stabile armonia. Comunque sia, il quattro ha una sua chiara valenza: non è tesi, né diabolica antitesi o tragedia, né partecipazione o discussione. È composizione finale e, talora, mortale. È spiegazione, è il per|ché. Anche il per inglese, cioè il for, fa quattro: four! Così il francese car – evidentemente carré – e l’italiano ‘per’ (x) sono termini cruciformi, chiastici e tetragoni o semplicemente quadrati.
Il carnevale si lega strettamente alla serie dei numeri, dall’uno al quattro, che sfilano davanti ai nostri occhi sotto forma di filosofica quintessenza della vita e dei simboli che la interpretano: 1, 2, 3, 4, ovvero l’Assoluto [1], il dilemmatico Dramma [2], la partecipata e umana Commedia, ovvero il nostro ingresso nella tragedia stessa [3], la Composizione [4]. Il totale fa 10, come dire dicembre o pitagorica tetrachtys.
Si potrebbe pensare che lo spirito carnevalesco comporti il ribaltamento della realtà normale in quanto ricordo di un tempo promiscuo e mitico che non sa ancora di stagioni, giorni, ore, numeri. Solo da questo deriverebbero l’abolizione di ogni gerarchia e la conseguente confusione tra re e schiavo, diritto e rovescio, personaggio e autore: mescolanza farsesca e satirica di stili, di lingue, di cose, in cui tutto diviene contiguo e contagioso. Qui e ora, gli estremi si toccano in una spaventevole fluidità di forme, per cui l’osceno della satira e la profanazione del sacro costituiscono la nuova deformata realtà. Però, intendiamoci bene: tutti vogliono il carnevale. Lo vuole lo schiavo per provare l’ebbrezza di altezze altrimenti inarrivabili, e lo vuole il re per regolare la vita altrui: c’è chi ama il tempo mitico, che è instabile e mutevole, e lo vuole restaurare (magari ballando, suonando e bevendo), ma c’è anche chi lo condanna e lo esorcizza (magari ballando, suonando e bevendo).

[1] E non certo perché l’anno iniziasse con il mese di marzo, come alcuni ritengono. Ma di questa spinosa questione parleremo in seguito.
[2] DELI, alla voce.
[3] F. Ch. Rang, Psicologia storica del carnevale, Venezia, Arsenale editrice, 1983 [1927], p. 41.